Un’altra partita importante nella corsa alle terre rare, con il giacimento da 18 miliardi di dollari scoperto nell’Oceano Pacifico.
I tesori moderni in fondo al mare non sono relitti e forzieri abbandonati, ma i giacimenti di metalli preziosi e soprattutto terre rare, al centro dell’economia moderna. L’Oceano Pacifico ne è notoriamente ricco, bisogna soltanto individuarli e capire come sfruttarli al meglio. La nuova scoperta dello United States Geological Survey riporta la palla agli Stati Uniti, dopo l’ultimo annuncio giapponese. Tokyo ha individuato un giacimento da 16 milioni di tonnellate di terre rare, ma Washington rilancia con un altro giacimento da 21 milioni di tonnellate e un valore approssimato a 18 miliardi di dollari.
La novità viene accolta con entusiasmo più che sorpresa, considerando che l’Oceano Pacifico è oggetto di un attento approfondimento internazionale, nel tentativo disperato di emanciparsi dalle forniture cinesi. In effetti, soltanto questi ultimi due giacimenti individuati sarebbero sufficienti a ridurre in maniera significativa le importazioni provenienti dalla Cina, se non fosse che il suo primato nella filiera non arriva dalla fortuna. Pechino non si è lasciata sfuggire la presenza di un’area tanto ricca e si sta contenendo il controllo con gli Usa, in una sfida sempre più agguerrita che non promette nulla di buono.
Non dimentichiamo che lo sfruttamento di questi giacimenti sottomarini può avere un impatto ambientale altissimo, che rischia di essere sottovalutato per la fretta nella corsa alla supremazia. Lo studio dei fondali da parte dell’istituto di ricerca statunitense sta procedendo con le dovute cautele, ma ovviamente tutto dipende dalla fase successiva.
Un giacimento di terre rare da 18 miliardi di dollari nell’Oceano Pacifico
Il fondale dell’Oceano Pacifico, tra Messico e Hawaii, a una profondità media intorno ai 5.000 metri nasconde un giacimento di terre rare per circa 21 milioni di tonnellate. Secondo lo United States Geological Survey si tratta di:
- 6 miliardi di tonnellate di manganese;
- 270 milioni di tonnellate di nichel;
- 230 milioni di tonnellate di rame;
- 50 milioni di tonnellate di cobalto.
Il valore economico stimato è di almeno 18 miliardi di euro, ma il danno provocato dalle estrazioni potrebbe essere ancora superiore. Delle oltre 5.500 specie presenti nell’area, il 90% è ancora da scoprire e descrivere, e ancora non si esclude che il numero sia ancora più grande. È impossibile agire in questo contesto in modo sicuro e il rischio di compromettere irrimediabilmente l’habitat è estremamente elevato. Le rocce contenenti i noduli polimetallici sono inoltre essenziali per la sopravvivenza, le uniche superfici adatte all’adesione delle spugne, per esempio. Gli studi sono ancora a uno stato primordiale e non offrono garanzie in merito, bensì maggiori preoccupazioni. Con gli interessi economici in gioco, però, non è certo che il fattore ambientale sarà sufficiente a limitare l’intervento nell’area.
Un tesoro che potrebbe rimanere nei fondali
L’area di Clarion-Clipperton, che si estende per circa 6 milioni di metri quadrati, è amministrata dall’Autorità internazionale dei fondali marini (Isa), con grande difficoltà vista la quantità di giacimenti minerari. Secondo le stime dell’Isa ci sono oltre 21 milioni di tonnellate di noduli polimetallici, composti principalmente da manganese e, in subordine, da nichel, rame e cobalto. Stime oggi confermate dall’istituto statunitense, portando gioie e preoccupazioni.
Tutta la zona è quindi oggetto di un enorme interesse internazionale, disciplinato dalle licenze rilasciate (o negate) dall’Isa. Gli studi per l’individuazione e la quantificazione dei giacimenti, come pure per la fattibilità delle estrazioni, sono concessi nell’interesse della comunità scientifica in base alle regole previste dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ma sono sempre più ristrette. Il potenziale danno all’ecosistema oceanico potrebbe essere irreparabile, per non parlare dell’inquinamento acustico e luminoso provocato dalle estrazioni, pertanto è necessario procedere con cautela.
A tal fine, gli studi che tengono conto dell’impatto ambientale dell’attività estrattiva sono caldamente incoraggiati, anche perché lo sfruttamento dei giacimenti avrebbe un valore economico esorbitante, ma non sempre avvengono con le giuste accortezze. L’uso delle licenze da parte degli Stati interessati, cominciando con gli Stati Uniti, è molto controverso e tanti Paesi nel mondo si stanno opponendo fermamente alle estrazioni.
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