L’economia russa continua a riservare sorprese inaspettate. I molteplici pacchetti di sanzioni da parte di Unione europea e Stati Uniti avrebbero dovuto indebolirla, costringendo Vladimir Putin a stoppare l’operazione militare in Ucraina. Al contrario, l’entrata a gamba tesa del blocco occidentale non ha avuto – almeno per il momento – gli effetti desiderati.
Il sistema economico di Mosca, anziché implodere, si è adattato al contesto, ha fatto affidamento su nuovi partner e, numeri alla mano, si presenta solido mentre Putin sta per essere rieletto per un quarto mandato presidenziale. Gli analisti hanno pochi dubbi: l’attuale presidente della Federazione Russa, 71 anni, sarà quasi sicuramente riconfermato nonostante la guerra in Ucraina sia ormai giunta al suo terzo anno.
Il motivo di un simile exploit è da ricollegare anche all’apparente ottimo stato di salute dell’economia russa. Numeri alla mano, il pil della Russia è cresciuto del 3,6% nel 2023 e il Fondo monetario internazionale prevede che la sua economia cresca del 2,6% nel corso del 2024.
Come se non bastasse, la disoccupazione è ai minimi storici e i salari stanno aumentando vertiginosamente anche se l’inflazione è intorno al 7%. Tutte frecce preziose che si accumulano nella faretra dell’attuale capo del Cremlino, pronto a prolungare la sua permanenza in vetta alla piramide del potere russo. Il Levada Center ha scoperto che a gennaio l’indice di gradimento di Putin ha raggiunto l’85%.
Come sta l’economia russa
Come nel caso degli elettori di tutto il mondo, “i russi votano con il loro portafoglio”, ha dichiarato a Business Insider David Szakonyi, professore di scienze politiche alla George Washington University. “Quando le cose sono davvero tristi dal punto di vista economico, gli elettori tendono a dare la colpa ai politici, e Putin stesso ha sofferto dal punto di vista della popolarità in vari momenti negli ultimi due decenni, quando l’economia balbettava”, ha aggiunto l’accademico.
Adesso l’economia sorride a Putin, e questo è dovuto, in gran parte, al lavoro di Elvira Nabiullina, governatrice della Banca Centrale Russa, la principale tecnocrate dello Zar. Certo, vari economisti sostengono che l’economia russa guidata dalla guerra e la generosa spesa statale siano insostenibili nel lungo periodo. Intanto, però, nel breve termine la massiccia spesa pubblica sta mantenendo a galla l’economia.
Secondo la Kyiv School of Economics, inoltre, Mosca avrebbe ricavato 178 miliardi di dollari dalla vendita di petrolio nel 2023, mentre i ricavi potrebbero salire a 200 miliardi di dollari nel 2024, non lontano dai 218 miliardi di dollari guadagnati nel 2022. Ricordiamo che nel maggio 2022 l’Unione Europea aveva accettato di tagliare il 90% delle sue importazioni di petrolio dalla Federazione Russa. Poi, nel dicembre 2022, l’Australia e i membri del G7 hanno annunciato un tetto massimo al prezzo del petrolio greggio russo con l’obiettivo di comprimere ulteriormente le finanze di Mosca.
L’effetto delle sanzioni
“La Russia si trova ad affrontare più di 16.000 sanzioni: allora perché la sua economia non ha ceduto?”, si è chiesto il sito canadese Cbc. Negli ultimi due anni, il governo russo è riuscito a superare le sanzioni e a limitare l’inflazione, investendo quasi un terzo del suo budget nella spesa per la difesa.
Mosca è stata anche in grado di aumentare gli scambi con la Cina e vendere il suo petrolio a nuovi mercati, in parte utilizzando una flotta ombra di petroliere per aggirare il tetto massimo di prezzo che i Paesi occidentali speravano avrebbe ridotto il bottino di guerra del Cremlino.
“Penso che per i prossimi 12-18 mesi Putin disporrà di risorse sufficienti per continuare a realizzare la sua macchina da guerra”, ha affermato Alexandra Prokopenko, ex consigliere della Banca centrale russa. La dipendenza della Russia dalla Cina per mitigare l’impatto delle sanzioni è ormai tale che un quinto delle sue importazioni entro la fine del 2022 sarebbe stato fatturato in yuan cinesi. Insomma: mentre l’Occidente ha cercato di spremere gli investimenti in Russia, Mosca si è rivolta alla Cina per colmare (quasi) ogni vuoto.