Perché il piano energetico verde di Joe Biden è un regalo per la Cina

Federico Giuliani

2 Marzo 2024 - 07:11

Il piano sull’energia verde messo in cantiere dall’amministrazione Biden per rilanciare il settore Usa delle industrie rinnovabili potrebbe avere seri effetti indesiderati.

Perché il piano energetico verde di Joe Biden è un regalo per la Cina

Negli Stati Uniti i democratici hanno accolto con piacere le promesse green messe in cantiere dall’amministrazione Biden per rivitalizzare l’industria americana delle energie rinnovabili. C’è tuttavia chi teme che il piano varato – e in parte già sposato – da Joe Biden possa rappresentare un regalo alla Cina dal valore di almeno, se non oltre, 100 miliardi di dollari.

A tanto, infatti, ammonterebbe la quota dei finanziamenti pubblici – e quindi dei contribuenti statunitensi – che potrebbe essere «saccheggiata» da Pechino sfruttando il desiderio della Casa Bianca di rilanciare il lato green del Paese. L’intero programma, che dovrebbe costare complessivamente qualcosa come 1,2 trilioni di dollari, è stato teoricamente progettato per migliorare la competitività Usa nei settori attualmente dominati dalla Repubblica Popolare Cinese, compresi i pannelli solari e i veicoli elettrici.

Ci sarebbe solo un piccolo, grande problema: a detta di vari esperti, una simile mossa non farebbe altro che consentire alle aziende del Dragone di estendere il loro monopolio globale dominando il mercato statunitense. La questione ha insomma diviso comunità politiche un tempo compatte, mentre le grandi società della Cina stanno sbarcando in vari Stati americani. Suscitando preoccupazioni geopolitiche, ambientali e di sicurezza.

L’ombra della Cina sui progetti green Usa

Partiamo dalla cornice dell’intera vicenda. L’amministrazione Biden ha approvato l’Inflation Reduction Act (IRA) nel 2022, sbloccando miliardi di dollari in crediti d’imposta illimitati per le aziende che investono in progetti di energia verde negli Stati Uniti.

Il Daily Mail ha però fatto notare che negli Usa sono già stati lanciati una dozzina di progetti che hanno coinvolto aziende cinesi, e che potrebbero beneficiare di miliardi di dollari provenienti dai suddetti finanziamenti dei contribuenti americani volti a rilanciare la produzione nazionale. Un esempio? Un progetto di impianto di batterie per veicoli elettrici dal valore di 2,4 miliardi di dollari a Marshall, nel Michigan, guidato da Ford, ha attirato l’attenzione dei legislatori dopo che un’indagine aveva rivelato che quattro aziende cinesi “altamente preoccupanti” erano legate al dossier.

Esperti del settore e repubblicani chiedono ora con urgenza al presidente Biden di impedire a Pechino di ingoiare miliardi di dollari di denaro dei contribuenti statunitensi, e di concentrare il sostegno esclusivamente sulle aziende americane. “La conclusione è che, se prendiamo in esame i mercati come quelli delle batterie per veicoli elettrici (EV) o delle celle solari, dove la Cina ha già una posizione dominante a livello globale, e consentiamo alle sue aziende di possedere impianti negli Stati Uniti e di accedere ai contribuenti statunitensi, allora consentirono a Pechino di estendere il suo monopolio globale”, ha spiegato Jeff Ferry, chief economist alla ONG Coalition for a Prosperous America.

Il piano di Biden

E pensare che l’IRA era stato salutato dai democratici come un significativo passo avanti nella lotta al cambiamento climatico, rilanciando al tempo stesso il settore manifatturiero statunitense. Il piano offre, sostanzialmente, crediti d’imposta basati sulla produzione e non sugli investimenti, consentendo al sostegno federale di crescere di pari passo con la stessa produzione.

Questo aspetto è stato accolto con favore da vari player del settore energetico Usa, immaginando di avere finalmente la forza necessaria per competere con la Cina. Ma sono ben presto emerse preoccupazioni relative all’aumento vertiginoso dei costi del sistema, ma soprattutto connesse al fatto che anche le aziende cinesi possano accedere ai citati crediti. Una stima iniziale della Joint Committee on Taxation (JCT), pubblicata dal Congressional Budget Office (CBO), ha fissato il costo totale del programma a 369 miliardi di dollari entro il 2033, ma Goldman Sachs ha parlato di una cifra vicina agli 1,2 trilioni di dollari.

Il costo totale comprende una miriade di sussidi verdi, inclusi quelli legati alla produzione di batterie solari ed elettriche. Ciò è di particolare interesse per le aziende cinesi, che come detto vogliono espandere il proprio dominio in questi settori. Pechino sarebbe già connessa ad una dozzina di progetti Usa per un valore di oltre 10 miliardi di dollari in investimenti che potrebbero beneficiare dei fondi dei contribuenti.

Altri esempi? Un impianto da 200.000 dollari che sarà costruito dalla società cinese Trina Solar a Wilmer, in Texas, e che produrrà 5 gigawatt di energia all’anno. Oppure il progetto per un impianto solare a Providence, Rhode Island, realizzato dalla società Gridwealth del Massachusetts.

Ferry ritiene che le aziende cinesi potrebbero plausibilmente replicare le loro attuali quote di mercato globale nel solare (80%) e nelle batterie per veicoli elettrici (56%) anche negli Usa, qualora dovesse venir loro consentito un accesso illimitato al mercato statunitense. Se così fosse, ha ipotizzato l’esperto, più di 100 miliardi di dollari di denaro dei contribuenti statunitensi potrebbero prendere la via di Pechino attraverso l’IRA. “Le aziende cinesi hanno la capacità di abbassare i prezzi e di escludere tutte le aziende americane”, ha ammonito lo stesso Ferry. Vedremo quali saranno - se ci saranno - le contromosse di Biden.