Quella Yalta a tutti i costi che Trump offre a Mosca per isolare Pechino

Guido Salerno Aletta

24/06/2025

Dopo l’attacco USA all’Iran, Teheran risponde militarmente mentre Mosca media sull’Ucraina e si avvicina a Washington; la Cina rischia di perdere il controllo sui BRICS e sull’ordine multipolare.

Quella Yalta a tutti i costi che Trump offre a Mosca per isolare Pechino

Tutti si chiedono che cosa succederà, ora, dopo il violento attacco americano agli impianti nucleari iraniani e la risposta odierna di Teheran che sta attaccando una base statunitense a Doha, prudentemente già sgomberata esattamente come era stato portato via l’uranio arricchito dalle aree colpite con l’Operazione Midnight Hammer.

Non è un gioco delle parti, ma uno schema di conflitto volto a prefigurarne l’esito: ci sono due scacchieri interconnessi, quello europeo e quello mediorientale, in cui Washington e Mosca sono coinvolte con l’Ucraina e l’Iran.

Da una parte c’è il futuro dell’Ucraina e della sua sicurezza, rispetto a cui Mosca ha già fatto intendere quali sono le sue condizioni: data per scontata l’annessione della Crimea, si tratta di definire la sorte degli oblast conquistati militarmente, un po’ come si fece dividendo la Germania in due Stati apparentemente sovrani dopo la Seconda Guerra mondiale, con la RFT di fatto soggetta al controllo occidentale e la DDR a quello sovietico. Potrebbero essere considerate repubbliche autonome sotto la protezione internazionale di Mosca, senza fare parte formalmente della Federazione russa. Di converso, Kiev e quanto rimarrebbe dell’Ucraina resasi indipendente dall’URSS rimarrebbe ancorata agli Usa con un Trattato di garanzia: la Nato resterebbe fuori dal gioco, come pure militarmente gli Stati europei, ammettendosi unicamente una adesione all’Unione europea. In pratica, Bruxelles avrebbe solo gli oneri della ricostruzione, visto che Washington e Londra si sono garantite le risorse minerarie con appositi Accordi.

Se questi sono gli obiettivi di Mosca sullo scacchiere europeo, ci sono quelli di Washington sullo scacchiere mediorientale. Qui entrano in gioco equilibri più vasti, quelle multipolari coltivati attraverso i BRICS, un’associazione che vuole “dar voce al Sud globale contrastando l’Occidente collettivo”: Trump sa perfettamente che deve sganciare uno dopo l’altro i Paesi che ritiene importanti per la sua strategia di controllo globale, dall’Argentina con Milei in Sudamerica all’Arabia Saudita ed agli altri Stati del Golfo in Medioriente. Sfrutta l’odio secolare tra Sunniti e Sciiti, e quindi l’ostilità verso Teheran che si era prolungato verso Oriente con la Mezza Luna Sciita, sostenendo fazioni a lei favorevoli in Siria, Libano e Palestina. La caduta di Assad e la conquista della Striscia di Gaza, controllata da Hamas, da parte delle truppe israeliane hanno capovolto gli equilibri.

Le iniziative militari di Israele nei confronti dell’Iran hanno messo Trump con le spalle al muro: è dovuto intervenire direttamente, militarmente, perché ha bisogno di avere la sponda di Mosca, affinché ricambi la prospettiva di un accordo sull’Ucraina. È la Russia che deve farsi garante della sicurezza di Teheran, che non deve possedere l’armamento nucleare che tanto preoccupa Gerusalemme: su questo, Vladimir Putin è stato chiarissimo in più occasioni.

Questa è la trappola strategica che Trump sta tendendo alla Russia: lo scambio di garanzie sullo sfondo, Ucraina-Iran, mette completamene fuori gioco la Cina. Pechino ha bisogno di un assetto privo di aree di influenza predeterminate in cui poter continuare ad aggregare attraverso i BRICS+ i Paesi più diversi e lontani, come l’Argentina e l’Arabia Saudita, per sganciarli dalle vecchie alleanze con gli Usa.

Ma Trump è stato prontissimo nel riagganciarli, ed ora prova a sganciare Mosca da Pechino con una Nuova Yalta: è nel gioco delle alleanze e delle prove di forza che si fa la Storia, un giorno dopo l’altro.
Si fa di tutto per ingolosire i nemici: ma sulle tavole riccamente imbandite, c’è spesso cibo avvelenato.