Questi 5 fattori ci dicono che il nuovo record delle borse può essere una trappola

Tommaso Scarpellini

28 Ottobre 2025 - 07:51

Nuovi record, vecchi fantasmi. I mercati sorridono, ma sotto la superficie si nasconde un equilibrio instabile che pochi vogliono vedere.

Questi 5 fattori ci dicono che il nuovo record delle borse può essere una trappola

Tutti si lamentano delle valutazioni elevate e il mercato come reagisce? Con nuovi massimi. Un’incongruenza che sembra quasi voler dire agli investitori: “Hey, lo sapevo che mi avresti sottovalutato”. Quasi ridendo in faccia a chi ha disinvestito dopo essersi accorto che il P/E era tornato a livelli pre bolla dot-com, urlando al mondo che la “crisi delle crisi” era alle porte.

Certo, oggi ci si potrebbe ricredere e pensare che forse è una trappola. E se lo fosse davvero? Stiamo dentro all’ultima fiammata di un trend rialzista insensato? Guardiamo insieme le 5 evidenze che giustificherebbero questa tesi.

1) Le valutazioni: un déjà vu storico

Banale dirlo? Forse sì, ma il fatto che se ne parli da mesi non rende il problema meno reale. I P/E forward del segmento tecnologico restano ancora oggi ben sopra la media storica, con i multipli che si muovono sui livelli massimi dell’ultimo decennio.

Considerando che il settore tech pesa ormai oltre il 30% dell’indice S&P 500, l’intero indice mostra valutazioni complessivamente elevate.

Un’analisi del CAPE Shiller ratio, l’indicatore sviluppato dal premio Nobel Robert Shiller per confrontare i prezzi con gli utili medi decennali corretti per l’inflazione, mostra come l’attuale livello sia vicino ai massimi degli ultimi 100 anni. Questo significa che, storicamente, i rendimenti attesi futuri dell’equity tendono a ridursi in modo significativo dopo fasi simili. Non serve chiamarla “bolla”: basta riconoscere che stiamo pagando molto per ogni dollaro di profitto.

2) Il margin debt ai massimi

Un altro segnale di fragilità arriva dal margin debt, ovvero il debito contratto dagli investitori per acquistare titoli con leva finanziaria. Questo indicatore ha raggiunto livelli estremi, spesso coincidenti con fasi di euforia speculativa. Quando il margin debt cresce troppo rapidamente, i rialzi diventano autoalimentati dal credito. Ma allo stesso modo, una semplice notizia negativa può innescare il processo inverso: margin call, liquidazioni forzate e crolli improvvisi.

È la dinamica che nel 2000 e nel 2021 ha amplificato la volatilità e portato a brusche inversioni. Oggi siamo di nuovo lì: il mercato sale, ma in larga parte con denaro preso in prestito. Una miscela potenzialmente esplosiva.

3) Il Buffett Indicator oltre il 200%

Il cosiddetto Buffett Indicator, che misura il rapporto tra la capitalizzazione totale del mercato azionario e il PIL, è oggi sopra il 200%, uno dei livelli più elevati della storia. In pratica, le borse valgono oltre il doppio dell’intera economia americana. Un’anomalia che segnala quanto la crescita finanziaria sia ormai scollegata da quella reale.

Certo, le medie mobili rendono questo trend apparentemente “normale”, ma in realtà siamo ben oltre la seconda deviazione standard: uno scostamento statistico significativo. Inoltre, il PIL americano è in crescita in buona parte grazie alla spesa pubblica e agli incentivi legati all’AI e alla transizione energetica, non per una reale espansione della produttività. Quando la finanza corre più dell’economia, la storia insegna che, prima o poi, arriva il riaggancio.

4) Crescita drogata dall’AI

Tolto il contributo dell’intelligenza artificiale, gli Stati Uniti mostrerebbero una crescita economica inferiore all’1%. Le stime non sono precise al decimale, ma convergono verso questa direzione. Eppure il GDPNow della Fed di Atlanta stima un’espansione superiore al 3% per il terzo trimestre.

Un paradosso: i mercati festeggiano e aggiornano i record, ma gran parte della crescita è concentrata in pochi settori tech. Il resto dell’economia, dai servizi ai consumi, mostra segnali di rallentamento. Se la spinta dell’AI dovesse rivelarsi temporanea o sopravvalutata, l’intero castello di aspettative su cui si regge l’attuale analisi di sentiment rischierebbe di sgretolarsi in poche settimane. È il classico esempio di “growth illusion”: il mercato prezza una crescita che, senza la tecnologia, non esiste.

5) La Fed taglia i tassi, ma qualcosa non torna

E infine, la Federal Reserve. Perché la Fed dovrebbe tagliare i tassi in un contesto di inflazione al 3% e mercato del lavoro ancora solido? Storicamente, la Fed non abbassa i tassi quando tutto va bene. Lo fa quando vede all’orizzonte un rischio: una recessione, un credit crunch, un rallentamento più forte del previsto. Il fatto che i tassi siano in ribasso, mentre l’indice S&P 500 segna nuovi record, è un’anomalia che molti sottovalutano.

E se la banca centrale stesse anticipando un deterioramento macro che noi ancora non vediamo? O peggio, se l’inflazione dovesse riaumentare a causa di politiche monetarie troppo espansive? Sarebbe la combinazione perfetta per un nuovo shock di mercato: crescita debole e inflazione di ritorno.

Un eccesso di fiducia mascherato da stabilità

Cinque considerazioni che rendono questo momento di euforia molto instabile. Non è pessimismo, è statistica.
Ogni volta che la fiducia collettiva si fa cieca, i mercati diventano fragili.

E se la rottura dei massimi fosse una trappola? Beh, i presupposti ci sono: valutazioni elevate, leva finanziaria eccessiva, economia drogata da pochi settori e una politica monetaria che si muove in direzioni ambigue. Ma i mercati, si sa, non guardano al presente: guardano alle aspettative. Sarà interessante vedere se queste si confermeranno prima che qualcuno, ancora una volta, urli al lupo al lupo.