La crisi dei modelli economici mette in discussione l’efficacia del 2 per cento e delle aspettative nei mercati.
Negli Stati Uniti si discute incessantemente di tassi d’interesse e nomine nella Federal Reserve, ma un interrogativo ancor più profondo attraversa i corridoi delle banche centrali: esiste ancora una teoria solida su come controllare l’inflazione?
Per anni, il sistema si è retto sull’idea che fissare un target di inflazione e regolare i tassi d’interesse fosse sufficiente a mantenere la stabilità dei prezzi. Un approccio basato sulle aspettative dei cittadini e dei mercati: se tutti credono che l’inflazione resterà intorno al 2 per cento, questa effettivamente vi convergerà. Ma oggi, dopo crisi finanziarie, pandemie e shock geopolitici, questa convinzione mostra crepe sempre più evidenti.
Mervyn King, ex governatore della Bank of England, parla apertamente di fondamenta intellettuali “traballanti”. Il monetarismo ha perso la capacità di spiegare la realtà, perché la moneta non viene più controllata solo dalle banche centrali e la sua velocità di circolazione varia in modo imprevedibile. La teoria dell’inflazione come strumento per ridurre il valore del debito pubblico resta elegante sulla carta, ma troppo difficile da misurare. L’idea oggi dominante, quella delle aspettative, sembra essersi trasformata in vanagloria comunicativa: si presume che dichiarare un obiettivo basti a raggiungerlo, senza interrogarsi sul meccanismo che collega parole e prezzi. [...]
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