Nel cuore della crisi dell’eurozona del 2011, mentre l’Italia fronteggiava il rischio concreto di default e la BCE lottava per tenere unita la moneta unica, una parola straniera fece improvvisamente irruzione nel lessico comune e nel dibattito politico nazionale: spread.
Inteso come la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani a dieci anni (BTP) e i corrispettivi tedeschi (Bund), il termine diventò presto sinonimo di paura, incertezza e instabilità. Lo spread non era solo un indicatore finanziario: era diventato un simbolo della credibilità del Paese, un’unità di misura del rischio, e persino un’arma retorica usata da giornali e partiti.
Oggi, oltre dieci anni dopo, l’Italia è profondamente cambiata, ma lo spread continua a vivere come un’ossessione politica. Eppure, il suo significato economico si è drasticamente ridotto. A dimostrarlo è la recente discesa del differenziale sotto i 100 punti base — un evento raro — che ha spinto la premier Giorgia Meloni a celebrare il fatto in Parlamento come una prova della solidità e dell’affidabilità riconquistata dal Paese. Ma la realtà, spiegano molti economisti, è ben diversa.
Infatti, mentre la presidente del Consiglio parlava di BTP “più sicuri di quelli tedeschi”, il suo ministro dell’Economia, con un sorriso ironico, scuoteva la testa. Non per disaccordo, ma per consapevolezza tecnica: il calo dello spread è dovuto in gran parte all’aumento dei rendimenti dei titoli tedeschi, spinti dalle nuove spese di Berlino per difesa e infrastrutture, e non a un miglioramento strutturale dei conti italiani.
In altri termini, oggi lo spread riflette sempre meno il rischio dell’Italia e sempre più i cambiamenti nella politica fiscale tedesca. Secondo l’economista Tito Boeri, “quello che davvero conta per noi non è la distanza dalla Germania, ma il livello assoluto dei tassi d’interesse”. E questo livello resta alto: i BTP decennali offrono un rendimento del 3,6%, rispetto al 3,2% dei titoli spagnoli e al 3,4% dei greci. L’Italia resta quindi tra i paesi con i titoli più esposti alla volatilità, a causa del peso del suo debito.
Con un debito pubblico di oltre 3.000 miliardi di euro, pari al 135% del PIL, l’Italia spende ogni anno circa 90 miliardi di euro — ovvero il 4% del PIL — solo per pagare gli interessi. Una cifra che rende evidente come, a prescindere dalla distanza con i Bund tedeschi, il problema di fondo sia strutturale: sostenere un debito enorme in un contesto internazionale incerto.
Non è un caso se anche Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del board della Banca Centrale Europea, sottolinea che la recente attrattività dei titoli italiani è legata più al calo della fiducia nei confronti dei Treasury americani e al timore di una svalutazione del dollaro, che a un cambiamento nelle politiche economiche di Roma. In un contesto di “flight to yield” — cioè la ricerca di rendimenti più alti in un mercato obbligazionario globale instabile — gli investitori tornano a guardare all’Europa, puntando però sui titoli che offrono guadagni maggiori, come quelli italiani. Ma ciò non significa che l’Italia sia oggi percepita come più solida: è semplicemente meno rischiosa *relativamente* ad altri scenari globali.
Gli investitori reagiscono più a eventi internazionali che a scelte politiche italiane. È ciò che accadde, ad esempio, nel 2018 con l’annuncio dei dazi statunitensi da parte di Donald Trump: lo spread italiano si allargò bruscamente, salvo poi tornare a calare pochi giorni dopo, senza alcun cambiamento a Roma.
Questa dinamica mostra come l’andamento del differenziale tra BTP e Bund non sia un indicatore affidabile delle politiche economiche di un governo. Anche storicamente, lo spread è sceso sotto i 100 punti base in fasi molto diverse: nel 2009, sotto il governo Berlusconi, oscillava tra gli 80 e i 100 punti; nel 2021, sotto la guida di Mario Draghi, toccò nuovamente quei livelli, prima di risalire con l’inflazione globale post-pandemia.
In entrambi i casi, i miglioramenti furono temporanei e seguiti da nuove impennate, causate da fattori esterni. Ciò dimostra quanto sia fragile l’illusione che un differenziale basso significhi stabilità duratura. In un sistema finanziario interdipendente, dominato da flussi di capitale globali e da una continua alternanza tra fasi di risk-on e risk-off, anche i governi più prudenti sono esposti alla volatilità.
Il paradosso è evidente: mentre la Germania, un tempo simbolo di disciplina fiscale, si allontana dai suoi parametri storici per finanziare nuove spese pubbliche, l’Italia continua a usare lo spread come unità di misura del proprio successo o fallimento. Ma se Berlino cambia, anche il confronto perde significato.
La realtà è che l’Italia non può permettersi di abbassare la guardia. La stabilità finanziaria del Paese dipende dalla capacità di mantenere credibilità sui mercati, controllare la spesa pubblica, e navigare con prudenza in un mondo sempre più imprevedibile. In questo contesto, fissarsi sullo spread rischia di distrarre dall’unico vero obiettivo: garantire la sostenibilità del debito nel lungo periodo, indipendentemente da ciò che accade a Berlino, Washington o Bruxelles.
Lo spread è ormai un indicatore parziale, spesso fuorviante. Continuerà a comparire nei titoli dei telegiornali e nei discorsi parlamentari, ma non dovrebbe più essere considerato il barometro supremo della salute economica italiana. L’ossessione collettiva per il differenziale con la Germania è un’abitudine ereditata da un’altra epoca. Oggi, più che il confronto, conta la sostanza.