Con l’apertura dei seggi alle 7:00, stamattina è stato dato il via alle votazioni per il referendum giustizia 2026: ecco fino a quando si vota (e come farlo)
Il via ufficiale al referendum sulla giustizia è stato dato questa mattina alle 7:00, quando i seggi di tutta Italia, dopo mesi di dibattito, campagne elettorali e scontri tra maggioranza e opposizioni, sono stati ufficialmente aperti. Oggi e domani gli elettori sono chiamati ad esprimere il proprio “Sì” o “No”, sulla scheda elettorale, per approvare o meno la tanto discussa riforma della giustizia che incide direttamente su alcuni articoli della nostra costituzione.
L’oggetto del voto, infatti, riguarda diversi aspetti cruciali del nostro sistema di giustizia: dall’introduzione della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri, all’intervento sulla struttura del Consiglio superiore della magistratura e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare.
Ma perché si vota questo weekend? La legge costituzionale è stata approvata dal Parlamento nell’autunno del 2025 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ma non avendo raggiunto la maggioranza dei due terzi richiesta in entrambe le Camere, la Costituzione prevede che possa essere sottoposta a referendum confermativo.
La breve campagna elettorale si è conclusa con posizioni molto polarizzate. La maggioranza di governo sostiene il Sì, presentando la riforma come un passo decisivo verso una giustizia più equilibrata. Sul fronte opposto, i sostenitori del No denunciano invece il rischio di un indebolimento dell’indipendenza della magistratura. Adesso la parola sta agli elettori.
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Referendum giustizia 2026: fino a quando si vota e dove
La data del referendum è stata fissata dal Consiglio dei ministri con un decreto di indizione che ha dato il via alla fase finale della consultazione popolare prevista dall’articolo 138 della Costituzione. La scelta di collocare il voto in questo weekend non è stata casuale. Il governo ha optato per una finestra primaverile per evitare sovrapposizioni con festività e periodi di tradizionale bassa partecipazione elettorale, come quelli estivi.
Ricapitolando, ecco fino a quando si può votare:
- domenica 22 marzo i seggi sono aperti dalle 7 alle 23;
- lunedì 23 marzo si potrà votare dalle 7 alle 15.
Subito dopo la chiusura delle urne inizierà lo scrutinio delle schede.
Dal punto di vista procedurale, la tempistica rientra perfettamente nei limiti stabiliti dalla Costituzione. Il referendum confermativo deve infatti svolgersi tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo al decreto di indizione e in una domenica. L’estensione del voto anche al lunedì è diventata negli anni una prassi diffusa per favorire la partecipazione degli elettori.
Ma la decisione del governo non è stata priva di polemiche. Un comitato composto da quindici giuristi a inizio anno ha presentato ricorso al Tar del Lazio chiedendo di sospendere la data della consultazione. Secondo i ricorrenti, il calendario scelto avrebbe lasciato troppo poco tempo per una campagna referendaria equilibrata, penalizzando in particolare il fronte contrario alla riforma.
Il Tar del Lazio, con una decisione del 15 gennaio 2026, ha però respinto la richiesta di sospensiva, stabilendo che non sussistevano i presupposti per bloccare o rinviare il voto. Il tribunale amministrativo ha ritenuto che i tempi fissati dal governo rispettassero pienamente le norme costituzionali e che non vi fosse un’urgenza tale da giustificare uno slittamento immediato. Di fatto quindi la data del referendum è rimasta quella originariamente stabilita.
Si vota nei seggi del proprio comune di residenza, come per qualsiasi altra consultazione nazionale.
Cosa prevede la riforma della giustizia in breve
Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati e pubblici ministeri.
Attualmente, in Italia, giudici e pm appartengono allo stesso ordine giudiziario e, seppur con limiti stringenti, possono passare da una funzione all’altra nei primi anni di carriera. La legge costituzionale elimina questa possibilità: le due carriere diventano definitivamente distinte sin dall’ingresso in magistratura, senza più alcun passaggio consentito.
La separazione non è solo funzionale, ma anche ordinamentale. La riforma modifica diversi articoli della Costituzione, ridefinendo l’assetto dell’autogoverno della magistratura. L’attuale Consiglio superiore della magistratura viene infatti superato e sostituito da due distinti Consigli superiori, uno per i magistrati giudicanti e uno per i magistrati requirenti. Entrambi restano presieduti dal Presidente della Repubblica, ma avranno composizione e competenze autonome.
Un altro elemento centrale è il nuovo sistema di selezione dei componenti dei Csm, basato in larga parte sul sorteggio. I membri togati saranno estratti a sorte tra i magistrati appartenenti alle rispettive carriere, mentre i membri laici saranno sorteggiati da un elenco di professori universitari e avvocati predisposto dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso del correntismo, tema emerso con forza negli ultimi anni (soprattutto nelle destre).
La riforma introduce poi un’Alta Corte disciplinare, organo autonomo incaricato di giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati. Questa funzione viene sottratta ai Csm, che manterranno competenze su nomine, trasferimenti e valutazioni di professionalità. L’Alta Corte sarà composta da magistrati e giuristi di lunga esperienza, con un sistema di nomina e sorteggio che mira a bilanciare le diverse componenti.
Infine, cambia anche il sistema di accesso alla Corte di Cassazione per i pubblici ministeri: non più un avanzamento di carriera automatico, ma la possibilità di essere nominati giudici di legittimità solo per meriti insigni. Una scelta che, secondo i sostenitori, rafforza la distinzione dei ruoli; secondo i critici, introduce elementi di discrezionalità potenzialmente problematici e pericolosi.
Come si vota al referendum sulla giustizia 2026
Il referendum sulla giustizia del 2026 è un referendum confermativo, previsto dalla Costituzione. A differenza dei referendum abrogativi, non serve a cancellare una legge esistente, ma a confermare o respingere una legge di revisione costituzionale già approvata dal Parlamento.
Gli elettori ricevono una scheda con un quesito unico, di colore verde, che chiede se approvare o meno il testo della legge costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, così come pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Non è possibile esprimersi sui singoli articoli: il voto riguarda l’intero impianto della riforma.
Le modalità sono semplici e chiare. Si vota “Sì” se si vuole confermare definitivamente la riforma della giustizia; si vota “No” se si intende respingerla. Non esistono opzioni intermedie né schede separate per i diversi aspetti della legge.
Un elemento cruciale è che non è previsto alcun quorum. Il risultato del referendum è valido indipendentemente dal numero di votanti. Se prevalessero i sì, la riforma entrerà in vigore e la Costituzione verrà modificata secondo quanto previsto dalla legge. Se invece dovessero vincere i no, la riforma sarà respinta e non produrrà alcun effetto.
Si vota nei seggi del proprio comune di residenza, presentandosi con un documento di identità valido e la tessera elettorale. Dopo le 15:00 di lunedì, lo scrutinio sarà immediato.
Il voto è personale, libero e segreto. Come per tutte le consultazioni referendarie, è possibile votare anche dall’estero per gli italiani iscritti all’AIRE, secondo le modalità previste dalla legge.
Referendum giustizia 2026: qual è il quesito sulla scheda?
Il referendum sulla giustizia del 2026 presenta un unico quesito sottoposto agli elettori. Il testo è stato riformulato dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione per rendere più chiari gli articoli della Costituzione interessati dalla riforma e successivamente autorizzato dal Consiglio dei ministri e dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il quesito recita:
«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?»
La scheda elettorale predisposta dal Ministero dell’Interno è molto semplice dal punto di vista grafico. Al centro è riportato il testo completo del quesito referendario, mentre nella parte inferiore compaiono due riquadri affiancati:
- uno con la dicitura Sì
- uno con la dicitura No
L’elettore deve esprimere la propria scelta tracciando un segno chiaro, di solito una croce, sul riquadro corrispondente all’opzione preferita. È importante non scrivere nulla sulla scheda e non aggiungere segni che possano rendere riconoscibile il voto: in questi casi la scheda verrebbe annullata.
È inoltre vietato utilizzare telefoni cellulari o dispositivi elettronici all’interno della cabina elettorale. Fotografare la scheda o mostrarla ad altri rappresenta una violazione delle norme sul segreto del voto e può comportare sanzioni.
Referendum giustizia 2026: come si sono schierati i partiti
Il centrodestra di governo si è schierato compatto per il Sì. In prima linea c’è Fratelli d’Italia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che considera la riforma una tappa fondamentale per riequilibrare il sistema giudiziario. La premier ha comunque chiarito che l’esito del referendum non metterà in discussione la stabilità dell’esecutivo e che un’eventuale vittoria del No non comporterebbe dimissioni.
A sostenere la riforma ci sono anche Forza Italia e Lega. Il leader azzurro Antonio Tajani ha collegato il referendum alla tradizionale proposta di “giustizia giusta” promossa negli anni da Silvio Berlusconi, parlando di una riforma necessaria per garantire maggiore equilibrio tra accusa e difesa. Anche Matteo Salvini ha lanciato la campagna elettorale della Lega a favore del Sì, sottolineando come la separazione delle carriere possa portare a una magistratura più “trasparente e responsabile”.
Sul fronte opposto si colloca gran parte del centrosinistra. Il Partito Democratico guidato da Elly Schlein sostiene il No, ritenendo che la riforma non affronti i veri problemi della giustizia italiana – come i tempi dei processi – e rischi invece di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Contrario alla riforma anche il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, che ha definito il progetto un intervento potenzialmente pericoloso per l’impianto costituzionale e per l’indipendenza della magistratura. Nello stesso campo si colloca Alleanza Verdi e Sinistra, con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, secondo cui la riforma potrebbe rafforzare eccessivamente il potere politico sul sistema giudiziario.
Il quadro si complica guardando alle forze centriste e ai partiti minori. Azione di Carlo Calenda ha espresso sostegno al Sì, ricordando che la separazione delle carriere faceva parte del programma politico del partito. Posizione più incerta per Italia Viva: Matteo Renzi ha definito la riforma una “riformicchia”, lasciando tuttavia libertà di voto ai propri elettori.
Tra i sostenitori del Sì si trovano anche Noi Moderati di Maurizio Lupi, il nuovo movimento Futuro Nazionale guidato da Roberto Vannacci e alcune formazioni minori. Anche Più Europa, pur criticando alcuni aspetti tecnici della riforma, ha annunciato un orientamento favorevole alla conferma della legge costituzionale.
Gli altri referendum confermativi nella storia italiana
Nel corso della storia repubblicana italiana, i referendum confermativi si sono svolti solo in poche occasioni, ma ogni volta hanno avuto un impatto politico e istituzionale non indifferente. Il primo esempio risale al 2001, quando fu sottoposta a referendum la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra, che mirava a rafforzare l’autonomia delle Regioni. In quell’occasione vinse il Sì, anche se con una partecipazione piuttosto bassa. La svolta fu importante: un cambiamento nella distribuzione dei poteri tra Stato e Regioni, ma nel tempo emersero anche difficoltà applicative e critiche sulla chiarezza del nuovo assetto.
Diverso fu il clima nel 2006, quando il centrodestra, allora guidato da Silvio Berlusconi, propose una riforma costituzionale molto più ampia e radicale, che includeva la trasformazione del Senato in una camera federale, il rafforzamento del potere del premier e una ridefinizione dei rapporti tra Stato e autonomie. Il referendum fu respinto con decisione dagli elettori, con il No che vinse con oltre il 60% dei voti.
Il terzo grande appuntamento con un referendum confermativo avvenne nel 2016. Questa volta fu il governo Renzi a proporre una riforma ambiziosa, che puntava a superare il bicameralismo perfetto e a ridisegnare la funzione del Senato, oltre ad introdurre cambiamenti nella composizione degli organi costituzionali e nel processo legislativo. Renzi, però, scelse una strategia rischiosa: personalizzò la campagna, promettendo le dimissioni in caso di sconfitta. Il voto, da consultazione costituzionale, si trasformò presto in un giudizio sull’operato del governo. Alla fine, il No trionfò con quasi il 60% dei voti, segnando non solo la fine della riforma, ma anche la fine del governo Renzi, che si dimise la notte stessa del referendum.
Più recente, e molto diverso per tono e contenuto, è stato il referendum del 2020, voluto dal Movimento 5 Stelle e sostenuto anche da altri partiti, che proponeva una semplice ma simbolica riduzione del numero dei parlamentari. Stavolta la campagna fu molto più distesa, meno polarizzata e con un consenso trasversale. Il Sì vinse nettamente, con circa il 70% dei voti, segnando l’unico caso recente in cui una riforma costituzionale ha ottenuto il via libera popolare senza particolari tensioni politiche.
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