Non avrei mai immaginato che ciò accadesse ma al momento, dal punto di vista di un investitore, gli Stati Uniti, a mio modesto parere, assomigliano più a un mercato emergente che a un mercato sviluppato.
Chiariamo subito la distinzione fra i due concetti, almeno dal punto di vista teorico. I Mercati Sviluppati (DM) sono economie mature e stabili, caratterizzate da un forte e consolidato stato di diritto, alta trasparenza delle regole e mercati finanziari molto capitalizzati e liquidi. Offrono maggiore prevedibilità nei trend di fondo e minore volatilità, ma con un potenziale di crescita generalmente più moderato. Esempi tipici includono Stati Uniti (fino all’avvento di Trump), Giappone ed Europa occidentale.
I Mercati Emergenti (EM), al contrario, sono economie in rapida crescita che offrono un elevato potenziale di rendimento, ma a fronte di maggiori rischi geopolitici. Le loro caratteristiche distintive includono un rischio politico e normativo più elevato (il cosiddetto «rischio di stato di diritto»), maggiore volatilità nei trend e sono quindi mercati finanziari meno sviluppati cioè meno capitalizzati e per questo meno trasparenti. Cina, India e Brasile sono esempi noti di EM. Il punto cruciale del dibattito attuale è che anche economie tradizionalmente DM, come gli Stati Uniti, possono iniziare a mostrare tratti tipici degli EM, specialmente quando il fattore politico assume un peso crescente sulle decisioni economiche e di investimento.
Per questo è fondamentale chiarire cosa intendo quando affermo che gli Stati Uniti, cioè l’economia più grande, più finanziarizzata e più importante del mondo sta iniziando a conformarsi a un mercato emergente.
Sebbene non mi sia mai occupato di mercati emergenti come attività principale, mi ha sempre colpito il fatto che la differenza chiave nell’investire nei mercati emergenti oppure no sia la necessità di considerare il rischio legato allo «stato di diritto».
Ecco perché la Cina, la seconda economia mondiale, è un EM mentre il Giappone no: posso acquistare un’azione o un’obbligazione giapponese e quell’investimento, in linea di massima, avrà successo o fallirà in base alla mia analisi dell’emittente sottostante. Perché in Giappone ci sono delle regole rigide sulla trasparenza nella redazione dei bilanci e ci sono delle autorità di vigilanza indipendenti che presidiano la correttezza delle informazioni per gli investitori.
Ma per investire nella Cina dovrei considerare altri rischi, come i controlli governativi sui capitali all’ingresso, la difficoltà di reperire bilanci aziendali e di reperirli veritieri, o gli improvvisi cambiamenti delle direzioni politiche decise dalla dittatura del Partito Comunista. Ne sanno qualcosa gli investitori cinesi in credito high-yield quando il governo centrale, che precedentemente era stato avverso ai default, ha scoperto “un’affinità” (per così dire) per la procedura di ristrutturazione delle obbligazioni offshore delle aziende del settore immobiliare dopo il 2021. Lasciando in “mutande” coloro che vi avevano investito.
Un altro esempio è la Russia, dove gli obbligazionisti si sono ritrovati con nulla in mano, o con obbligazioni impossibili da liquidare, perché dopo il 24 febbraio 2022, cioè dopo l’invasione dell’Ucraina, sono stati troncati del tutto i rapporti finanziari con la Russia, cioè i sistemi di pagamento swift e i sistemi di compensazione euroClear e Cedel, a seguito delle sanzioni di Stati Uniti e UE.
Certo, il rischio politico è sempre presente in misura maggiore o minore quando si tratta di investire in Europa o in UK, ma quando si tratta di investire nei Mercati Emergenti direi che comprendere l’economia politica di un paese è almeno altrettanto importante quanto comprenderne l’economia reale.
E gli Stati Uniti che ruolo hanno in tutto questo?
Ad oggi, gli Stati Uniti sono un paese - da quando Trump è diventato presidente - per me difficile in cui investire. Perché è aumentato il rischio geopolitico che prima era estraneo alla economia americana. Trump è diventato il “cigno nero” dei mercati, alla stregua del caso Lehman Bros, o del Covid-19, anche se in minor entità.
Avevi puntato sull’economia green? Gli investimenti in energia pulita fatti sotto l’amministrazione Biden sono stati messi a rischio dal «One Big Beautiful Bill».
Avevi scommesso - come me - su un dollaro forte? Niente di più sbagliato. Il dollaro da gennaio 2025 è crollato.
Eppure, l’amministrazione Trump, statene certi, piloterà il dollaro ancora più in basso da dove sta adesso, per rilanciare l’export USA e ridurre il disavanzo della bilancia commerciale, noncurante del pericolo che gli investitori stranieri (cinesi e giapponesi, per esempio) smettano un bel giorno di affezionarsi ai treasuries e inizino a vendere per rimpatriare i fondi e investire in casa propria o per dirottare i loro soldi sull’euro.
E siccome il nuovo governatore della Fed nel maggio 2026 sarà un servo fedele di Donald, (mandando all’aria la proverbiale indipendenza della Fed dal potere politico che sussisteva da oltre 100 anni), ciò nuocerà ancora di più al dollaro.
La svendita dei dollari potrebbe inoltre dimostrarsi incontrollata qualora essa venisse attuata dagli investitori stranieri per vendetta contro la dissennata guerra commerciale di Donald Trump.
E veniamo ad un’altra questione fondamentale. È oramai un dato di fatto che gli accordi commerciali sono in un perenne stato “ondivago” poiché le tariffe oscillano costantemente da una notizia all’altra: un ottimo ambiente per il trading di rame, ma non per costruire catene di approvvigionamento efficienti per le aziende di tutto il mondo.
Allo stesso tempo, numerosi commentatori hanno notato scambi «sospetti» in borsa, al NYSE o CBOE tanto per fare esempi, in concomitanza con decisioni politiche che hanno mosso il mercato pesantemente, in totale disprezzo per le sacre regole del divieto di “insider trading”: basti pensare alla giornata del 9 aprile 2025, quando Wall Street volò per aria dopo le nuove dichiarazioni di Trump sulla sospensione dei dazi per 90 giorni. Il Dow Jones Salì del 6,26%, il Nasdaq guadagnò il 9,04% mentre lo S&P 500 segnò +7,46%.
Pensate che, guarda caso, la dichiarazione del presidente USA arrivò a mercati americani aperti e nei giorni seguenti circolò un video in cui Trump si congratulava la sera del 9 aprile con Charles Schwab, proprietario della omonima piattaforma di trading online, per i guadagni miliardari che gli aveva fatto fare con quell’annuncio.
E come non riflettere sul fatto che i movimenti di azioni statunitensi come Tesla sono diventati sempre più correlati alla percezione del rapporto tra i CEO Musk e il Presidente?
Tutto ciò è una prova “de facto” che l’economia e la finanza USA stanno sempre più diventando un “affare politico” alla mercé delle decisioni altalenanti di un uomo solo, la cui imprevedibile strategia sta acquisendo sempre più importanza nel trend azionario americano e internazionale, anche quando si investe nelle mega-capitalizzazioni statunitensi.
Non illudetevi che si possa ritornare alla normalità in tempi brevi: finche c’è Trump sarà difficile investire nei mercati azionari americani e in Treasury USA con un dollaro a rischio di sgretolamento e un alto rischio di inflazione.
Quali considerazioni dovrebbe trarre da tutto ciò un investitore europeo?
E arriviamo al punto fondamentale: è rilevante per gli investitori in azioni e obbligazioni se gli Stati Uniti assomigliano un po’ più a un EM?
Credo che lo sia per una ragione fondamentale: perché dobbiamo cambiare il nostro processo di investimento, ponendo maggiore enfasi sulla comprensione dell’economia politica «trumpiana». Se le decisioni di investimento riflettono sempre più fattori politici anziché economici, nel tempo ciò ostacolerà un’allocazione efficiente dei capitali in America, spingendo al ribasso la crescita americana (per i tassi di interesse sui Treasury più alti in futuro, visto il peggioramento del deficit/PIL e del debito/PIL) e al rialzo l’inflazione negli Stati Uniti (per effetto di un aumento dei prezzi dei beni importati con maggiori dazi).
Quindi è possibile continuare a investire negli USA, ma senza opportune misure protettive, la svalutazione del dollaro vanificherà gran parte del rally.
Per esempio, da inizio anno al 16 luglio l’indice SP500 ha realizzato un ritorno assoluto del +6,25% ma in euro diventa -5% e così anche il Dow Jones che fa +3,60% ma tradotto in euro diventa un -7,20%.
Quindi se volete acquistare un ETF su SP500 dovete sterilizzare il rischio di cambio, ad esempio acquistando ETF di tipo hedge quale l’iShares S&P 500 EUR Hedged UCITS ETF (Acc) ISIN IE00B3ZW0K18 Ticker IUSE.
L’ETF replica la performance dell’indice sottostante con replica fisica totale (acquistando tutti i componenti dello stesso). I dividendi dell’ETF sono accumulati e reinvestiti nell’ETF. È dotato di copertura valutaria in Euro mediante utilizzo di derivati.
L’ETF iShares S&P 500 EUR Hedged UCITS ETF (Acc) è un ETF di dimensioni molto grandi con un patrimonio gestito pari a 7,241 mln di Euro.
Tra gli ETF su SP500 a copertura del rischio di cambio c’è anche l’Amundi S&P 500 UCITS ETF Daily Hedged EUR (C) ISIN LU1681049109 Ticker 500H.
L’ETF effettua la replica sintetica della performance dell’indice sottostante con uno swap. I dividendi dell’ETF sono accumulati e reinvestiti nell’ETF.
L’ETF Amundi S&P 500 UCITS ETF Daily Hedged EUR (C) è un ETF di buone dimensioni con un patrimonio gestito pari a 576 mln di Euro e possiede la Copertura valutaria in Euro (EUR).
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