Perché i manager italiani tra i 40 e 50 anni sono la risorsa più preziosa (e trascurata) dalle imprese

Giorgia Paccione

17 Giugno 2026 - 13:00

L’età media degli occupati italiani è salita. Ma la fase centrale della carriera resta poco progettata: proprio dove le PMI custodiscono competenze, continuità e know-how.

Perché i manager italiani tra i 40 e 50 anni sono la risorsa più preziosa (e trascurata) dalle imprese

Il dibattito sul lavoro si concentra ormai da tempo su due estremi: da una parte i giovani, con le difficoltà di ingresso nel mercato, dall’altra i lavoratori più anziani, con il tema dell’allungamento delle carriere e dell’età pensionabile. In mezzo, però, c’è una fascia spesso meno raccontata e forse ancora meno compresa: quella dei professionisti tra i 40 e i 50 anni.

Sono lavoratori abbastanza esperti da conoscere processi, clienti, persone e dinamiche aziendali, ma spesso ancora abbastanza coinvolti nell’operatività quotidiana da non essere pienamente riconosciuti come risorsa strategica. Nelle PMI, in particolare, questa fascia coincide spesso con chi tiene insieme le cose: coordina team, gestisce clienti complessi, trasferisce competenze ai più giovani, interpreta le esigenze dell’imprenditore e traduce le decisioni in attività concrete.

Eppure, proprio questa fase della carriera rischia di essere data per scontata. I quarantenni e cinquantenni sono troppo senior per essere trattati come talenti da sviluppare, ma non sempre abbastanza visibili per entrare nei percorsi di leadership più strutturati. Il risultato è che molte imprese finiscono per trascurare una parte del proprio capitale umano nel momento in cui potrebbe generare più valore.

Il lavoro italiano sta invecchiando

Il punto di partenza è demografico: la popolazione italiana sta invecchiando e questo cambiamento si riflette sempre di più anche nel mercato del lavoro. Secondo il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat, nel 2025 la crescita dell’occupazione si concentra soprattutto nelle fasce più mature, mentre il peso dei lavoratori più giovani continua a ridursi rispetto agli anni precedenti.

I dati Istat segnalano in particolare un aumento degli occupati con almeno 50 anni e una contrazione nelle fasce più giovani, tra i 15 e i 34 anni. Non si tratta quindi di una variazione marginale, ma di un cambiamento strutturale che riguarda il modo stesso in cui sono composte le organizzazioni.

Per le imprese, e soprattutto per le PMI, questo cambiamento ha conseguenze molto concrete. Una forza lavoro più adulta può essere un vantaggio enorme in termini di esperienza, affidabilità e conoscenza accumulata. Ma diventa un rischio se le aziende non sanno come valorizzarla, aggiornarla e trattenerla.

I “pivotal 40s” secondo Harvard Business Review

Una recente analisi pubblicata da Harvard Business Review da Lynda Gratton, docente alla London Business School e studiosa dei temi legati alla longevità professionale, porta l’attenzione su un passaggio particolarmente delicato: i cosiddetti “pivotal 40s”, gli anni centrali della carriera.

La tesi è semplice. Man mano che le carriere si allungano, la fase tra i 40 e i 50 anni non può più essere trattata come un periodo stabile, in cui le persone devono soltanto continuare a performare. È spesso il momento in cui si concentrano più responsabilità professionali, familiari e personali, mentre lo spazio per ripensare il proprio percorso si riduce.

Secondo l’analisi di Gratton, molte organizzazioni continuano a progettare le carriere come se fossero ancora lineari e relativamente brevi: ingresso, crescita, consolidamento, uscita. Ma in un contesto in cui le persone lavorano più a lungo, questa struttura diventa meno sostenibile.

Il rischio è confondere la solidità dei profili midcareer con una disponibilità infinita. Chi ha esperienza viene spesso caricato di responsabilità, urgenze e problemi da risolvere, ma riceve meno attenzione in termini di formazione, mobilità interna, ridefinizione del ruolo o possibilità di crescita. È così che una risorsa preziosa può trasformarsi silenziosamente in una fascia esposta a stanchezza, disingaggio o uscita dall’organizzazione.

Chi sono nelle PMI italiane

Nelle PMI italiane i manager tra i 40 e i 50 anni non sempre hanno titoli formali particolarmente altisonanti. Possono essere responsabili amministrativi, direttori commerciali, capi reparto, project manager, responsabili operations, figure HR, account senior, responsabili IT o persone che, semplicemente, conoscono l’azienda meglio di chiunque altro.

Il loro valore sta nella memoria dei processi, nella conoscenza dei clienti, nella capacità di prevenire problemi, nella relazione con fornitori e collaboratori, nella comprensione dei non detti organizzativi. Sono figure che permettono all’impresa di funzionare anche quando i processi non sono perfettamente formalizzati.

Proprio per questo sono anche le più esposte al rischio di essere date per scontate. Se una persona “sa già come funziona”, l’azienda tende a investirci meno. Se risolve problemi senza far rumore, il suo contributo diventa meno visibile. Se è affidabile, diventa spesso il punto su cui scaricare nuove complessità.

Nelle imprese più piccole questo meccanismo è ancora più evidente. La mancanza di strutture manageriali articolate fa sì che molte competenze critiche siano concentrate in poche persone. Quando una di queste figure lascia l’azienda, non si perde solo una posizione: si perde un pezzo di memoria operativa.

Il costo reale non è il turnover

Il costo dell’uscita di un manager esperto viene spesso letto in modo riduttivo. Si calcolano il tempo necessario per trovare una nuova persona, il costo della selezione, l’eventuale periodo di affiancamento. Ma il danno più rilevante è spesso meno visibile.

Quando una figura lascia l’azienda, porta via relazioni, contesto, abitudini operative, soluzioni informali, conoscenza dei clienti e capacità di interpretare velocemente situazioni complesse. Sono elementi difficili da misurare, ma decisivi soprattutto nelle PMI, dove una parte importante del funzionamento aziendale vive ancora nelle persone più che nei processi.

Le stime internazionali sul turnover aiutano a dare un ordine di grandezza al problema. Secondo Gallup, sostituire un dipendente può costare da metà a due volte il suo salario annuo, a seconda del ruolo e del livello di responsabilità. Per manager e profili ad alta competenza, il costo reale tende quindi ad andare ben oltre la semplice ricerca di un sostituto.

Il punto non è trattenere tutti a ogni costo. Il punto è capire quali competenze l’azienda non può permettersi di perdere senza aver prima costruito un sistema per trasferirle, documentarle o distribuirle.

Cosa può fare concretamente un imprenditore

La prima cosa è smettere di considerare la fascia 40-50 come una zona neutra della carriera. Non è una terra di mezzo tra giovani talenti e senior da accompagnare alla pensione. È spesso il momento in cui una persona può dare il contributo più rilevante all’organizzazione, a patto che venga messa nelle condizioni di continuare a crescere.

Per un imprenditore questo significa porsi alcune domande molto pratiche: Chi conosce davvero i clienti più importanti? Chi sa come funzionano i processi quando qualcosa va storto? Chi tiene insieme team, fornitori e decisioni operative? Chi sarebbe difficile sostituire non solo per competenze tecniche, ma per conoscenza del contesto?

Una volta individuate queste figure, il tema non è solo premiarle o trattenerle economicamente. Serve coinvolgerle nella costruzione dei processi, nella formazione dei più giovani, nella definizione delle priorità e nei passaggi di competenza. Serve anche offrire loro percorsi di aggiornamento e spazi di evoluzione, perché l’esperienza, se non viene alimentata, può trasformarsi in stanchezza.

La ricerca di HBR suggerisce proprio questo cambio di prospettiva: il midcareer non dovrebbe essere visto come una fase di semplice mantenimento, ma come un momento in cui riprogettare il rapporto tra persona, ruolo e organizzazione.

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