L’Unione Europea si trova davanti a una delle scelte più delicate dalla sua fondazione. La proposta di Bruxelles di utilizzare gli asset sovrani russi congelati per garantire fino a 210 miliardi di euro in prestiti all’Ucraina spinge al limite la cornice giuridica e politica dell’Unione e potrebbe avere ricadute significative sul ruolo internazionale del euro e sulla stabilità dei suoi mercati finanziari.
Il meccanismo elaborato dalla Commissione Europea consiste in un “prestito di riparazione”, attraverso il quale l’UE prenderebbe denaro da Euroclear, il deposito titoli belga che detiene la maggior parte degli asset russi congelati, per trasferirlo a Kyiv a tasso zero. La Russia manterrebbe un diritto di rivendicazione sugli asset: per questo la Commissione sostiene che non si tratti di una vera confisca, poiché i beni restano formalmente di proprietà russa. Tuttavia, le preoccupazioni legali restano vive e alcuni Stati membri, in particolare il Belgio, chiedono ulteriori garanzie.
L’aspetto più sensibile riguarda però le conseguenze internazionali. L’euro rappresenta circa il 20 per cento delle riserve valutarie globali e deriva parte del suo prestigio dalla percezione di stabilità giuridica e di rispetto dei diritti di proprietà. Ricorrere agli asset congelati potrebbe alimentare tra investitori e banche centrali la paura di una futura “weaponization of finance”, un uso politico della valuta e del sistema finanziario europeo. Se ciò accadesse, la moneta unica potrebbe dover offrire un premio geopolitico, cioè rendimenti più elevati per convincere gli investitori internazionali a continuare a detenere titoli in euro, compromettendo la sua funzione di bene rifugio.
Non tutti gli analisti condividono questo pessimismo. Alcuni ricordano che i fondi russi sono bloccati dal 2022 e che il mercato aveva già ampiamente anticipato la possibilità del loro utilizzo. Per altri invece l’Europa rischia di incrinare la propria reputazione di area governata saldamente dallo Stato di diritto, elemento fondamentale per attirare capitali soprattutto dall’Asia e dal Golfo Persico.
La Banca Centrale Europea mantiene una posizione prudente. Ha già respinto con fermezza qualsiasi ipotesi di coinvolgimento diretto come prestatore di ultima istanza, ritenendola contraria ai divieti sul finanziamento monetario agli Stati. Christine Lagarde ha avvertito che il piano si spinge fino ai limiti del diritto internazionale e che la reputazione dell’Europa è in gioco. Proprio questa cautela è considerata da alcuni economisti un segnale positivo, un modo per preservare l’autonomia e la credibilità del sistema monetario dell’euro e la sua funzione di valuta rifugio.
Nel frattempo, la politica europea si sta allineando sempre più a favore dell’intervento. Paesi come la Germania, un tempo al fianco della BCE nel mettere in guardia contro i rischi finanziari, sono ora tra i principali sostenitori del progetto. L’argomento è che i bilanci nazionali sono sotto pressione e non esiste un’alternativa realistica per mantenere Kyiv solvibile e in grado di resistere sul campo di battaglia nei prossimi anni.
Il dibattito rimane dunque aperto. Il piano non riguarda soltanto gli asset russi, ma il futuro stesso del euro come valuta di riferimento globale. Se l’UE saprà dimostrare che sicurezza collettiva e rispetto delle regole internazionali possono convivere, la moneta unica uscirà rafforzata come simbolo dell’autonomia strategica europea. In caso contrario, una perdita di fiducia potrebbe accompagnare l’Europa per molto tempo, con conseguenze profonde sulla sua capacità di essere protagonista negli equilibri economici internazionali.