Perché anche Erdogan è diventato irrilevante in Ucraina

Roberto Vivaldelli

28/02/2025

La Turchia perde il ruolo di mediatore principale in Ucraina: rispetto alla primavera 2022, Erdogan è ora eclissato da Trump e Arabia Saudita.

Perché anche Erdogan è diventato irrilevante in Ucraina

“Nelle prime fasi del conflitto in Ucraina, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan si era distinto come uno dei pochi leader in grado di dialogare tra le parti. Tanto che i colloqui tra Russia e Ucraina, «sabotati» dall’allora premier Uk Boris Johnson, si tennero proprio ad Istanbul tra marzo e aprile 2022.

Successivamente, Ankara aveva anche facilitato l’accordo sul corridoio del grano, un’intesa cruciale per garantire la sicurezza alimentare globale nonostante la guerra in corso. Tre anni dopo, Erdoğan non è riuscito a mantenere quel ruolo di mediatore che ora spetta a bin Salman e all’Arabia Saudita.

Motivo? Il ruolo della Turchia come intermediario sembra essersi drasticamente ridimensionato, a seguito dell’intervento diretto del presidente statunitense Donald Trump nei rapporti con il leader russo Vladimir Putin.

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca non è una buona notizia per Erdoğan

Se tre anni fa Ankara poteva vantare una posizione privilegiata come ponte tra le parti in conflitto, oggi la sua influenza è stata oscurata dall’intervento diretto di potenze come gli Stati Uniti. L’incontro tra Trump e Putin ha spostato l’asse delle trattative, relegando la Turchia a un ruolo più marginale. La Turchia non potrebbe mai fungere da intermediario - nonostante faccia parte della NATO - perché la nuova amministrazione americana non nutre di particolare simpatia verso il presidente turco e l’Islam politico da lui rappresentato. Al contrario, l’amministrazione Trump si fida di più dell’Arabia Saudita, a cui vuole dare maggior peso geopolitico e strategico (come dimostrano gli Accordi di Abramo).

L’offerta del leader turco

Di recente, durante una conferenza stampa congiunta con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Erdoğan ha ribadito il pieno sostegno di Ankara all’integrità territoriale e all’indipendenza dell’Ucraina, definendole condizioni “indispensabili” per una pace duratura nella regione. “Siamo pronti a ospitare negoziati e a contribuire agli sforzi per raggiungere un accordo,” ha dichiarato Erdogan, sottolineando l’apertura della Turchia a un ruolo di facilitazione. Tuttavia, il leader turco si è astenuto dal proporre impegni concreti, come una missione di peacekeeping o garanzie di sicurezza, limitandosi a un’offerta di supporto logistico e diplomatico. ”

Le relazioni tra Usa e Turchia alla prova di Trump

Dopo la vittoria di Erdoğan alle elezioni generali del 2023, la Turchia è entrata nella terza fase della politica estera dell’era AKP, caratterizzata da un’espansione del progetto domestico del palazzo presidenziale e da un dominio crescente su istituzioni, politica e cultura, accompagnato però da significativi cambiamenti economici e diplomatici. Sul piano economico, sotto la guida del ministro delle finanze Mehmet Şimşek, il Paese ha adottato una politica di disciplina fiscale e tassi d’interesse al 50% per ridurre l’inflazione e riconquistare la fiducia degli investitori internazionali, un’inversione che sembra aver evitato una catastrofe economica nonostante i costi sociali.

In ambito diplomatico, la Turchia ha cercato un riavvicinamento con l’Occidente, esemplificato dal ritiro del veto all’ingresso della Svezia nella NATO, pur mantenendo una postura pragmatica e non revisionista, con il ministro degli esteri Hakan Fidan che ha rafforzato l’autorevolezza di Ankara senza scontri ideologici. Tuttavia, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2024, il ruolo della Turchia come mediatore in conflitti come quello ucraino è stato ridimensionato, mentre le sue offerte di mediazione non hanno trovato grande eco in Occidente; ciò pone interrogativi su come questa fase interagirà con la presidenza imprevedibile di Trump, che potrebbe favorire una partnership tattica ma instabile, date le divergenze ideologiche e geopolitiche emergenti.

Il possibile ritorno della Turchia al programma F-35

Un rapporto del Congressional Research Service degli Stati Uniti ha riacceso le speranze di Ankara per un rientro nel programma F-35, suggerendo che il Congresso potrebbe riconsiderare il blocco alla vendita dei jet a Turchia ed Emirati Arabi Uniti, esclusi a causa dei rapporti con Russia e Cina. La Turchia, originariamente tra i nove paesi partner con un ordine di 100 F-35 e produttrice di oltre 900 componenti, è stata colpita dal regime CAATSA dopo l’acquisto del sistema russo S-400 nel 2019, e un ritorno richiederebbe una modifica legislativa negli USA. Nel frattempo, la Grecia avanza con un accordo da 3,5 miliardi di euro per 20 F-35 (con un costo totale stimato di 4,6 miliardi), mirando a modernizzare la sua forza aerea e mantenere un vantaggio su Ankara, che sta potenziando i suoi F-16, in un contesto di persistenti tensioni nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale. I primi piloti greci si addestreranno negli USA tra il 2027 e il 2028, con i jet attesi tra il 2029 e il 2030.