Pensioni più alte per chi rientra in Italia dall’estero: la nuova proposta prevede una flat tax al 4% fino a 15 anni nei piccoli Comuni. Ecco come funziona.
Secondo gli ultimi dati Inps, oggi ogni 100 mila titolari di pensione circa 33 emigrano all’estero. Attratti da un costo della vita migliore, ma soprattutto da un regime fiscale più favorevole, molti italiani guardano con interesse alla possibilità di trasferirsi all’estero una volta in pensione.
Se si pagano meno tasse e il potere d’acquisto è migliore, perché restare in Italia e rischiare di non arrivare a fine mese con una pensione che spesso è ben più bassa rispetto all’ultimo stipendio percepito? Una domanda che per molti presenta una risposta scontata, tanto che l’unica decisione da prendere riguarda la scelta del Paese dove trasferirsi a seconda dei vantaggi offerti.
Questo però rappresenta ovviamente un problema per il Paese, chiamato a salutare diversi pensionati pur continuando a gravare sulle casse dell’Inps. Insomma, soldi che paghiamo ma che vengono spesi all’estero, a vantaggio quindi delle altre economie.
E nel frattempo i piccoli Comuni si spopolano ed è per questo che con la legge di Bilancio del 2019 anche l’Italia ha previsto un regime fiscale agevolato - una flat tax del 7% - per incentivare i pensionati residenti all’estero a trasferire la propria residenza fiscale in Italia, in uno dei Comuni con meno di 20.000 abitanti.
Ma per quale motivo agevolare solo i pensionati stranieri? Una domanda che sembra essersi posto Domenico Matera, senatore di Fratelli d’Italia, il quale ha pensato a un disegno di legge che andrebbe a cambiare il calcolo della pensione netta dal lordo per coloro che dopo il trasferimento all’estero scelgono di rientrare in Italia. Ma sempre in uno di quei Comuni a rischio spopolamento.
Una proposta che al momento è appena abbozzata visto che l’iter legislativo deve ancora iniziare, ma che potrebbe essere la ragione per cui le pensioni di chi rientra in Italia diventeranno molto più alte, persino di più rispetto a quanto garantito dal sistema fiscale applicato nel Paese in cui ci si è trasferiti.
Come funziona la detassazione per i pensionati che rientrano in Italia
La ratio della proposta avanzata dal senatore Matera di Fratelli d’Italia è la stessa di quella già prevista dalla legge di Bilancio 2019 ma con una misura dell’agevolazione differente - una flat tax al 4% anziché al 7% - e guardando ai pensionati italiani piuttosto che a quelli stranieri.
Nel dettaglio, lo “sconto” si andrebbe ad applicare a tutti i cittadini italiani residenti all’estero da almeno 5 anni che scelgono di tornare nel Belpaese, più precisamente in una delle aree periferiche più a rischio di spopolamento.
Il cuore della misura è una flat tax al 4%, cioè un’imposta sostitutiva che prende il posto dell’Irpef ordinaria e delle addizionali locali. In pratica, anziché subire la tassazione progressiva a scaglioni, che può arrivare facilmente oltre il 23% già sui redditi medio-bassi, il pensionato verserebbe solo una percentuale fissa calcolata direttamente sull’importo lordo. Per capire l’impatto basta un esempio. Su una pensione lorda di 1.600 euro al mese, pari a circa 19.200 euro l’anno, con l’Irpef ordinaria il netto può scendere sotto i 1.250 euro mensili. Con l’aliquota al 4%, invece, l’imposta sarebbe di appena 768 euro annui, lasciando oltre 18.000 euro netti. La differenza può superare i 250 euro al mese, cioè più di 3.000 euro l’anno. E per assegni più elevati il vantaggio cresce ulteriormente.
La durata dell’agevolazione rappresenta un altro elemento chiave. L’aliquota ridotta resterebbe valida per un periodo massimo di 15 anni, garantendo una prospettiva di lungo termine e una certezza fiscale che oggi molti pensionati trovano soltanto all’estero.
I rischi della riforma
Se da un lato la flat tax al 4% promette di aumentare sensibilmente l’importo netto della pensione, dall’altro non mancano incognite e criticità. Anche perché, è bene ricordarlo, siamo ancora all’inizio dell’iter legislativo: al momento si tratta di un disegno di legge che dovrà affrontare l’esame del Parlamento, passaggio tutt’altro che scontato.
D’altronde, c’è un tema che non va sottovalutato, quello della sostenibilità per i conti pubblici. Applicare un’imposta così bassa significa ridurre il gettito fiscale su una platea potenzialmente ampia, per quanto l’idea sia che il rientro dei pensionati compensi il minor incasso con nuovi consumi e investimenti locali.
Molto poi dipenderà da come verranno definiti i Comuni ammessi e dai controlli sulla residenza effettiva, poiché senza regole stringenti si potrebbe creare spazio per trasferimenti solo formali, con contribuenti che mantengono di fatto la vita altrove ma sfruttano l’agevolazione fiscale. Uno scenario che finirebbe per snaturare la misura, creando disparità rispetto a chi vive stabilmente sul territorio.
Infine c’è l’incertezza normativa. Chi decide di rientrare lo fa spesso con una prospettiva di lungo periodo, ma se il regime agevolato dovesse cambiare nel tempo, oppure essere modificato da future manovre di bilancio, verrebbe meno proprio quella stabilità fiscale che rappresenta il principale incentivo al ritorno.
Per questo, prima di fare piani o trasferimenti, conviene attendere: solo quando, e se, l’iter sarà completato e le regole saranno nero su bianco si potrà capire se la riforma diventerà davvero un’opportunità per il rientro in Italia.
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