Banche centrali e oro: il cordone ombelicale si sta spezzando? Occhio alle manovre degli istituti in tempi di guerra.
Dalle banche centrali di tutto il mondo sta arrivando un segnale pessimo per i prezzi dell’oro.
Prezzi dell’oro che gli investitori continuano a monitorare attentamente, indecisi sul da farsi dopo il dietrofront significativo che ha colpito le quotazioni a seguito dello scoppio della guerra USA-Iran, iniziata lo scorso 28 febbraio.
Nelle ultime sessioni, la ripresa c’è stata, se si considera che i prezzi dell’oro hanno toccato nella sessione di ieri, mercoledì 15 aprile 2026, i massimi in quasi un mese, sulla scia delle speranze di una de-escalation delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
Quelle speranze sono tornate ad affossare il timore di un’inflazione persistente un po’ ovunque provocata dallo shock petrolifero scatenato dalla guerra, e dunque di rialzi dei tassi.
Ma sempre dalle banche centrali è arrivato un segnale che non è proprio di buon auspicio per i prezzi dell’oro. Tutt’altro.
Si smorza la febbre per l’oro delle banche centrali. Con la guerra l’urgenza si chiama cash
Ovvero? Con le loro ultime mosse, proprio le banche centrali, che in questi ultimi anni hanno tanto contribuito al rally scatenato dei prezzi dell’oro facendo incetta continuamente dei lingotti del bene rifugio per eccellenza, ora remano contro il recupero del metallo.
Il motivo si riassume in poche parole: pur con le speranze di pace, in Medio Oriente la tensione rimane alle stelle e la guerra sta facendo pagare un conto molto caro soprattutto ad alcune economie: prima di tutto, a quelle che dipendono maggiormente dalle importazioni di crude oil.
Molti Paesi stanno assistendo inoltre ai cali delle loro valute locali. In questa situazione, cresce così il numero di banche centrali che, più di oro, necessita ora di cash, ergo di liquidità, e anche in modo alquanto urgente.
Corsa ai contanti, a vendere oro soprattutto banche centrali di Turchia e Russia. Tentata anche la Polonia?
La corsa delle banche centrali, dunque, non sembra essere più all’oro, ma ai contanti, anche perché le istituzioni sono chiamate in molti casi a fare un lavoro ben preciso: supportare il valore delle monete nazionali che, in diversi casi, sulla scia della rimonta del dollaro che è andata avanti dall’inizio della guerra, ha subìto una fase di erosione significativa.
Tra gli esempi, quello della lira turca, che è precipitata ai nuovi minimi record nei confronti della valuta USA, perdendo l’1,7% circa dall’inizio del conflitto in Medio Oriente.
La banca centrale della Turchia è stata costretta così a intervenire, iniziando a liberarsi dei suoi lingotti d’oro e provocando di conseguenza un calo delle sue riserve auree ufficiali pari a 131 tonnellate nel mese di marzo.
A vendere oro anche la Russia di Vladimir Putin, a quanto pare per motivi di budget.
Tra le altre banche centrali che hanno mollato l’asset rifugio per eccellenza quella del Ghana, che ha scaricato il metallo per aumentare la propria liquidità espressa in valute estere.
Anche la banca centrale della Polonia, quella che si è messa in evidenza per essere stata quella che tra tutte le banche centrali ha fatto più shopping di oro nel 2024 e nel 2025, ha avuto la tentazione di passare all’incasso, con il governatore che avrebbe considerato l’ipotesi di smaltire le riserve per finanziare le spese per la difesa polacche.
In generale, le banche centrali starebbero cambiando idea rispetto agli anni precedenti, in cui gli acquisti di oro sono stati imponenti.
Basti pensare che, dati del World Gold Council alla mano, nel periodo compreso tra il 2022 e il 2024 le istituzioni hanno acquistato più di 1.000 tonnellate all’anno, con il 2022 che si è confermato l’anno record per la domanda di oro da parte delle banche centrali.
Pur alta, la febbre ha iniziato a diminuire nel 2025, con acquisti totali ammontati a 863 tonnellate, sulla scia di oscillazioni dei prezzi dell’oro diventate più violente.
Tra le banche centrali che continuano a detenere più oro, spiccano tuttora quelle dell’India, della Cina e delle Germania: dunque, rispettivamente, della Reserve Bank of India, della People’s Bank of China e della Bundesbank, che per ora non hanno ancora apportato variazioni significative alla quantità di oro posseduta.
Nel frattempo, il prezzo spot dell’oro viaggia attorno a $4,838 l’oncia, in fase di correzione in quanto in calo del 10% circa rispetto al record testato alla fine di gennaio.
A zavorrare l’oro, in generale, la paura che un’inflazione in accelerazione finisca per convincere le banche centrali, come la BCE, a tornare ad alzare i tassi.
Le strette monetarie produrrebbero l’effetto di far salire i rendimenti dei bond, e dunque di rendere meno appetibile l’oro, noto per essere asset a rendimento pari a zero.
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