Reddito di cittadinanza, interviene l’Ue: cosa deve fare l’Italia per adeguarsi e cosa può succedere

Simone Micocci

15 Febbraio 2023 - 17:00

Reddito di cittadinanza, per la Commissione europea non rispetta le norme comunitarie. Avviata la procedura d’infrazione, rischio sanzioni se non verrà tolto il requisito della residenza di 10 anni.

Reddito di cittadinanza, interviene l’Ue: cosa deve fare l’Italia per adeguarsi e cosa può succedere

Mentre in Italia si lavora alla cancellazione del Reddito di cittadinanza, l’Europa punta il dito contro il nostro Paese aprendo una procedura d’infrazione ai nostri danni.

La ragione non è però la stretta al Reddito di cittadinanza apportata dal governo Meloni con l’ultima legge di Bilancio (che riguarderà da vicino gli occupabili), bensì la norma che limita l’accesso alla misura a coloro che risiedono in Italia da almeno 10 anni. Da tempo infatti l’Unione Europea ha chiesto all’Italia di rivedere una tale limitazione, in quanto rappresenta una “discriminazione diretta” ai danni degli stranieri: è ovvio, dice la Commissione, che per un cittadino italiano è più semplice soddisfare tale requisito. Per gli stessi motivi è oggetto di contesa anche l’assegno unico per figli a carico, per il quale sono richiesti almeno 2 anni di residenza in Italia.

Per questa e per altre ragioni, alla luce del fatto che dopo 3 anni questa norma non è stata ancora modificata, l’Unione Europea ha deciso di passare all’azione avviando una procedura d’infrazione ai nostri danni. Adesso sarà il governo Meloni a scegliere se adeguare la norma alle condizioni imposte dall’Ue oppure se mantenere tutto così con il rischio però che venga imposta una sanzione pecuniaria.

Reddito di cittadinanza, perché l’Unione Europea ha avviato la procedura d’infrazione

Per poter richiedere il Reddito di cittadinanza il nucleo familiare deve essere “residente in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 - considerati al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio - in modo continuativo”.

A dirlo è l’articolo 2, comma 1, del decreto n. 4 del 2019, convertito con modificazioni dalla legge n. 26 del 2019. Ed è proprio su questa parte che arriva la richiesta di modifica da parte della Commissione europea, sostanzialmente per due ragioni:

  • discriminazione indiretta nei confronti degli stranieri, in quanto è più probabile che i cittadini non italiani non soddisfino questo criterio;
  • impedimento per gli italiani di trasferirsi per lavoro fuori dal Paese, in quanto in tal modo non avrebbero diritto al reddito minimo in caso di rientro, eventuale, in Italia.

Proprio per queste ragioni, spiega la Commissione, il regolamento sul coordinamento della sicurezza sociale vieta qualsiasi requisito di residenza per ricevere prestazioni di sicurezza sociale, come può essere il Reddito di cittadinanza o anche l’Assegno unico (anche questo contestato in quanto richiede 2 anni di residenza in Italia per poterne godere).

Osservazioni che erano già state mosse nei confronti del governo Draghi che tuttavia non ha mai modificato la norma.

Perché il Reddito di cittadinanza rischia di restare così com’è

Nel maggio scorso il Comitato scientifico per il Reddito di cittadinanza, presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno, ha proposto al governo Draghi di rimuovere la limitazione contestata dalla Commissione Europea. Tuttavia, nonostante all’Ue fosse stata annunciata una revisione della norma, la proposta del Comitato venne bocciata tant’è che la Saraceno svelò che “i funzionari del ministero del Lavoro ci dissero che si preferisce la condanna della Corte europea piuttosto che affrontare il dibattito politico”.

D’altronde, nell’allora maggioranza figuravano diverse compagini contrarie alla cancellazione del requisito dei 10 anni di residenza in Italia, in particolar modo Lega, Forza Italia e Italia Viva. E con il cambio di Governo la situazione non è di certo cambiata, anzi: è quasi impossibile, infatti, che Giorgia Meloni possa accettare l’indicazione della Commissione Europea rivedendo i requisiti per l’accesso al Reddito di cittadinanza, aprendo di fatto la porta a tutti quegli stranieri che risiedono in Italia da meno di 10 anni.

Cosa rischia l’Italia

Le conseguenze di un mancato adeguamento possono essere più o meno severe a seconda dei casi. Nel dettaglio, come previsto dalla procedura d’infrazione, qualora l’Italia non dovesse conformarsi alla legislazione (scenario più probabile), la Commissione potrebbe decidere di deferirla alla Corte di giustizia Ue. E qualora l’Italia dovesse continuare a fare muro la Commissione potrebbe chiedere alla Corte anche d’imporre sanzioni.

In particolare, se la Corte di giustizia dovesse accertare la violazione del diritto dell’Unione, la Commissione potrà deferire l’Italia dinanzi alla stessa Corte qualora il governo continui a non rettificare la situazione. E al secondo deferimento scatterebbe una sanzione pecuniaria, che può consistere in una somma forfettaria o in pagamenti giornalieri.

Sanzione che verrà calcolata tenendo conto dei seguenti elementi:

  • l’importanza delle norme violate e gli effetti della violazione sugli interessi generali e particolari;
  • il periodo in cui il diritto dell’Unione non è stato applicato;
  • la capacità del paese di pagare, con l’intento di assicurare che le sanzioni abbiano un effetto deterrente.

In ogni caso, come si può notare, la procedura potrebbe richiedere molto tempo prima di portare a una sanzione e probabilmente quando arriverà a conclusione il Reddito di cittadinanza - abrogato a inizio 2024 - già non esisterà più.

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