Negli Stati Uniti si discute incessantemente di tassi d’interesse e nomine nella Federal Reserve, ma un interrogativo ancor più profondo attraversa i corridoi delle banche centrali: esiste ancora una teoria solida su come controllare l’inflazione?
Per anni, il sistema si è retto sull’idea che fissare un target di inflazione e regolare i tassi d’interesse fosse sufficiente a mantenere la stabilità dei prezzi. Un approccio basato sulle aspettative dei cittadini e dei mercati: se tutti credono che l’inflazione resterà intorno al 2 per cento, questa effettivamente vi convergerà. Ma oggi, dopo crisi finanziarie, pandemie e shock geopolitici, questa convinzione mostra crepe sempre più evidenti.
Mervyn King, ex governatore della Bank of England, parla apertamente di fondamenta intellettuali “traballanti”. Il monetarismo ha perso la capacità di spiegare la realtà, perché la moneta non viene più controllata solo dalle banche centrali e la sua velocità di circolazione varia in modo imprevedibile. La teoria dell’inflazione come strumento per ridurre il valore del debito pubblico resta elegante sulla carta, ma troppo difficile da misurare. L’idea oggi dominante, quella delle aspettative, sembra essersi trasformata in vanagloria comunicativa: si presume che dichiarare un obiettivo basti a raggiungerlo, senza interrogarsi sul meccanismo che collega parole e prezzi.
Il paradosso diventa evidente sul piano pratico. Negli Stati Uniti l’inflazione resta sopra il target, ma cresce la pressione politica e finanziaria per ridurre i tassi, quasi a ignorare i manuali macroeconomici. I Paesi con alta inflazione e alti tassi convivono da sempre, ma ciò porta alcuni leader a credere che tagliare i tassi possa far scendere automaticamente i prezzi. Un cortocircuito logico che alimenta l’impressione che la politica monetaria stia scivolando nel territorio della cosiddetta voodoo economics.
A complicare il quadro, i possibili futuri leader della Fed mostrano orientamenti non solo diversi, ma spesso privi di una cornice teorica coerente. Stephen Miran pone il tema della regolamentazione come leva fondamentale e critica l’affidabilità dei dati sull’inflazione. Kevin Warsh appare più vicino a un ritorno al monetarismo. Christopher Waller adotta un approccio più accomodante, mentre Kevin Hassett, il favorito politico, ha espresso finora solo opinioni sparse, spesso attraverso interviste televisive, sostenendo che i tassi dovrebbero scendere perché “l’inflazione è bassa”, una posizione che trova consenso nella Casa Bianca ma scarsa legittimità tra gli economisti più ortodossi.
La verità è che, mentre l’inflazione torna a essere una preoccupazione concreta per investitori e famiglie, manca una visione chiara e condivisa su come affrontarla. Il centro teorico della politica monetaria, un tempo solido e ben definito, appare oggi più simile a un buco nero: tutti lo osservano, tutti ne percepiscono la forza, ma nessuno riesce davvero a spiegare cosa accada al suo interno.
In attesa che emerga una nuova architettura concettuale, i banchieri centrali continuano a parlare, affidandosi a parole e dichiarazioni nella speranza che possano influenzare il comportamento economico collettivo. Ma è possibile che la fase storica attuale richieda qualcosa di diverso: meno incantesimi retorici e più comprensione di un mondo in trasformazione. Perché se davvero i “sciamani monetari” non hanno più una teoria affidabile, il rischio è che la stabilità dei prezzi diventi una questione di fortuna, più che di politica economica.