Si può licenziare per un post su Facebook?

Isabella Policarpio

13/04/2021

11/05/2021 - 14:45

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Perdere il lavoro a causa di un post su Facebook è possibile e quando? Che tipo di licenziamento comporta un tweet o commento contro l’azienda e il datore di lavoro? Cosa dice la legge.

Si può licenziare per un post su Facebook?

Si può licenziare per un post su Facebook o altro Social network? Certo che sì, sempre che le parole del dipendente offendano e ledano la reputazione del datore di lavoro e dell’intera azienda.

La conferma arriva dalla Giurisprudenza: in più occasioni la Corte di cassazione e i tribunali provinciali hanno stabilito la legittimità del licenziamento per giusta causa nei confronti di dipendenti che avevano deciso di “sfogare” le frustrazioni lavorative con parole offensive e diffamatorie sul web.

Oltre al licenziamento, talvolta si rischia la condanna al risarcimento danni e le conseguenze penali per Diffamazione aggravata. Qui tutte le informazioni in merito.

Si può essere licenziati per un post su Facebook

Ad alcuni potrebbe suonare strano ed esagerato, ma si può senza dubbio essere licenziati a causa di un post su Facebook che si riferisce/allude al datore di lavoro o all’azienda nella quale si è impiegati.

Sempre più spesso casi del genere finiscono nelle aule di Tribunale, dove i giudici del lavoro si trovano a giudicare quando un commento, un post o una foto possono compromettere il vincolo fiduciario tra datore e dipendente e, quindi, giustificare le ipotesi di licenziamento.

Gli esempi sono i più disparati. Tanto per citarne uno, secondo il tribunale di Busto Arsizio (sent. n. 62/2018) basta un tweet per manifestare un esplicito atteggiamento di disprezzo verso la realtà aziendale di cui si è alle dipendenze e, quindi, giustificare il licenziamento per giusta causa. Dello stesso avviso il tribunale di Milano (sentenza n. 3153 del 2017) e di Bergamo (sentenza 24/12/2015).

Infatti, ai fini del licenziamento, è lecito valutare la condotta dei dipendenti sia al lavoro che in ambito extra-lavorativo (nella vita privata e sui Social network) sempre che i comportamenti posti in essere siano di una gravità tale da compromettere i normali rapporti lavorativi.

Licenziamento per giusta causa per chi offende il datore o l’azienda su Facebook

Secondo Giurisprudenza ormai consolidata non ci sono dubbi: chi scrive sulla propria bacheca Facebook, Instagram o altro Social network commenti o frasi offensive nei confronti dell’azienda per cui lavora può essere licenziato per giusta causa senza obbligo di preavviso.

Ciò perché un comportamento del genere è configurabile con il reato di “diffamazione col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” che lede in maniera irreparabile il rapporto di fiducia tra datore e lavoratore subordinato.

Questo pensiero è stato sancito in maniera definitiva nella sentenza n. 10280 del 27 aprile 2018 dalla Corte di cassazione. A presentare il ricorso una dipendente licenziata in tronco per aver scritto sul profilo Facebook “Mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda”.

I giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso e dato ragione al datore, confermando l’interruzione del rapporto di lavoro.

Diffamazione del datore di lavoro su Facebook: cosa si rischia

Un commento o un post su Facebook (o altro Social network) può integrare il reato di diffamazione previsto all’articolo 595 del Codice penale. Infatti - come rileva la Cassazione - soddisfa i requisiti normativi richiesti: contenuto offensivo e visibilità presso un numero apprezzabile e indeterminato di persone.

Dunque, oltre al licenziamento per giusta causa, il dipendente che offende sul web l’azienda (anche indirettamente) rischia la condanna per diffamazione che prevede “la reclusione da 6 mesi a 3 anni o la multa non inferiore a 516 euro”.

E non finisce qui, l’azienda potrebbe anche costituirsi parte civile e chiedere il risarcimento per i danni all’immagine e per lucro cessante e danno emergente.

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