Perché la Turchia di Erdogan punta sul calcio (e imita la Cina di Xi)

Federico Giuliani

13 Ottobre 2024 - 06:48

Il calcio, in Turchia, fa rima con populismo. I grandi club del Paese, per la gioia di Erdogan, hanno chiuso accordi milionari con sponsor generosi. Ma il precedente della Cina insegna...

Perché la Turchia di Erdogan punta sul calcio (e imita la Cina di Xi)

Mauro Icardi, Dries Mertens, Edin Dzeko, Victor Osimhen. Questi sono soltanto alcuni dei giocatori che hanno scelto di giocare in Super Lig, la prima divisione del campionato di calcio della Turchia. Dal Galatasaray al Fenerbahce, passando per il Besiktas, l’ultima estate ha visto i club di questo Paese assoluti protagonisti del calciomercato.

Certo, in misura minore rispetto a quanto messo in mostra dalle squadre dell’Arabia Saudita, alimentate da infiniti petrodollari, ma comunque sulla cresta dell’onda per aver chiuso operazioni economiche altisonanti. Una domanda sorge spontanea: come hanno fatto le società turche ad acquistare così tanti campioni?

La risposta al quesito diventa tanto più complicata considerando che non troppi anni fa si profetizzava un apocalisse finanziaria per i principali club della Turchia. Basti pensare che nel 2021 le cosiddette big della Super Lig, e cioè Besiktas, Fenerbahce e Galatasaray, e i campioni in carica del 2022 del Trabzonspor, erano collettivamente indebitati per circa 1,7 miliardi di euro.

“I club turchi non sono più sostenibili finanziariamente”, affermava nel 2019 l’allora presidente della Federazione calcistica turca Yildirim Demiroren. La crisi economica di Ankara, il crollo della lira turca, le tensioni internazionali, l’avvento della pandemia di Covid, tutto questo avrebbe dovuto ridimensionare il calcio turco. E invece...

Il risveglio del calcio turco

“Non so dove abbiano trovato i soldi,” dichiarava un anno fa un agente anonimo a The Athletic riferendosi ai club turchi. Di certo il denaro non proveniva dalle emittenti televisive, visto che la Super Lig non ha appetito al di fuori del Paese, né dal merchandising.

In parte è arrivato dalla cessione di alcuni giocatori e pure dalla partecipazione delle squadre alla Champions League e, in misura minore, dalle altre competizioni della Uefa. Poi però ci sono gli sponsor. Prendiamo il caso del Galatasaray, che nel 2023 firmava un accordo triennale da 15 milioni di euro con la SOCAR, la compagnia petrolifera statale azera, per consentirle di diventare il suo sponsor di maglia per le competizioni europee.

Allo stesso tempo, la squadra rinnovava il suo accordo principale di sponsorizzazione con la società di autonoleggio Sixt, per un valore stimato di 100 milioni di euro in cinque anni e, soprattutto, concordava un nuovo accordo sui diritti di denominazione per il suo stadio con la società di costruzioni Rams Global.

Un’altra importante fonte di reddito per il Galatasaray è coincisa con l’immobiliare. Il club ha infatti trasferito il campo di allenamento in una nuova struttura a Kemerburgaz, a nord di Istanbul, a gennaio. A Florya, vecchia “base operativa”, sono in costruzione residenze di lusso che, una volta vendute, porteranno al club qualcosa come 455 milioni di euro.

La Turchia gioca la carta del calcio

Il calcio, in Turchia, fa rima con populismo. I club che riescono a presentare grandi campioni riceveranno un caldissimo feedback da parte dei propri sostenitori (e non solo) e otterranno potere e prestigio. E poco importa che i loro conti siano disastrosi, perché ci sarà sempre qualche sponsor pronto a risollevare le sorti delle società più importanti del Paese (un lusso che non vale per tutti).

Il presidentissimo turco Recep Tayyip Erdogan, tra l’altro, ha tutto l’interesse nel far girare la macchina del pallone. Più, infatti, le squadre turche finiscono sotto la luce dei riflettori grazie ai loro campioni e più Ankara potrà capitalizzare questa forma di soft power in campo internazionale.

C’è però un monito che Erdogan e gli alti funzionari del Paese farebbero bene a non trascurare: il calcio cinese. Anche la Cina, a cavallo tra il 2013 e il 2017, aveva deciso di puntare sul calcio – ancor più della Turchia, con un coinvolgimento diretto del governo – salvo poi ritrovarsi costretta ad alzare bandiera bianca per aver compiuto il classico passo più lungo della gamba. A differenza dei club cinesi, verissimo, quelli turchi hanno una lunga storia e difficilmente finiranno nel dimenticatoio. La loro immagine potrebbe però uscirne a pezzi, nel caso in cui i rispettivi dirigenti dovessero tirare troppo la corda degli affari senza badare ai conti finanziari.