Se mi licenzio prendo la disoccupazione? Solo in un caso: ecco quando

Chi si licenzia volontariamente ha diritto alla Naspi solo se il licenziamento è per giusta causa, cioè “indotto” dal datore di lavoro, altrimenti la disoccupazione non spetta.

Se mi licenzio prendo la disoccupazione? Solo in un caso: ecco quando

L’assegno di disoccupazione è un sussidio economico che spetta a chi ha perso involontariamente il lavoro, quindi chi si dimette volontariamente non ne ha diritto.

La legge però prevede un’eccezione: chi si licenzia prende la disoccupazione se dimostra che le dimissioni sono avvenute “per giusta causa”, ovvero indotte dal comportamento illegittimo del datore.

Detto semplicemente, prende l’assegno di disoccupazione il dipendente “costretto” a licenziarsi a seguito di comportamenti illeciti o pressioni psicologiche da parte del datore di lavoro.

A stabilirlo è la Corte di cassazione con la sentenza n. 269/2002 poi confermata nella circolare 97/2003 dell’INPS le quali riconoscono la Naspi dopo il licenziamento per “giusta causa” perché in tal caso “le dimissioni non sono riconducibili alla libera scelta del lavoratore poiché sono indotte da comportamenti altrui, idonei ad integrare la condizione di improseguibilità del rapporto di lavoro”.

In questo articolo spieghiamo - con esempi pratici - in quali casi dopo le dimissioni matura il diritto alla disoccupazione, come provare “la giusta causa” e l’iter da seguire per ottenere l’indennità dall’INPS.

Dimissioni: quando si tratta di “giusta causa”

L’attuale normativa consente al lavoratore di dimettersi sia per motivazioni attinenti al rapporto lavorativo che per fatti ad esso estranei.

Quindi, possono esserci le condizioni per presentare le dimissioni per giusta causa sia nel caso in cui il datore di lavoro sia colpevole di un inadempimento del contratto talmente grave da impedire la normale prosecuzione del rapporto lavorativo, che in quello in cui è il dipendente a non poter svolgere i propri compiti a causa del sopravvenire di una circostanza particolare.

Ecco alcuni esempi dei casi in cui il lavoratore può appellarsi alla “giusta causa” per recedere immediatamente il contratto senza perdere l’assegno di disoccupazione:

  • mancato pagamento della retribuzione per almeno due mensilità;
  • molestie sessuali a lavoro;
  • peggioramento ingiustificato delle mansioni lavorative;
  • mobbing;
  • sono state registrate notevoli variazioni delle condizioni di lavoro;
  • la sede di lavoro è stata spostata senza ragioni tecniche, organizzative e produttive previste dall’articolo 2103 del Codice Civile.

Il comma 4 dell’articolo 2112 del Codice Civile consente anche ai lavoratori di un’azienda ceduta e trasferita in un’altra di dimettersi per giusta causa qualora, entro i 3 mesi dall’avvenuto trasferimento, vi siano state delle importanti modifiche alle loro condizioni lavorative. Con il termine “importanti” si intende anche l’applicazione di un nuovo CCNL che prevede delle condizioni sfavorevoli rispetto al precedente.

Inoltre, si ha diritto alla Naspi se le dimissioni sono state presentate anche nel periodo di maternità, che va da 300 giorni prima della data presunta di nascita fino al compimento di 1 anno del bambino.

Per maggiori informazioni in merito, ecco alcuni esempi di dimissioni per giusta causa.

Come comunicare le dimissioni per giusta causa

In seguito all’introduzione del Decreto Legislativo n°151 del 2015, tutte le dimissioni, comprese quelle per giusta causa, devono essere formalizzate per via telematica, compilando i moduli disponibili sul sito ufficiale del Ministero del Lavoro.

Questi vanno compilati e trasmessi sia al datore di lavoro che alla “Direzione territoriale del lavoro competente” ad eccezione del caso in cui le dimissioni:

  • avvengono durante il periodo di prova;
  • riguardano un rapporto di lavoro di pubblico impiego;
  • siano state presentate dalla lavoratrice nel periodo di gravidanza o nei primi tre anni di vita del bambino;
  • si tratti di un lavoro domestico.


Anche per le dimissioni per giusta causa quindi dovrete presentare la richiesta per via telematica: per sapere come fare e per tutte le istruzioni operative vi consigliamo di leggere la nostra guida sulle dimissioni online.

Effetti delle dimissioni per giusta causa

Al lavoratore al quale sono riconosciute le dimissioni per giusta causa spettano una serie di diritti. In primis non deve rispettare i giorni preavviso: il recesso del contratto quindi è immediato senza darne preventiva comunicazione al datore di lavoro.

Il lavoratore ha comunque diritto all’indennità sostitutiva del preavviso, quindi il datore di lavoro deve versare un importo quantificabile nella normale retribuzione che gli avrebbe corrisposto nel periodo di preavviso.

Inoltre, la giusta causa lascia inalterato il diritto del disoccupato di percepire l’indennità Naspi, la Nuova prestazione dell’assicurazione sociale per l’impiego, la quale invece non spetta ai lavoratori che si licenziano senza un apparente, e giusto, motivo.

In alcuni casi il dipendente che è costretto a licenziarsi ha diritto al risarcimento per il danno patrimoniale subito, calcolato sulla base della normale retribuzione che il lavoratore avrebbe conseguito qualora non ci fosse stato il recesso del contratto.


Ma il risarcimento può riguardare anche il danno non patrimoniale: ad esempio, il lavoratore potrebbe aver subito un danno morale, o esistenziale, causato dall’evento che ha portato alle dimissioni.

Dimissioni: quando c’è il diritto alla Naspi

Lo stato di disoccupazione, necessario per ottenere l’ indennità di disoccupazione Naspi, deve essere involontario, quindi che il rapporto di lavoro non sia terminato a causa di dimissioni o consenso volontario. Unica eccezione è il caso che abbiamo visto poc’anzi ovvero le dimissioni per giusta causa: infatti, anche se dal punto di vista formale la decisione di interrompere il rapporto lavorativo è presa dal dipendente, in realtà questa avviene dopo una serie di pressioni e atteggiamenti del datore o di altri colleghi.

È bene specificare però che la perdita del lavoro per cause indipendenti dalla propria volontà non è l’unico requisito da soddisfare per avere diritto all’indennità di disoccupazione. Questa, infatti, è riconosciuta solamente ai dipendenti che possono vantare almeno 13 settimane contributive negli ultimi 4 anni, e che hanno lavorato per almeno 30 giorni negli ultimi 12 mesi.

Come ottenere lo stato di disoccupazione?

Ricordiamo che il diritto alla Naspi è strettamente legato allo stato di disoccupazione, e alla partecipazione a formazione e proposte dei Centri dell’Impiego. Dunque per ottenere l’indennizzo dall’INPS occorre recarsi presso un centro dell’impiego del Comune di residenza e chiedere il riconoscimento dello stato di disoccupato.

In questa sede l’ex lavoratore dovrà sottoscrivere l’impegno alla disponibilità lavorativa immediata e a compilare il modulo Did. Poi ci si dovrà recare personalmente all’INPS a richiedere la Naspi, ovvero il sussidio di disoccupazione.

Per semplificare il processo, la dichiarazione dello stato di disoccupazione sul modulo Did può essere presentata anche all’INPS, potendo così presentare contestualmente sia la propria disoccupazione che la domanda per il sussidio.

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