Negli ambienti finanziari, è diffusa la convinzione che investire in azioni per un periodo di almeno 20 anni garantisca guadagni senza perdite.
Questo assunto, corroborato da studi statistici storici, ha portato a un’ampia fiducia negli investimenti azionari di lungo termine.
Tuttavia, un’analisi più approfondita dei dati e delle condizioni reali dell’investitore medio, specialmente nel contesto italiano, rivela una realtà più sfumata e meno generosa di quanto comunemente narrato.
Osservando i dati storici dal 1928 al 2024, la borsa americana ha registrato un rendimento medio annuo composto vicino al 10%. In confronto, i titoli di Stato americani a 10 anni (TBond) hanno reso mediamente il 4,5% annuo. Il cosiddetto «premio per il rischio», ovvero la differenza tra i rendimenti dell’azionario e dell’obbligazionario, si è attestato in media al 5,2% annuo. Questo dato sembra confermare la superiorità dell’azionario nel lungo termine.
Tuttavia, è importante notare che questa media è fortemente influenzata da annate particolarmente favorevoli per le azioni. Nel 2023, ad esempio, lo S&P500 ha guadagnato il 26% mentre i titoli obbligazionari hanno reso solo il 3,9%. Nel 2024, il divario si è ripetuto con un rendimento azionario superiore al 24%, mentre i bond hanno registrato una perdita dell’1%. Questi dati dimostrano l’elevata volatilità dell’azionario, che può portare a rendimenti straordinari in alcuni periodi, ma anche a delusioni in altri.
Non tutti i ventenni di investimento hanno però rispettato la regola dell’azionario vincente. Analizzando le finestre temporali tra il 1963 e il 2024, emerge che in almeno tre occasioni il rendimento delle obbligazioni ha superato quello delle azioni. In particolare, nel ventennio 1988-2008 e nel periodo 1999-2019, il mercato azionario, pur rimanendo positivo, ha reso meno rispetto ai titoli di Stato. Eventi eccezionali come la Grande Crisi Finanziaria del 2008 e la bolla Dot.com hanno dimostrato che, in determinate condizioni di mercato, il premio per il rischio azionario può risultare inferiore alle attese.
Uno degli aspetti meno considerati nelle analisi accademiche riguarda l’impatto dei costi di investimento e della tassazione. Nel caso delle obbligazioni detenute fino a scadenza, i costi sono generalmente limitati alle spese di negoziazione iniziali, mentre il rendimento è certo fin dall’inizio. Per contro, gli investimenti azionari, specialmente attraverso ETF o fondi comuni, comportano costi di gestione annuali che riducono il rendimento finale.
Storicamente, il costo di investire in fondi azionari prima dell’avvento degli ETF era molto elevato. Negli anni ‘60 e ‘70, le commissioni di gestione potevano superare il 2% annuo, erodendo significativamente il rendimento dell’azionario. Solo a partire dal 1976, con il lancio del primo fondo indice da parte di John Bogle (fondatore di Vanguard), gli investitori hanno avuto accesso a strumenti più efficienti e meno costosi. Oggi, gli ETF offrono costi molto più bassi, mediamente dello 0,25% annuo, riducendo l’impatto della gestione attiva sui rendimenti.
Tuttavia, la tassazione gioca un ruolo cruciale nel determinare il rendimento netto di un investimento. In Italia, gli utili derivanti da investimenti azionari sono tassati al 26%, mentre quelli delle obbligazioni statali godono di una tassazione agevolata al 12,5%. Questo significa che, a parità di rendimento lordo, un investimento in azioni subirà una maggiore erosione fiscale rispetto a un investimento obbligazionario.
Facendo un esempio concreto: un investimento di 100.000 euro con un rendimento del 6% annuo in azioni genererebbe, in 20 anni, un capitale lordo di circa 331.000 euro. Tuttavia, dopo la tassazione, il capitale netto risulterebbe inferiore rispetto a un investimento in obbligazioni che, con un rendimento inferiore ma una tassazione più favorevole, potrebbe ottenere un risultato finale competitivo.
Se il premio per il rischio azionario è stato in media positivo nel lungo termine, la sua variabilità non può essere trascurata. Nel 26% dei casi analizzati tra il 1963 e il 2024, il premio per il rischio è stato inferiore all’1%, e nel 48% dei casi inferiore al 2%. Questo significa che quasi la metà del tempo il vantaggio dell’azionario rispetto ai bond è stato minimo o addirittura irrilevante.
Inoltre, nel caso di un riscatto integrale del capitale alla fine del periodo di investimento, la tassazione penalizza ulteriormente i rendimenti azionari, riducendo il premio per il rischio. Se invece il capitale viene liquidato progressivamente (come avviene in un decumulo pensionistico), l’impatto della tassazione è più diluito, rendendo l’investimento azionario più vantaggioso.
La lezione principale che emerge da questa analisi è che l’investimento azionario, pur avendo storicamente offerto rendimenti superiori, non è sempre la scelta ottimale per tutti gli investitori. Il contesto fiscale, i costi di gestione e la volatilità dei mercati influenzano significativamente i risultati finali.
In un mondo obbligazionario che ha offerto in passato condizioni estremamente favorevoli, è possibile che il futuro veda una riduzione del vantaggio storico delle obbligazioni rispetto alle azioni. Con rendimenti obbligazionari di partenza molto bassi (nel 2020 si è toccato l’1,4% e in alcune parti d’Europa persino valori negativi), è probabile che l’azionario continui a offrire migliori opportunità di crescita, sebbene con rendimenti potenzialmente più bassi rispetto al passato.