Questa intervista mostra un lato del conflitto in Palestina che non hai mai visto

Rob Piccoli

15/04/2026

Tra valigie di contanti a Hamas e aggressioni demoniache: il racconto scioccante che nessun media mainstream ha raccontato.

Questa intervista mostra un lato del conflitto in Palestina che non hai mai visto

Se non sai ancora chi sia Ari Flanzraich, probabilmente sentirai presto il suo nome.

È un giornalista investigativo canadese trapiantato in Israele da dieci anni, con un curriculum che farebbe invidia a molti colleghi: ha lavorato per The Wall Street Journal, The New Yorker, The Observer e più di recente per The Washington Post. Ma ciò che lo rende unico è la sua capacità di muoversi su entrambi i lati della barricata, grazie alla padronanza di ebraico e arabo.

Ha operato indisturbato nei villaggi palestinesi e negli insediamenti israeliani, arrivando persino a fingersi palestinese per incontrare trafficanti d’armi e comandanti di fazioni militari in Cisgiordania.
Figlio di un eminente rabbino di Toronto, Flanzraich ha scelto di vivere i suoi primi anni in Israele nei villaggi arabi lungo la Linea Verde, fianco a fianco con lavoratori di Gaza e coloni della West Bank. È un osservatore che nessuno può accusare di non aver visto abbastanza.

Il 13 aprile 2026, Tucker Carlson lo ha invitato nel suo show per un’intervista di quasi due ore. Quello che ne è uscito è un racconto crudo, dettagliato e scomodo sul 7 ottobre e sulle sue radici lontane. Ma c’è un’altra dimensione, meno ovvia, che percorre l’intervista come un filo rosso: la dimensione demoniaca.

Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla

Gran parte dei media americani ha raccontato il 7 ottobre 2023 come un’esplosione improvvisa di violenza senza una logica. Flanzraich rovescia questa narrazione. Per capire il massacro – dice – bisogna risalire almeno al 2021, se non prima.

Nel 2021 tre cose cambiarono tutto: le tensioni alla moschea di Al-Aqsa, la disputa sugli sfratti a Sheikh Jarrah e, soprattutto, le rivolte interne tra ebrei e arabi-israeliani dentro i confini di Israele. Per la prima volta in decenni, i palestinesi della Cisgiordania si risvegliarono, i militanti ricominciarono a sparare contro i soldati israeliani e Hamas lanciò razzi. Per Flanzraich, fu il campanello d’allarme ignorato. «Ricordo di aver chiamato mio padre e di avergli detto che quel video non prometteva niente di buono».

Ma la parte più scioccante dell’intervista è un’altra. Flanzraich rivela che Netanyahu e il governo israeliano hanno finanziato Hamas per anni. Lo facevano in modo esplicito, usando valigie di contanti provenienti dal Qatar e dagli Stati Uniti. L’obiettivo era tenere Hamas «grosso e contento» per mantenere il quieto vivere a Gaza. «Tutti lo sapevano», dice Flanzraich, «compresi gli americani». Una strategia che ha funzionato per anni, fino a quando non è esplosa in faccia a chi l’aveva progettata.

La strategia di Sinwar: portare Israele in una trappola

Flanzraich cita un’intervista del 2018 in cui Yahya Sinwar, il defunto capo di Hamas, dichiarò: «Nella prossima guerra, la vittoria di Netanyahu sarà peggiore della sconfitta». Il suo piano era semplice e spietato: costringere Israele a scegliere tra radere al suolo Gaza e rioccuparla. Entrambe le opzioni, nelle sue previsioni, avrebbero trasformato Israele in una potenza di occupazione strozzata economicamente e politicamente. «Brucerà il verde e il secco», aveva profetizzato Sinwar in un discorso poco prima del 7 ottobre, riferendosi a una guerra regionale che non si sarebbe fermata più.

Il sogno di Sinwar si è tragicamente realizzato: due anni e mezzo dopo, Israele è intrappolato in un pantano che ha già provocato decine di migliaia di morti.

E qui entra in scena il demoniaco

Perché Carlson ha scelto proprio Flanzraich? Perché in lui riconosce qualcosa di raro: un giornalista che non si ferma alle analisi politiche e militari, ma che guarda anche all’ombra spirituale del conflitto. E Flanzraich non delude.

Nel corso dell’intervista, i due tornano più volte su un tema che per Carlson è diventato centrale dopo l’aggressione demoniaca che sostiene di aver subìto nel febbraio 2023 (quattro graffi sanguinanti sui fianchi apparsi nel sonno, senza spiegazione naturale). Flanzraich racconta di aver incontrato, nei suoi anni di lavoro sul campo, persone chiaramente possedute – combattenti e civili – la cui crudeltà andava oltre ogni calcolo politico. «C’è qualcosa che precede la politica», dice Flanzraich. «C’è una volontà di annientamento puro, che non cerca un territorio né una bandiera. Vuole solo distruggere».

Carlson annuisce e aggiunge: «È ciò che dicono gli esorcisti. I demoni hanno un animus delendi, una pulsione a distruggere tutto ciò che toccano». La guerra in Medio Oriente, per Carlson, non è solo un conflitto etnico-nazionale. È anche un conflitto spirituale, e Flanzraich – forse senza volerlo – lo conferma.

Cosa fare oggi: rompere lo specchio

La parte più preziosa dell’intervista arriva alla fine. Flanzraich non si limita a descrivere le macerie, ma prova a indicare una via d’uscita. Il suo messaggio è inquietante: il nemico più pericoloso di Israele non è fuori, ma dentro. La sinistra israeliana è morta, la destra domina, ma la società è fratturata e sempre più chiusa in un solipsismo identitario che non ammette critiche.

E proprio qui si gioca la partita decisiva. Se gli ebrei e i palestinesi – che Flanzraich ricorda essere numericamente pari nei territori controllati da Israele – non troveranno un modo per rompere questo specchio, il 7 ottobre sarà solo l’atto di apertura di un declino inarrestabile.

Ma c’è un’ultima intuizione, forse la più scomoda. Flanzraich suggerisce che la vera prigione è l’identità senza trascendenza. Quando un popolo definisce se stesso solo in opposizione all’altro, senza uno sguardo verso qualcosa di più alto, diventa preda di ciò che Carlson chiama «influenza demoniaca». La via d’uscita, allora, non è solo politica. È anche spirituale.

Perché questa intervista è diversa

L’intervista di Carlson a Flanzraich è un documento unico. Non perché rivela fatti nuovi – anche se lo fa – ma perché osserva il conflitto israelo-palestinese da una prospettiva che i media mainstream hanno rimosso: quella spirituale. Che si creda o meno ai demoni, è innegabile che certe crudeltà abbiano un’intensità che sfida ogni spiegazione puramente materialista.

Carlson, da parte sua, non nasconde le sue convinzioni. Ma non le impone. Lascia che siano i fatti – e le parole di Flanzraich – a parlare. E i fatti, in Medio Oriente, sono più inquietanti di qualsiasi fiction.