Private Equity, il modello che ha sedotto gli investitori ora rischia il collasso

Redazione Money Premium

14 Giugno 2025 - 06:42

L’assenza di uscite e la crisi delle valutazioni mettono in crisi il modello del private equity, un tempo dominatore dei portafogli istituzionali ma ora sempre più simile a una trappola di liquidità.

Private Equity, il modello che ha sedotto gli investitori ora rischia il collasso

Negli anni successivi alla crisi da Covid-19, i mercati azionari statunitensi hanno vissuto un’ascesa notevole: l’indice S\&P 500 è cresciuto del 95% in cinque anni. Eppure, paradossalmente, i gestori di private equity negli Stati Uniti si trovano oggi in difficoltà nel vendere le oltre 12.000 società in portafoglio. Al ritmo attuale di circa 1.500 exit annue, ci vorrebbero otto anni per liberare l’inventario esistente.

Il vero problema? La scarsità di liquidazioni e distribuzioni di capitale agli investitori.

Secondo Bain, queste ultime sono crollate da una media del 30% del valore netto degli asset (NAV) a un esiguo 10%. I grandi investitori istituzionali — come Yale e Harvard — si stanno muovendo verso il mercato secondario per vendere le loro partecipazioni, mentre si parla sempre più spesso di over allocation e di investimenti ben oltre i target.

La crisi attuale ha origine nell’euforia del periodo 2020-2022. I tassi d’interesse vicini allo zero e le valutazioni alle stelle hanno spinto molti fondi a vendere tutto ciò che era stato acquistato prima del 2020 e, contemporaneamente, a pagare prezzi esorbitanti per nuove acquisizioni. Nel 2022, il 45% delle uscite avveniva tramite passaggi tra gestori di private equity, un picco storico secondo Harvard Law School.

Oggi, le aziende acquistate prima del 2020 che non sono state vendute in quel periodo si rivelano spesso zavorre, mentre quelle acquisite successivamente risultano sovrapprezzate e basate su modelli di business non più sostenibili con tassi d’interesse elevati.
Il modello del private equity, un tempo “coccolato” dai grandi allocatori negli anni 2010, inizia a mostrare crepe profonde. Il fundraising, in calo netto nel 2024 e in ulteriore discesa nel 2025 secondo PitchBook, sta generando un effetto domino: meno raccolta significa meno acquirenti e, quindi, meno exit e valutazioni più basse.

Inoltre, l’universo investibile del private equity è limitato: si stima che il suo mercato indirizzabile sia solo un decimo di quello azionario pubblico. Eppure, fondi come quello di Yale hanno dedicato fino al 40% delle allocazioni a questo asset illiquido — una sproporzione sempre più difficile da sostenere.
Il problema si aggrava con la scarsa appetibilità del mercato azionario per le società di piccola capitalizzazione, dove ricade circa il 50-60% del valore dei deal di private equity. Il mercato delle IPO è poco attrattivo, e le aziende in portafoglio — già zavorrate dal debito — non hanno spazio per crescere.

I dati sono preoccupanti: i rendimenti sui leveraged buyout sono saliti al 9,5% e i livelli di leva finanziaria superano spesso 8 volte l’EBITDA, con molte aziende in perdita. Secondo Moody’s, il tasso di default delle società partecipate dai fondi ha raggiunto il 17%, il doppio rispetto a quelle non partecipate.
Per ora, i gestori cercano di guadagnare tempo: rifinanziano con nuove strutture o trasferiscono le aziende in continuation fund. Ma “calciare il barattolo lungo la strada” può essere una strategia rischiosa, soprattutto se i tassi restano alti e l’economia rallenta ulteriormente.

La realtà è che il private equity sta sottoperformando l’S\&P 500 su uno, tre e cinque anni — dati McKinsey alla mano. Quello che era considerato un porto sicuro si sta rivelando una trappola, e la vera domanda oggi non è se il modello sia rotto, ma se l’uscita sia abbastanza larga per tutti coloro che cercano di andarsene.