Aumenta l’età pensionabile per chi è nato dopo gli anni ’60. E dopo ogni biennio sarà sempre peggio.
La cattiva notizia è che l’aumento dell’età pensionabile riguarderà tutti quei lavoratori che non riusciranno a maturare i requisiti per andare in pensione entro il 31 dicembre 2026.
Da gennaio prossimo, infatti, cambieranno le regole per chi è nato a partire dagli anni ’60, ma anche per chi è nato successivamente e rientra nelle categorie interessate dalla pensione anticipata. Per loro è previsto un innalzamento dei requisiti, e attenzione: la sensazione è che non ci si fermerà agli incrementi già annunciati per il 2027 e il 2028, che difficilmente il governo riuscirà a evitare con la prossima legge di Bilancio.
Nonostante una parte della maggioranza - soprattutto la Lega - continui a spingere per bloccare l’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, il governo Meloni sembra ormai aver preso atto del fatto che le risorse disponibili in manovra non lo consentiranno. A pesare è anche una crescita economica meno sostenuta rispetto a quanto inizialmente previsto, elemento che impone maggiore prudenza sui conti pubblici.
Ecco perché la data del 31 dicembre 2026 diventa un vero e proprio spartiacque per chi spera di andare in pensione con le regole attuali. Dopo quella scadenza, infatti, il quadro cambierà e il rischio è che, ogni due anni, vengano richiesti ulteriori mesi di lavoro prima di poter lasciare definitivamente l’attività.
Per chi ci sarà l’aumento dell’età pensionabile
I nati negli anni ’60, dal prossimo anno, dovranno lavorare un mese in più per andare in pensione. Il diritto alla pensione di vecchiaia, infatti, si raggiungerà a 67 anni e 1 mese di età, mentre resterà invariato il requisito contributivo, pari ad almeno 20 anni.
La causa di questo aumento è, seppure indirettamente, riconducibile alla legge Fornero. All’interno della riforma è infatti previsto un meccanismo che adegua i requisiti di pensionamento alla speranza di vita: in un contesto in cui i miglioramenti sul piano sanitario, ma anche sulla qualità della vita, hanno portato a vivere più a lungo, lo scenario è quello di un incremento periodico dei requisiti, con adeguamenti previsti ogni due anni.
Ma il “problema” non riguarda solamente i nati negli anni ’60. L’aumento interessa infatti anche le altre forme di pensionamento. È il caso, ad esempio, della pensione anticipata: non essendo previsto un requisito anagrafico, l’incremento si applica su quello contributivo. Oggi servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne; dal prossimo anno sarà necessario lavorare un mese in più. Anche chi è nato prima degli anni ’60, quindi, sarà interessato dall’aumento nel caso in cui maturi i requisiti per andare in pensione prima dei 67 anni.
Gli unici esclusi saranno i lavoratori impiegati in mansioni usuranti e gravose. Per loro, a condizione di avere almeno 30 anni di contributi e di aver svolto la suddetta attività per almeno 7 anni negli ultimi 10 oppure per almeno metà della vita lavorativa, sarà ancora possibile andare in pensione con le regole attuali. Resta quindi anche lo sconto di 5 mesi sulla pensione di vecchiaia, con il diritto che continua a maturare a 66 anni e 7 mesi di età.
L’aumento sarà costante
Come anticipato, per i nati dopo gli anni ’60 - o comunque per chi non maturerà il diritto alla pensione entro il 31 dicembre 2026 - l’aumento dell’età pensionabile non si limiterà a quello previsto dal prossimo gennaio.
Un ulteriore incremento, infatti, è già stato ufficializzato per il 2028, quando scatteranno altre 2 mensilità in più. Si completerà così l’aumento complessivo di 3 mesi legato all’adeguamento alla speranza di vita.
Dopodiché potrebbe arrivarne un altro nel biennio 2029-2030, anche se in questo caso siamo ancora nel campo delle stime, in quanto è stata la Ragioneria dello Stato a ipotizzare un nuovo incremento di altri 2 mesi (e manca ancora la conferma dell’Istat). Il risultato è che, tra un nato nel 1959 che riesce ad andare in pensione a 67 anni nel 2026 e un nato nel 1963 che invece maturerà il diritto nel 2029, potrebbero esserci 5 mesi di lavoro in più.
Un meccanismo che fa inevitabilmente discutere, anche perché rischia di portare l’età pensionabile in Italia tra le più alte d’Europa e del mondo. Allo stesso tempo, però, si tratta di uno strumento pensato per garantire la sostenibilità di un sistema che presenta diverse criticità strutturali.
La principale riguarda il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati: meno persone lavorano e versano contributi, più diventa difficile finanziare le pensioni correnti. Ed è proprio qui che pesa l’effetto combinato di denatalità, invecchiamento della popolazione e carriere lavorative sempre più discontinue, soprattutto per i giovani. In questo scenario, l’adeguamento alla speranza di vita diventa quindi una leva fondamentale per contenere la spesa pensionistica, scaricando però sui lavoratori il peso di un sistema che fatica a trovare un equilibrio. Il risultato è che chi è più lontano dalla pensione rischia di dover lavorare sempre più a lungo, senza avere la certezza che questo basti davvero a garantire assegni adeguati in futuro.
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