I profitti delle big company mondiali toccano livelli record, ma le stesse aziende che dominano i mercati stanno avviando tagli di massa e ondate di licenziamenti mai visti prima.
In prima linea c’è Amazon, che solo nella prima metà dell’anno ha realizzato oltre 35 miliardi di dollari di utile, ma ha annunciato negli scorsi giorni il licenziamento di circa 14.000 dipendenti nella propria struttura corporate, un numero che secondo le prime indiscrezioni potrebbe arrivare fino a 30.000 e rappresentare il più grande ridimensionamento della sua storia.
Il CEO Andy Jassy ha spiegato che l’obiettivo è rendere Amazon “la più grande azienda del mondo, ma con la mentalità di una startup”, segnalando una svolta verso una struttura più snella e in grado di adattarsi ai cambiamenti. Nonostante l’azienda neghi un collegamento diretto tra l’AI e i licenziamenti, è chiaro che l’intelligenza artificiale gioca un ruolo centrale nella decisione e, come lo stesso Jassy ha riconosciuto, trasformerà “inevitabilmente” il modo in cui le aziende lavorano (e assumono).
Ma Amazon non è la sola. Negli Stati Uniti, UPS ha tagliato circa 48.000 posti di lavoro nel 2025, tra personale operativo e manageriale, mentre Target ha eliminato 1.800 posizioni corporate per diventare, nelle parole del nuovo CEO, “più forte, più veloce e meglio posizionata per il futuro”. Anche Paramount Skydance si prepara a un taglio di oltre 1.000 ruoli, e persino Meta, gigante della rivoluzione AI, ha avviato nuove riduzioni nel suo reparto dedicato proprio all’intelligenza artificiale.
In Europa la situazione non è migliore. Nestlé, ad esempio, ha annunciato l’eliminazione di 16.000 posti come parte di un ridimensionamento che ha già coinvolto oltre 20.000 lavoratori nel continente.
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L’illusione dell’AI e la logica del capitale
Dietro questi tagli si nasconde però un paradosso profondo. Queste multinazionali stanno riducendo il personale in nome di una rivoluzione tecnologica che, di fatto, non si è ancora materializzata. La “promessa” dell’intelligenza artificiale è infatti quella di aumentare la produttività e ridurre i costi, ma nel breve periodo le aziende tagliano soprattutto per liberare risorse finanziarie con cui investire in tecnologie potenziali o ancora immature.
Un’indagine di KPMG condotta a settembre mostra che le imprese hanno aumentato del 14% gli investimenti in AI, con una spesa media di 130 milioni di dollari prevista per il 2026. Inoltre, il 78% dei dirigenti intervistati ammette di subire forti pressioni da parte di investitori e consigli di amministrazione per dimostrare che l’AI porta risultati tangibili in termini di efficienza e profitti.
Secondo Jessica Kriegel, Chief Strategy Officer della società di consulenza Culture Partners, “poche aziende stanno davvero sostituendo persone con l’intelligenza artificiale. I licenziamenti di oggi sono in gran parte preventivi: servono a liberare capitale e dimostrare disciplina ai mercati.” In altre parole, l’AI è più un pretesto economico che una vera rivoluzione produttiva.
Anche Sam Ransbottom, professore di Business Analytics al Boston College, avverte che “molte aziende si aspettano troppo da questa tecnologia e non tutto ciò che viene promesso si realizzerà.” I licenziamenti di massa non sono dunque il segnale di una produttività esplosiva, ma di un’economia aziendale spinta dall’ansia di mostrarsi pronta alla prossima grande ondata tecnologica.
Il rischio di un effetto boomerang
La corsa all’efficienza, però, può trasformarsi in un boomerang macroeconomico. Gli economisti definiscono la situazione attuale come un mercato “a bassa mobilità”: le imprese non solo licenziano, ma smettono di assumere, lasciando le posizioni vacanti scoperte. Con il blocco parziale dei dati ufficiali negli Stati Uniti, l’analisi del mercato del lavoro è frammentaria, ma i segnali convergono verso un rallentamento.
“Ridurre troppo presto non rende le aziende più flessibili, ma più fragili”, avverte ancora Kriegel. “Chi vincerà questa rivoluzione non sarà chi automatizza più in fretta, ma chi saprà restare abbastanza adattivo da correggere la rotta quando la tecnologia fallirà.”
Una visione condivisa anche da Adam Sarhan, CEO di 50 Park Investments, che legge nei tagli un campanello d’allarme: “Licenziamenti come quelli di Amazon mi dicono che l’economia si sta indebolendo, non rafforzando. Quando l’economia è davvero forte, non si licenziano decine di migliaia di persone.”
Il rischio, nel medio periodo, è quindi duplice: da un lato l’erosione della fiducia dei consumatori e dall’altro il raffreddamento della domanda interna, in un momento in cui inflazione e dazi commerciali pesano già sulla crescita.
I mercati finanziari premiano le riduzioni di costo nel breve termine, ma un eccesso di tagli può comprimere la capacità di innovare e minare la stabilità dei ricavi nel lungo periodo.