Il redditometro fa flop, incassato appena l’1% del contestato nel 2025. Scopri perché il «Grande Fratello del Fisco» non fa più paura e cosa cambia ora.
Per decenni il redditometro è stato lo spauracchio dei contribuenti, lo strumento con cui l’Agenzia delle Entrate dava la caccia agli evasori fiscali stanando chi dichiarava pochissimo avendo auto di lusso, barche, cavalli e concedendosi uno stile di vita agiato.
Se per anni lo strumento è stato il terrore degli evasori, i numeri ufficiali decretano il suo fallimento. Nel 2025 a fronte di oltre 35 milioni di euro contestati, lo Stato è riuscito a incassare soltanto 398.457 euro, ovvero l’1,13% di quello che aveva richiesto agli evasori.
La Corte dei Conti ha fatto un’analisi impietosa dello strumento decretandone la sua archiviazione quasi totale. Ma come si è arrivati a questo punto e cosa utilizzerà, ora, il Fisco per recuperare le somme evase?
Redditometro, come funziona il “Grande Fratello del Fisco”?
Anche se tutti lo conosciamo come redditometro, il suo nome tecnico è accertamento sintetico del reddito. Si tratta di un meccanismo che nasce nel 1973 e viene utilizzato per rintracciare i possibili evasori con alla base un ragionamento semplice: se un cittadino dichiara un reddito basso ma spende cifre alte in rette scolastiche, per la casa in montagna o per un’auto di lusso, significa che qualcosa non torna. L’algoritmo fa scattare un alert nei suoi confronti. A questo punto l’Agenzia delle Entrate chiede al cittadino come fa a permettersi la vita che conduce con i soldi che dichiara e se la risposta non è soddisfacente scatta l’accertamento con cui viene chiesto il pagamento delle eventuali somme non dichiarate.
La fine del redditometro nel 2024
Il redditometro ha subito nel corso degli anni continue modifiche fino ad arrivare a quella dell’agosto 2024, che è stata il vero e proprio colpo di grazia per l’accertamento sintetico. Da allora per far scattare il controllo sul contribuente devono verificarsi due condizioni specifiche:
- lo scostamento tra reddito reale, ipotizzato tramite le spese che il contribuente ha sostenuto, e reddito dichiarato deve essere di almeno il 20%;
- allo stesso tempo lo scostamento deve essere pari ad almeno 10 volte l’assegno sociale Inps (non inferiore a 69.473 euro).
Se non si rispettano queste due condizioni il Fisco ha le mani legate e il redditometro è diventato praticamente inutile.
La contraddizione dei numeri
L’analisi della Corte dei Conti, però, mostra che pur aumentando gli accertamenti inviati (+15,5% rispetto al 2024) gli incassi passano dal 13,4% del 2023 all’1,13% del 2025. I controlli, quindi, sono aumentati nonostante la legge abbia cambiato radicalmente il redditometro.
C’è da considerare che le cartelle esattoriali inviate nel 2025 servono a recuperare i debiti arretrati accumulati a partire dal 2016, ovvero prima che la riforma si abbattesse con la sua scure sul redditometro.
Cosa accade adesso?
Il redditometro non ha funzionato e proprio per questo deve essere messo da parte. Ma questo non significa smettere di lottare contro l’evasione fiscale. Per la Corte dei Conti, ora più che mai, lo Stato ha il dovere di trovare nuovi strumenti efficaci per stanare gli evasori. Il rischio concreto da evitare, infatti, è che chi oggi vive una vita agiata avendo accumulato ricchezze e patrimoni immobiliari risulti per il Fisco un finto povero.
Il dubbio che sorge, ora, è come farà lo Stato a colmare il vuoto che il redditometro lascia? Pur non avendo funzionato, infatti, era visto come un deterrente. La sfida dei prossimi mesi è quella di capire se incrociare i dati dei conti correnti e utilizzare l’intelligenza artificiale siano strumenti sufficienti per contrastare le grandi evasioni fiscali. Se la fine del redditometro, infatti, fa tirare un sospiro di sollievo ai contribuenti onesti liberi dai sospetti, allo stesso tempo chi ha sempre evaso il fisco potrebbe pensare di avere campo libero per continuare ad agire.