PIL Italia farà peggio dell’Eurozona, le riflessioni di Panetta (Bankitalia). Salari fermi dal 2000

Laura Naka Antonelli

15/01/2026

Focus sulle ultime previsioni sul PIL dell’Italia nel 2026-2027-2028 formulate da S&P Global. Ma anche a quanto ha detto Panetta (Bankitalia). Tutte le spine del Paese.

PIL Italia farà peggio dell’Eurozona, le riflessioni di Panetta (Bankitalia). Salari fermi dal 2000

Check up sul PIL dell’Italia da S&P Global e da Bankitalia.

Come sta davvero il Paese? Da Milano, in occasione della conferenza annuale di S&P Global, il messaggio si è riconfermato chiaro e forte: il PIL dell’Italia, nel corso del 2026, ma anche nel prossimo biennio, farà peggio di quello dell’intera Europa. Diverse le istituzioni finanziarie hanno già previsto che il prodotto interno lordo italiano farà peggio rispetto al resto dell’Eurozona.

Oggi, giovedì 15 gennaio 2026, nelle stesse ore in cui l’agenzia di rating S&P Global ha presentato la sua view sul Paese, lo stesso ha fatto da Messina il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, illustrando tutto ciò che non va, ma anche i punti di forza dell’economia italiana.

Le previsioni di S&P Global sul PIL dell’Italia. Farà peggio dell’area euro fino al 2028

Nel rapporto dedicato all’Italia firmato da S&P Global, l’agenzia ha annunciato in particolare di prevedere una crescita del PIL italiano, dopo quella pari a +0,5% del 2025, dello 0,8% nel corso di quest’anno 2026, rispetto al +1,2% atteso per il PIL dell’area euro.

Per il 2027 e il 2028 le previsioni per il trend del PIL dell’Italia puntano a ritmi di espansione pari rispettivamente a +0,9% e a +0,8%, ancora più bassi rispetto a quelli attesi per l’economia dell’Eurozona, che sono di una crescita pari rispettivamente a +1,4% e a +1,5%.

Si nota come, secondo l’agenzia di rating, il PIL dell’Italia tornerà a indebolirsi nel 2028 rispetto al 2027 (+0,8% dal +0,9%), a fronte di un prodotto interno lordo dell’area euro che, invece, si rafforzerà, con l’espansione che accelererà per l’appunto il passo da +1,4% a +1,5%.

PIL, per Panetta (Bankitalia) “una sorpresa” negli ultimi anni, ma “la crescita si è recentemente indebolita”

La debolezza del PIL dell’Italia è stata messa in evidenza anche dal numero uno della Banca d’Italia, Fabio Panetta che, tuttavia, riferendosi al trend che include anche quanto accaduto negli anni precedenti, ha parlato di “sorpresa, in senso positivo.

Così Panetta, inaugurando l’anno accademico 2025-26 dell’Università degli Studi di Messina:

“Negli ultimi anni l’economia italiana ha mostrato una capacità di adattamento che ha sorpreso molti osservatori. Nel quinquennio 2020-24, anche con il sostegno della politica fiscale, l’economia italiana ha registrato ritmi di crescita superiori a quelli del decennio precedente e in linea con la media dell’area dell’euro. L’occupazione ha oggi raggiunto i livelli più alti di sempre e il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è aumentato in misura significativa”.

Panetta ha dunque confermato la narrativa del governo Meloni, che ha ribadito diverse volte gli ottimi numeri arrivati dal mercato del lavoro italiano.

Allo stesso tempo, il numero uno di Via Nazionale ha avvertito che quella fase di crescita del PIL che ha sorpreso, in questo momento, è alle spalle: “La crescita”, ha ammesso il governatore di Bankitalia, “ si è recentemente indebolita, come in altri Paesi europei”, con le esportazioni che “sono frenate dalle tensioni geopolitiche e dalla frammentazione del commercio mondiale, mentre la domanda interna fatica a trainare il PIL ”.

La situazione è tale che “le previsioni per il medio termine, incluse quelle del Governo e dei principali analisti, prefigurano una crescita modesta nei prossimi anni e riportano in primo piano le debolezze strutturali dell’economia italiana”.

Panetta ricorda la spina della produttività, “ristagna da un quarto di secolo”. E attenti a salari medi orari

Panetta ha ricordato inoltre il nodo della produttività, che “ristagna da un quarto di secolo” e il fatto che “la capacità di innovare resta distante dai Paesi alla frontiera tecnologica”, spiegando come questi due fattori siano “freni alla crescita”, traducendosi “in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole, che da tempo limita le scelte e le prospettive delle persone, soprattutto delle donne e dei giovani”.

I segnali che arrivano dai numeri fanno capire la gravità della situazione, in particolare per quanto concerne i salari:

“Dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21 per cento in Germania e del 14 in Francia”

.

Su tale dinamica, “ha inciso in modo rilevante lo shock inflazionistico conseguente alla crisi energetica”, tanto che “oggi in Italia i prezzi al consumo sono più alti del 20 per cento rispetto al 2019”, a fronte di “ retribuzioni nominali ” che “sono cresciute del 12, con una riduzione in termini reali di 8 punti percentuali”.

Diverso il caso degli altri principali Paesi europei, dove “la perdita iniziale è stata invece riassorbita ”.

A fare da scudo ai cittadini sono stati, ha sottolineato il banchiere, “ la politica fiscale e la crescita dell’occupazione ”, che “hanno compensato la perdita di potere d’acquisto delle famiglie”.

Basti pensare che, “ dal 2021 gli sgravi fiscali, soprattutto a favore dei redditi medio-bassi, hanno aumentato le retribuzioni nette di 5 punti percentuali, riducendo la perdita in termini reali a 3 punti. In parallelo, è cresciuto il numero dei percettori di reddito da lavoro, in particolare tra i nuclei familiari più fragili”.

“La crescita dei redditi non potrà poggiare in modo permanente sulla politica fiscale”

L’aspetto confortante è che, insieme ai trasferimenti pubblici, questi assist hanno fatto sì che il reddito reale disponibile delle famiglie sia “tornato sui livelli precedenti lo shock inflazionistico, compensando l’erosione del potere d’acquisto e il drenaggio fiscale”.

E tuttavia, “guardando avanti, la crescita dei redditi non potrà però poggiare in modo permanente sulla politica fiscale ”, anche perché la verità è sotto gli occhi di tutti:

I margini di bilancio sono limitati e gli interventi pubblici possono fornire solo un sostegno temporaneo in situazioni eccezionali. Aumenti duraturi dei salari richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro”.

Alert Panetta, Italia destina spesa pubblica per istruzione Università più bassa in Europa

Un altro fattore negativo che vede l’Italia fanalino di coda dell’Unione europea è costituito, ha avvertito il governatore, dal fatto che, tra i principali Paesi europei, il nostro è quello che destina la quantità di spesa pubblica per l’istruzione, nello specifico per le Università, più bassa.

Le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del PIL, quasi un punto in meno della media della UE e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro.

Tra l’altro l’Italia “è l’unico grande Paese europeo in cui la spesa pubblica per studente universitario risulta significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore”, a fronte di quanto avviene in altre economie, dove si verifica il contrario.

Di qui l’appello del governatore di Bankitalia, che ha ricordato che “ un sostegno mirato alle famiglie e all’istruzione genera elevati ritorni economici e sociali”.

Ma come fa un Paese altamente indebitato come l’Italia a riuscire ad assicurare un sostegno del genere?

Per il numero uno di Palazzo Koch la risposta è in interventi “ attuati gradualmente ”, che riescano a preservare “una gestione prudente delle finanze pubbliche e i progressi compiuti nella riduzione del costo del debito”.

La questione deve essere in ogni caso affrontata, in quanto “la valorizzazione del capitale umano non è soltanto una scelta individuale, ma una responsabilità collettiva ”.

Crisi demografica, entro il 2050 l’Italia perderà più di 7 milioni persone in età lavorativa

Non poteva non essere menzionato il grave problema dell’Italia a cui se ne riallacciano tanti altri: quello della bassa crescita demografica.

“Secondo le ultime proiezioni demografiche, entro il 2050 l’Italia perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa. E anche ipotizzando un ulteriore aumento della partecipazione al mercato del lavoro, l’Istat stima una riduzione delle forze di lavoro di oltre 3 milioni. Come ho ricordato in passato, senza un’adeguata crescita della produttività lo squilibrio demografico si tradurrà inevitabilmente in una riduzione del PIL e del benessere complessivo. Il vincolo demografico è, dunque, cruciale. È una questione complessa, che va affrontata su più piani”.

Ovvero?

Per Panetta è necessario prima di tutto far aumentare “la partecipazione alla forza lavoro, in particolare di donne e giovani”.

E qui di lavoro in più da fare ce n’è molto: “Nonostante i progressi compiuti dall’inizio del secolo, rimangono ampi margini di miglioramento ”.

C’è bisogno anche di “un’attenta politica nei confronti dell’immigrazione regolare” e “di gestire le conseguenze economiche e sociali di una popolazione che invecchia ”.

Il problema demografico, ha osservato Panetta, risiede nella “bassa natalità che, come ricordato di recente dal Presidente della Repubblica, solleva interrogativi sull’idea di società e di economia che vogliamo costruire nel lungo periodo”.

Panetta spiega il ruolo delle Università nel sostenere la crescita della produttività

Cruciali nello stimolare la crescita dell’economia, secondo Fabio Panetta, le Università, che sono indispensabili secondo il governatore di Bankitalia per l’apporto che possono dare per colmare quel divario tra l’Italia e altre grandi economie che vede la prima penalizzata in termini di progressi tecnologici e, dunque, di miglioramenti della produttività, a discapito del PIL.

D’altronde l’aumento della produttivitàrichiede investimenti in innovazione e capitale umano, due ambiti in cui l’Università svolge un ruolo centrale”.

In particolare “l’innovazione si alimenta innanzitutto con la ricerca di base”, ha detto il governatore di Bankitalia e, “in questo campo, le Università e gli altri enti di ricerca italiani conseguono già oggi risultati eccellenti”, al punto che, “negli ultimi quindici anni la produzione scientifica nazionale è aumentata in modo considerevole; quella di qualità più elevata, misurata dal numero di citazioni nelle pubblicazioni internazionali, è oggi superiore a quella della Francia e non distante da quella della Germania ”.

Panetta ha aggiunto che “ più debole risulta invece la capacità di trasferimento tecnologico, ossia l’insieme di attività che trasformano i risultati della ricerca in processi innovativi, brevetti, beni e servizi competitivi sui mercati globali” in una fase in cui, “come ha ricordato il premio Nobel per l’economia, Joel Mokyr, l’innovazione nasce dall’incontro tra conoscenza scientifica e competenze tecniche”.

Dunque, “rafforzare questo legame consentirebbe alla ricerca italiana di tradursi più efficacemente in crescita e creazione di valore per il nostro Paese ”.

D’altronde, “ solo in presenza di una forza lavoro adeguatamente preparata il progresso tecnologico può tradursi in un aumento duraturo della produttività”.

Di conseguenza, ha insistito Panetta rivolgendosi al mondo delle Università, “formare i giovani è un investimento ad alto rendimento per la società ”, come sostiene “un’ampia letteratura teorica”, che “indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di sviluppo di un’economia”.

Non per niente, a conferma del ruolo cruciale degli Atenei, “le evidenze empiriche confermano che i Paesi in cui l’istruzione della popolazione progredisce più rapidamente registrano tassi di crescita più elevati. Inoltre, una formazione universitaria di alto livello stimola lo sviluppo locale”.

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