Netanyahu se ne andrà, ma lo Stato di Israele potrebbe non sopravvivergli. L’eredità controversa di Netanyahu”
“Netanyahu se ne andrà, ma lo Stato morirà con lui”.
La frase, pubblicata il 1° maggio su Haaretz dalla columnist Carolina Landsmann, non è soltanto una provocazione giornalistica. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la crescente convinzione, all’interno di una parte dell’establishment israeliano, che la crisi dello Stato ebraico non riguardi più soltanto Benjamin Netanyahu come leader politico, ma la trasformazione strutturale del sistema che egli ha contribuito a creare.
Per anni Netanyahu è stato raccontato, soprattutto in Occidente, come un politico divisivo ma pragmatico: l’uomo della sicurezza, della crescita economica, della normalizzazione diplomatica con il mondo arabo attraverso gli Accordi di Abramo. Oggi, però, una parte significativa dell’intellighenzia liberal israeliana sostiene una tesi assai più radicale: il “netanyahismo” avrebbe ormai superato Netanyahu stesso, modificando in profondità la cultura politica israeliana, il rapporto fra potere esecutivo e istituzioni, e perfino l’idea stessa di democrazia liberale nel Paese. [...]
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