L’asset peggiore sul quale un risparmiatore potesse mai pensare di investire è la liquidità infruttifera sul c/c o sul libretto.
Il riferimento non è al cuscinetto di liquidità, che è un’ancora di salvezza nel caso di piccole o medie necessità sopraggiunte. L’allusione è ai risparmi mensili che nel tempo diventano cifre relativamente importanti salvo poi restare inespresse, cioè ferme, liquide e stantie. Nel tempo il mix di tasse allo Stato, spese all’intermediario e inflazione di mercato si rimangia quanto faticosamente è stato nel frattempo costruito.
L’antidoto è investire in base agli obiettivi, al tempo a disposizione, le abilità operative, il rischio che si vuol correre, le tasse e i costi, etc. Per comprenderlo vediamo perché 100.000 € di ieri tenuti sul conto corrente o sul libretto non valgono più 100.000 €.
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Un pessimo strumento di investimento: il conto corrente
Il c/c è un contratto commerciale tra una banca e un cliente in cui la prima esegue e gestisce i flussi finanziari in entrata e in uscita del secondo. Ovviamente ci sono tutta una serie di condizioni da rispettare da ambo i lati, sia in termini di diritti che di doveri. I servizi erogati sono onerosi, ma quale impresa lavora gratis per i clienti? Nessuna. In gran parte sono ricompresi nei canoni di tenuta conto che possono variare da pochi euro fino a circa 15-20 €/mese. Tutto dipende da istituto a istituto nonché dallo specifico rapporto attivato.
Considerando una sua versione intermedia e stimando un range tra i 4 e i 7 € di costi mensili, stiamo parlando già dei primi 48-84 € che vanno via in un anno. Moltiplicati per più anni si trasformano in centinaia di euro andati in fumo.
Allo Stato vanno invece 34,20 € di imposta di bollo annua per giacenze medie annue sopra i 5mila €. Cumulando canoni e bollo possiamo stimare un 100 € persi ogni 12 mesi, più o meno 500 € in 5 anni o 1.000 € in un decennio.
Il libretto bancario o postale per la semplice gestione del contante
Rispetto al c/c il libretto bancario o postale ha il merito di non essere oneroso o così tanto oneroso. Quello postale non lo è mai, mentre quello bancario ha spese esigue variabili da banca a banca, ma non mancano prodotti gratuiti alla lettera.
In tutti i casi, cioè libretto bancario o postale, restano in piedi gli oneri fiscali dei 34,20 € di bollo annuo al netto delle sole eccezioni di Legge.
Di contro non remunerano le somme libere, quasi al pari di quanto avviene sul c/c. In verità su quest’ultimo ci sono banche che pagano interessi nell’ordine della frazione di punto percentuale, niente di che. Il libretto postale, nello specifico, prevede un tasso attivo dello 0,001% annuo lordo sulla liquidità infruttifera, e maggiori guadagni a scadenza sui vincoli a tempo. Stiamo parlando dei Depositi Supersmart, in genere da 6 a 18 mesi e con rendimenti annui lordi a scadenza che oggi non vanno oltre il 3,25%.
Il peggiore dei mali: l’inflazione
Tuttavia, il peggior costo di ogni investitore in liquidità è l’inflazione. Si tratta della perdita di potere d’acquisto che subisce un capitale tenuto fermo quale effetto del rialzo generalizzato dei prezzi. Vediamolo nei numeri immaginando un periodo storico di 5, 10 e 15 anni fino ai giorni nostri (dati: ISTAT):
- agosto 2021 – ad oggi: l’inflazione cumulata è stimata al 16-17%. Vuol dire che 100mila € nominali depositati ad agosto 2021 oggi non varrebbero, in termini reali, più di 83-83,5mila € tra inflazione, tasse e spese;
- agosto 2016 – ad oggi: l’erosione è stimata sul 18-19%, per cui l’effettivo odierno non andrebbe oltre gli 81mila €;
- agosto 2011 – ad oggi: l’inflazione stimata negli ultimi 15 anni è sul 20-22%. Se ad essa aggiungiamo il cumulo di tasse e spese arriviamo a un effettivo che si attesterebbe a 76-78mila € tra uscite vive e perdita di potere d’acquisto.
Infine c’è una brutta notizia da dare. Dopo diversi lustri con l’inflazione al rallentatore, da un 4-5 anni i prezzi sono costantemente in salita e il trend non sembra destinato a fermarsi, o almeno non per ora.
Perché 100.000 € di ieri tenuti sul conto corrente o sul libretto non valgono più 100.000 €
L’alternativa alla perdita certa è l’investimento a un tasso almeno pari al recupero di tasse, spese e inflazione. A grandi linee, un ritorno di almeno il 3,5-4% annuo lordo.
Ora ragioniamo di fantasia e immaginiamo che 15, 10 o 5 anni fa avessimo investito quei 100mila € in due soli asset. Nello specifico, un ETF obbligazionario sovrano a medio termine (5-7 anni) e un ETF su un indice azionario mondiale ad accumulazione. Infine ipotizziamo un profilo prudente e stimiamo i pesi pari, nell’ordine, al 90% sull’obbligazionario e al 10% sui mercati speculativi.
Il rendimento medio annualizzato di un ETF su bond sovrani europei sarebbe stato negativo (–2%) sul 5Y, nullo sul 10Y e poco positivo sul 15Y (+1,5%). Risultati alquanto deludenti, anche perché l’asset avrebbe assorbito il 90% del nostro ipotetico capital.
Di contro i risultati sarebbero stati spaventosi, cioè strabilianti, sull’ETF azionario mondiale come l’MSCI World, con yield medie tra l’11 e il 13% sul 5Y, 10Y e 15Y. In altri termini, il solo 10% del capitale avrebbe garantito guadagni più che sufficienti per pagare tasse, spese e inflazione. Inoltre avrebbe garantito una piccola crescita reale del capitale iniziale, trasformando una “semplice” strategia in una scelta “vincente”.
Ad ogni modo si tratta di operatività alquanto delicate, sofisticate, ad elevatissima propensione al rischio e tanto complesse da non poter essere trattate in un articolo. Molto meglio farsi guidare da un consulente di fiducia, magari a parcella, e portarsi in proprio favore le probabilità di successo.