USA resilienti, Europa molto più fragile: petrolio, guerra nel Golfo e BCE rendono il 2026 un bivio decisivo per capire se il rallentamento diventerà una vera recessione.
Per settimane il mercato ha continuato a raccontarsi una storia rassicurante. Gli Stati Uniti crescono più del resto del mondo sviluppato, Wall Street recupera rapidamente gli shock geopolitici e il mercato del lavoro, pur meno brillante, non mostra ancora una rottura vera. In questa lettura, il 2026 sarebbe solo un altro anno di assestamento, non l’inizio di una fase recessiva. 
Poi, quasi all’improvviso, il linguaggio è cambiato. Da marzo in avanti, le grandi case di analisi hanno iniziato a rivedere verso l’alto il rischio di recessione negli Stati Uniti, mentre il conflitto nel Golfo ha riportato al centro il petrolio, le rotte commerciali e la vulnerabilità delle economie importatrici di energia. A cambiare non è stato solo il numero finale delle previsioni, ma la natura stessa del rischio: meno legato alla sola stretta monetaria, più esposto a guerra, energia, fiducia e catene di approvvigionamento. 
Il punto più delicato è che questa nuova fase non colpisce tutti allo stesso modo. Gli Stati Uniti arrivano a questo passaggio con una struttura energetica relativamente più solida, mercati finanziari profondi e un settore tecnologico che continua a sostenere le valutazioni. L’Europa, invece, si trova molto più esposta: crescita debole, industria già sotto pressione e una Banca Centrale Europea (BCE) costretta a muoversi in equilibrio tra inflazione importata e rallentamento economico. Ed è proprio qui che il confronto diventa decisivo.  [...]
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