Quanti soldi si possono trasferire a un familiare senza tasse? Limiti, regole e rischi nei bonifici tra parenti secondo il Fisco.
Non abbiamo più segreti per l’Agenzia delle Entrate. Gli occhi del Fisco arrivano ormai ovunque e, per questo motivo, molti si sentono osservati anche quando devono dare dei soldi a un parente utilizzando un mezzo di pagamento tracciabile, come un bonifico postale o una semplice ricarica PayPal.
Attenzione però: questo non significa che ogni transazione economica sotto il controllo dell’Agenzia delle Entrate possa essere oggetto di contestazione. Scambiarsi soldi tra parenti, quando ci sono motivi validi per farlo, è infatti un’attività del tutto lecita. Ad esempio, quando si restituiscono dei soldi anticipati o ricevuti in prestito, oppure quando si tratta di un regalo, nulla di tutto ciò - soprattutto se si tratta di cifre modeste - può far scattare automaticamente un allarme presso il Fisco.
Il discorso cambia quando il legame di parentela viene sfruttato per aggirare l’obbligo di pagare le tasse. In quel caso, sì, il pagamento può finire sotto la lente d’ingrandimento dell’Agenzia delle Entrate e far scattare un controllo per possibile evasione fiscale.
A tal proposito, è bene fare chiarezza su quale sia oggi il limite - che vi anticipiamo è solo indicativo - di denaro che si può inviare a un parente e in quali casi, invece, potrebbe essere preteso il pagamento delle imposte.
Quale importo non superare per allarmare l’Agenzia delle Entrate?
Quando si parla di bonifici o trasferimenti di denaro tra parenti, non esiste una soglia uguale per tutti oltre la quale scatta automaticamente il controllo del Fisco. La normativa italiana, infatti, non prevede un limite preciso per i regali o i prestiti familiari: ciò che conta davvero è la natura dell’operazione e la sua coerenza con la situazione economica delle parti coinvolte.
Nel dettaglio, dal punto di vista fiscale, il principio generale è piuttosto chiaro. Secondo l’articolo 6 del d.P.R. n. 917/1986, il denaro ricevuto in dono non costituisce reddito imponibile e quindi non deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi.
Questo significa che, anche se si tratta di una somma consistente, il beneficiario non deve pagare l’Irpef su quel denaro.
Le cose cambiano, però, quando la cifra non rientra nelle “donazioni di modico valore”, in quanto presenta un importo “rilevante”. Le prime sono i regali abituali, come quelli per compleanni o ricorrenze, e non richiedono alcuna formalità particolare.
Il problema è che non esiste una cifra fissa per stabilire cosa sia “modico”: la Cassazione ha chiarito infatti che bisogna valutare la donazione in rapporto al patrimonio del donante. Una somma di 20.000 euro può essere irrilevante per chi possiede milioni, ma molto importante per chi ha risparmi limitati.
Quando la donazione non è più considerata modica, la legge richiede invece un atto pubblico davanti al notaio. In questi casi non si paga comunque l’Irpef, ma può scattare l’imposta sulle donazioni, che varia in base al grado di parentela.
Tra coniugi, genitori e figli, ad esempio, l’imposta si applica solo oltre la franchigia di 1 milione di euro, con aliquota del 4% sulla parte eccedente. Tra fratelli e sorelle la franchigia scende a 100.000 euro, con aliquota del 6% oltre tale soglia. Per parenti più lontani o estranei, invece, non esistono franchigie e l’imposta si applica sull’intera somma.
Un altro limite da tenere presente è quello relativo al contante. La normativa antiriciclaggio impone che i trasferimenti in contanti non superino i 5.000 euro: oltre questa cifra è obbligatorio usare strumenti tracciabili come bonifici o assegni non trasferibili.
L’importanza della causale
In definitiva, quindi, non esiste un importo preciso che fa scattare l’allarme dell’Agenzia delle Entrate. Le somme modeste, coerenti con le disponibilità del donante e giustificate come regali o prestiti familiari, non creano problemi. I controlli possono invece scattare quando gli importi sono elevati, ripetuti o non coerenti con i redditi dichiarati, soprattutto se non è possibile dimostrarne la provenienza.
Ma attenzione alla causale, perché è proprio questo elemento che consente di chiarire la natura del trasferimento e di evitare equivoci con il Fisco. Il bonifico, infatti, è uno strumento tracciabile e sicuro, ma senza una causale chiara diventa difficile dimostrare se si tratta di un regalo o di un prestito, o anche della restituzione di una somma.
Proprio tra parenti o amici, dove non esistono fatture o contratti formali, la causale diventa la principale prova della natura del pagamento.
L’errore più comune è quello di scrivere frasi generiche o ringraziamenti, poiché spressioni di questo tipo possono insospettire l’Agenzia delle Entrate nel momento in cui potrebbero far presumere pagamenti in nero per prestazioni lavorative. Anche se in molti casi non c’è nulla di irregolare, si rischia comunque di subire controlli o blocchi temporanei del conto.
Trascurare la causale o scriverla in modo improprio può quindi creare problemi inutili, mentre una descrizione chiara e sintetica è spesso sufficiente per evitare contestazioni.
Ma attenzione, perché anche se l’importo è modico e quindi non attira l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate, a poter sollevare obiezioni contro un bonifico tra parenti potrebbero essere gli eredi. Questi, infatti, potrebbero chiedere che il trasferimento venga qualificato come donazione e quindi ricompreso nel calcolo dell’eredità, con possibili effetti sulla ripartizione delle quote tra i legittimari.
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