Prodigi bancari: si fanno meno crediti, ma molti più utili

Guido Salerno Aletta

08/02/2024

Gli alti tassi di interesse sono diventati una vera e propria tassa sui debitori: le banche li incassano e poi li distribuiscono come maggiori utili agli azionisti.

Prodigi bancari: si fanno meno crediti, ma molti più utili

Lavorare di meno, guadagnare di più!
Sono tutti fintamente sbalorditi degli utili stellari riportati dalle banche nel corso del 2023: in Italia, si tratterebbe di oltre 43 miliardi di euro, con un incremento del 70% rispetto ai risultati dell’esercizio precedente.
E’ stato un miracolo di efficienza, oppure solo una ramazzata di interessi incassati da coloro che erano già debitori?

Torniamo ai fondamentali.

Per abbattere l’inflazione che ha caratterizzato l’economia occidentale a partire dalla primavera del 2021, ed erroneamente ipotizzando che derivasse da una eccessiva dinamica economica che scarica sui prezzi la domanda di risorse reali non adeguatamente disponibili sul mercato, mentre dipendeva dall’aumento dei prezzi all’importazione delle materie prime energetiche quotate sui mercati internazionali, anche la Bce ha aumentato i tassi di riferimento per le sue operazioni: in pratica, ora chiede alle banche un interesse del 4,50% annuo per le operazioni di rifinanziamento principale, mentre paga il 4% annuo sulle somme che le vengono depositate dalle banche stesse. In precedenza, la Bce rifinanziava le banche a tasso zero e penalizzava i depositi delle banche, imponendo una sorta di tariffa di parcheggio: erano i tempi della politica monetaria ultra accomodante, con emissioni continue di liquidità in cambio di titoli di Stato.

Mentre in passato le banche erano state indotte ad erogare nuovo credito, perché i loro depositi presso la Bce erano penalizzati da un tasso negativo, ora succede il contrario: per ogni euro depositato presso la Bce incassano il 4% annuo, senza correre alcun rischio e senza alcun costo di gestione dell’impiego. In questo contesto, è ovvio che il 4% è divenuto il tasso minimo a cui le banche europee prestano il denaro ai nuovi clienti, e che lo impongano come “tasso corrente” a tutti coloro che avevano contratto in precedenza mutui a tasso variabile o prestiti alle condizioni di mercato.

Il risultato di questa operazione di politica monetaria restrittiva è sotto i nostri occhi: a questi tassi, visto che i costi del nuovo credito e dei nuovi mutui non è inferiore al 4% annuo, le erogazioni di nuovi prestiti e di nuovi mutui si è ridotta. A dicembre 2023, secondo i dati del rapporto mensile dell’Abi, i prestiti a imprese e famiglie sono scesi del 2,2% rispetto a un anno prima. Il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è stato del 4,42%, mentre il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è stato del 5,69%. Il tasso medio sul totale dei prestiti è stato del 4,76%.

Ma le banche hanno incassato enormemente di più con le rate dei mutui già in corso a tasso variabile e sui prestiti e le anticipazioni già concessi a “tasso corrente”.
Hanno fatto bingo!
Non solo è stata rallentata la concessione di nuovo credito, prestiti e mutui, ma è stato reso enormemente più oneroso quello dei rapporti già esistenti a meno che non fosse stato contrattualizzato un tasso fisso per il finanziamento.

Gli alti tassi di interesse sono diventati una vera e propria tassa sui debitori: le banche li incassano e poi li distribuiscono come maggiori utili agli azionisti.
Per abbattere l’inflazione dei prezzi al consumo è stata premiata la rendita finanziaria, aumentando l’onere degli interessi su coloro che si erano già indebitati: gli utili bancari sono cresciuti così, senza fare assolutamente niente. Un vero prodigio.