L’Unione Europea dovrebbe elaborare al più presto una propria politica nei confronti della Cina, smarcandosi dalla posizione conflittuale dell’amministrazione Trump.
Parola di José Manuel Albares, ministro degli Esteri della Spagna, ultima capofila del sempre più nutrito blocco di governi e Paesi Ue interessati a salvaguardare le relazioni economiche tra Bruxelles e Pechino.
Anche perché l’intero continente, che in precedenza aveva seguito Joe Biden imponendo dazi sulle auto elettriche made in China e mantenendo congelato il Comprehensive Agreement on Investment (CAI), si ritrova adesso a fare i conti con l’ostilità di Donald Trump nei confronti degli alleati europei.
La situazione, in Europa, è dunque più o meno questa: da una parte troviamo Paesi che suggeriscono di abbracciare la posizione aggressiva degli Stati Uniti nei confronti del Dragone per ingraziarsi lo stesso Trump (che però sul dossier europeo ha dimostrato di avere idee un po’ diverse); dall’altro c’è invece chi, come la Spagna, mette in guardia dal mettere a repentaglio i rapporti commerciali Ue-Cina.
“L’Europa deve prendere le sue decisioni da sola. E dobbiamo decidere quando la Cina può essere un partner e quando la Cina è un concorrente”, ha dichiarato Albares al Financial Times. “Possiamo certamente avere un dialogo con il paese che ritengo essere il nostro alleato naturale, gli Stati Uniti. Ma l’Europa deve prendere le proprie decisioni”, ha aggiunto.
L’Ue stretta tra due fuochi (e due blocchi)
La frattura tra l’Ue e Trump si è ingigantita negli ultimi giorni, dopo l’apertura del presidente statunitense alla Russia e la convocazione di un tavolo negoziale tra Washington e Mosca senza rappresentanti europei. Non solo: gli Stati Uniti hanno anche suggerito che potrebbero ritirare le loro garanzie di sicurezza dall’Europa, imporre dazi e minimizzare la minaccia russa al continente.
Senza più potersi affidare agli Stati Uniti, e con la Cina più volte definita un rivale sistemico, Bruxelles si trova davanti a un bivio e, in assenza di decisioni, rischia di restare schiacciata tra due fuochi. Detto altrimenti, la mossa di Trump fa «scontare» all’Europa la posizione più aggressiva assunta nei confronti di Pechino negli ultimi otto anni su consiglio statunitense. E non è forse un caso che, come segnale di un possibile disgelo sino-europeo, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, abbia chiesto un nuovo sforzo per migliorare le relazioni tra Bruxelles e Pechino.
La Spagna, mentre l’Italia di Giorgia Meloni usciva dalla Nuova Via della Seta, ha iniziato a corteggiare gli investimenti cinesi, mentre il primo ministro Pedro Sánchez, negli ultimi due anni, ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping due volte a Pechino. Non solo: lo scorso ottobre, quando l’Ue imponeva tariffe fino al 45% sui veicoli elettrici cinesi, lo stesso Sánchez faceva astenere Madrid nel voto chiave. Così come Germania e Ungheria, entrambe contro i dazi ed entrambe desiderose di fare affari con il Dragone.
Affari, investimenti, accordi
Il CAI, il maxi accordo di libero scambio tra l’UE e la Cina, è ancora nel limbo. Ciò non ha impedito ad alcuni membri dell’Unione di muoversi in autonomia. La richiamata Spagna, per esempio, ha accolto con piacere la decisione del colosso automobilistico cinese Chery di avviare la produzione di veicoli a Barcellona, in collaborazione con il partner locale EV Motors. E ancora: Madrid ha aperto le porte a due investimenti cinesi nella realizzazione di batterie al litio.
CATL si è impegnata a costruire uno stabilimento da 4 miliardi di euro con Stellantis a Saragozza, mentre AESC, controllata dalla cinese Envision, sta progettando una fabbrica a Cáceres. Envision Energy dovrà inoltre realizzare in Spagna un parco industriale dedicato all’idrogeno verde con un investimento di 1 miliardo di dollari.
La Germania, o meglio le case automobilistiche tedesche, continuano a stringere intese oltre la Muraglia, così come la Serbia e l’Ungheria sono ben felici di attrarre investimenti cinesi. Che cosa succederà allora? La Cina manterrà la calma. Anche perché tra gli studiosi cinesi c’è chi sospetta che l’improvviso dietrofront dell’Ue possa essere una sorta di tattica usata da Bruxelles per fare pressione su Trump. La sensazione, invece, è che numerosi governi europei siano stanchi di non poter scegliere tra Usa e Cina in base alle loro convenienze economiche del momento.