Agosto e settembre, stando alle rilevazioni dal 1990 al 2026, hanno storicamente consegnato agli investitori rendimenti medi negativi rispettivamente di -0,49% e -0,72%, e nel contesto attuale questa stagionalità si incrocia con un VIX che potrebbe salire fino al 58% entro la fine di ottobre, rendendo la combinazione potenzialmente più delicata di quanto sembri.
La propria esposizione azionaria è strutturata in modo da resistere a un’eventuale fase di turbolenza stagionale, o si sta inconsapevolmente seduti su un rischio che il calendario porta in dote ogni anno con puntuale regolarità?
La stagionalità come strumento di lettura del mercato
Nell’ambito dell’analisi ciclica, esiste un fenomeno ben documentato che gli operatori professionali tengono abitualmente in considerazione nella costruzione e nella revisione dei portafogli: la stagionalità azionaria. L’idea di fondo è che certi periodi dell’anno tendano, in modo statisticamente ricorrente, a produrre rendimenti inferiori alla media, non per ragioni misteriose, ma per una combinazione di fattori che spaziano dai flussi istituzionali alla riduzione di liquidità tipica del periodo estivo, fino alle dinamiche di ribilanciamento che molti fondi attivano in prossimità della chiusura del terzo trimestre.
Guardando i rendimenti medi mensili dell’S&P 500 tra il 1990 e il luglio 2026, agosto e settembre emergono come i due mesi strutturalmente più fragili dell’intero calendario borsistico, con medie rispettivamente di -0,49% e -0,72%. Non si tratta di dati condizionati da uno o due anni particolarmente negativi, ma di una tendenza che si è ripetuta con sufficiente coerenza da essere considerata parte integrante del paesaggio dei mercati finanziari, piuttosto che un’eccezione episodica legata a crisi straordinarie.
Il VIX e la geometria della volatilità implicita
A rendere il quadro potenzialmente più complesso contribuisce la lettura dell’indice VIX, noto ai più come «indice della paura», che misura la volatilità implicita incorporata nelle opzioni sull’S&P 500 con scadenza a trenta giorni. Attualmente posizionato intorno a quota 15, un livello che segnala condizioni di mercato relativamente distese, il VIX incorpora però una stagionalità propria altrettanto documentata: tra il 1990 e il 2025, la sua traiettoria storica nel periodo estivo e autunnale suggerisce un’espansione potenziale di circa il 58% entro la fine di ottobre. Un movimento di questa portata trasformerebbe l’attuale clima di analisi di sentiment favorevole in un contesto di repricing delle aspettative assai più nervoso, con effetti diretti sui mercati di rischio a livello globale.
Multipli elevati e la fragilità degli utili
Sul fronte delle valutazioni, il mercato americano tratta attualmente in un range compreso tra 19,9x e 22x il forward P/E, ovvero il rapporto tra il prezzo corrente e le stime degli utili attesi per i prossimi dodici mesi. In termini pratici, questo significa che gli investitori scontano già uno scenario di crescita degli utili particolarmente ottimistico: qualsiasi dato che si discostasse sensibilmente da tali aspettative potrebbe innescare un processo di contrazione multipla, vale a dire una riduzione del prezzo non per il deterioramento degli utili in sé, ma per una revisione al ribasso della disponibilità del mercato a pagare un premio così elevato su quei medesimi utili.
La stagione dei risultati del secondo trimestre 2026 ha mostrato una crescita degli EPS pari al 50,4%, un dato che a prima vista sembrerebbe straordinariamente robusto. Tuttavia, un’analisi più granulare rivela che una quota significativa di questa crescita, stimata attorno al 73% per giganti tecnologici come Amazon, Alphabet e Microsoft, sembrerebbe riconducibile alla voce «altri proventi» piuttosto che all’attività operativa caratteristica. Al netto di questa componente, la crescita organica degli utili risulterebbe considerevolmente più contenuta, il che non invalida di per sé i numeri riportati, ma invita a una lettura meno entusiastica della salute strutturale della corporate America.
Il ciclo elettorale americano e il rischio di drawdown
A tutto questo si sovrappone una variabile di natura politico-ciclica che gli studi sui mercati finanziari hanno documentato con una certa regolarità a partire dal 1950: l’effetto midterm year. Gli anni di metà mandato presidenziale, come il 2026, avrebbero storicamente registrato il drawdown intra-annuale medio più pronunciato dell’intero ciclo quadriennale, con una flessione media prossima al -17,5% rispetto ai massimi toccati nell’arco dell’anno. Non si tratta di una previsione deterministica, ma di un elemento che contribuisce ad alzare statisticamente la probabilità di episodi di correzione significativa in questa specifica finestra temporale.
Le implicazioni per il portafoglio dell’investitore europeo
Per chi investe con un’ottica che comprende anche gli BTP e più in generale la componente obbligazionaria sovrana italiana, il contesto descritto non è privo di rilevanza indiretta. Quando i mercati azionari americani attraversano fasi di correzione marcata, i canali di trasmissione verso i mercati europei operano con rapidità: il sentiment sugli asset rischiosi si deteriora, gli spread si allargano, e la propensione al rischio degli investitori istituzionali subisce un riposizionamento che tende a penalizzare anche i titoli di Stato percepiti come più vulnerabili. La volatilità, per sua natura, non conosce confini geografici, e un portafoglio costruito senza tenere conto di queste correlazioni potrebbe trovarsi esposto a pressioni su più fronti contemporaneamente.