In pensione prima ma con un assegno più alto: l’ultimo rapporto Inps ribalta le convinzioni che abbiamo sul funzionamento del sistema pensionistico italiano? Non proprio.
Abbiamo sempre spiegato come le attuali regole sul pensionamento tendano a premiare chi smette di lavorare più tardi. Eppure, guardando agli ultimi dati dell’Inps, emerge una situazione apparentemente differente.
Nel dettaglio, l’ultimo monitoraggio dell’Istituto, che conferma il divario già rilevato nelle precedenti rilevazioni, mostra che chi accede alla pensione anticipata percepisce in media 824 euro in più al mese rispetto a chi va in pensione a 67 anni con l’opzione di vecchiaia.
Ricordiamo che la pensione anticipata consente di smettere di lavorare indipendentemente dall’età anagrafica, purché sia stata raggiunta la soglia contributiva prevista dalla normativa. Ma com’è possibile una differenza così ampia, se il sistema contributivo penalizza chi va in pensione prima attraverso l’applicazione di un coefficiente di trasformazione meno favorevole?
I dati dell’Inps non smentiscono quanto abbiamo più volte spiegato: a parità di montante contributivo, andare in pensione più tardi resta più conveniente, perché i contributi versati dal singolo assicurato vengono trasformati in una pensione più elevata.
Allo stesso tempo, però, questi dati confermano un altro principio alla base del sistema previdenziale: un numero maggiore di contributi garantisce comunque una pensione più alta, riuscendo a compensare anche lo svantaggio derivante dall’applicazione di un coefficiente di trasformazione meno favorevole.
È la stessa ragione per cui il monitoraggio dell’Inps continua a evidenziare un’ampia distanza tra le pensioni percepite dagli uomini e quelle delle donne. Una differenza che rappresenta il riflesso del divario di genere presente nel mercato del lavoro, dove per una lavoratrice è spesso più difficile mantenere una carriera continua e adeguatamente retribuita.
Il gender gap che caratterizza il mondo del lavoro finisce quindi inevitabilmente per ripercuotersi anche sull’importo delle pensioni.
Pensione anticipata più alta rispetto a quella di vecchiaia, i dati Inps
Nel primo semestre del 2026 l’Inps ha liquidato complessivamente 417.061 nuove pensioni, con un importo medio mensile di 1.264 euro. Escludendo i 53.432 assegni sociali, la platea delle sole gestioni previdenziali scende a 363.629 trattamenti, mentre l’importo medio sale a circa 1.376 euro.
Le pensioni di vecchiaia e quelle anticipate rappresentano insieme 232.395 trattamenti, pari al 55,7% di tutte le prestazioni liquidate nel semestre. Nel dettaglio, le pensioni di vecchiaia sono state 132.039, contro le 100.356 pensioni anticipate. Le prime rappresentano quindi il 56,8% delle uscite attraverso i due canali ordinari, mentre le seconde si fermano al 43,2%.
La differenza si ribalta quando si guarda agli importi. La pensione anticipata riconosce in media 2.088 euro al mese, contro i 1.264 euro della pensione di vecchiaia. Il divario è quindi pari a 824 euro mensili, con l’assegno di chi esce anticipatamente che risulta superiore di circa il 65%.
Rispetto alla rilevazione effettuata nello stesso periodo dello scorso anno, la distanza si è comunque ridotta. L’importo medio della pensione di vecchiaia è passato da 1.136 a 1.264 euro, con un incremento di 128 euro, pari all’11,3%. Quello della pensione anticipata è invece salito da 2.076 a 2.088 euro, appena 12 euro in più, con una crescita dello 0,6%. Il divario tra i due trattamenti si è così ridotto da 940 a 824 euro mensili, con una contrazione di 116 euro, pari al 12,3%.
Guardando all’intero flusso del semestre, le pensioni di vecchiaia rappresentano il 31,7% delle nuove liquidazioni, seguite dalle pensioni ai superstiti, che con 106.927 trattamenti pesano per il 25,6%. Le pensioni anticipate costituiscono il 24,1% del totale, gli assegni sociali il 12,8% e le pensioni di invalidità il 5,8%.
Infine, come anticipato, anche la distribuzione per genere evidenzia una distanza significativa. Nel primo semestre del 2026, le pensioni liquidate agli uomini hanno un importo medio mensile di 1.506 euro, contro i 1.048 euro riconosciuti alle donne. Il divario è quindi pari a 458 euro al mese: l’assegno medio femminile risulta inferiore del 30,41% rispetto a quello maschile e corrisponde ad appena il 69,6% dell’importo percepito dagli uomini.
Perché gli importi della pensione di vecchiaia e di quella anticipata sono così diversi
I dati sembrano dirci che oggi andare in pensione in anticipo convenga di più. In realtà, però, non vanno interpretati in questo modo.
Per accedere alla pensione anticipata ordinaria servono infatti 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, e non conta l’età anagrafica, mentre per la pensione di vecchiaia sono generalmente sufficienti 20 anni di versamenti. Il confronto tra gli importi dimostra quindi, prima di tutto, quanto la durata e la qualità della contribuzione siano determinanti per l’assegno futuro.
Avere alle spalle oltre quarant’anni di lavoro significa aver accumulato, nella maggior parte dei casi, un montante contributivo molto più elevato rispetto a chi arriva a 67 anni con una carriera più breve e discontinua, spesso anche caratterizzata da retribuzioni basse. È questo maggiore patrimonio contributivo a compensare anche l’applicazione di un coefficiente di trasformazione meno favorevole per chi lascia il lavoro prima.
Per questo motivo, come spesso ricordiamo, è importante cercare di costruire una carriera il più possibile stabile, regolare e accompagnata da stipendi adeguati. Naturalmente, le opportunità lavorative non dipendono sempre dalla volontà del singolo, bisogna però evitare, quando possibile, di preferire un impiego pagato di più ma in nero rispetto a un lavoro regolarmente dichiarato.
Quel guadagno immediato può infatti comportare un costo molto più alto nel lungo periodo: all’assenza di tutele durante la vita lavorativa si aggiunge una contribuzione più bassa, o del tutto assente, che finirà per ridurre l’importo della pensione.
La centralità dei contributi previdenziali emerge con ancora maggiore evidenza osservando il divario tra uomini e donne. D’altronde, nel mercato del lavoro le lavoratrici continuano ad avere carriere mediamente più frammentate, anche a causa del maggiore peso delle attività di cura, e stipendi spesso inferiori rispetto a quelli degli uomini.
Il divario retributivo, quindi, non si esaurisce durante gli anni di lavoro, ma si trasferisce anche sulla pensione, a dimostrazione di quanto siamo ancora lontani da una piena parità, perché le disuguaglianze accumulate nel corso della carriera continuano a produrre effetti economici anche dopo il pensionamento.