Le pensioni italiane sono davvero a rischio? Secondo Matteo Jessoula, professore e studioso di welfare e politiche sociali, autore tra gli altri de La politica pensionistica, la risposta è più complessa di quanto spesso emerga nel dibattito pubblico.
Quella che segue è un’intervista controcorrente, perché parte dai dati per rispondere a chi continua a lanciare allarmi sulla tenuta del sistema previdenziale italiano. Per Jessoula, infatti, il problema principale non è la sostenibilità economico-finanziaria delle pensioni, ma la loro sostenibilità sociale: il rischio, nei prossimi anni, è quello di un sistema sempre più polarizzato, capace di garantire assegni adeguati ad alcuni e pensioni povere a molti altri.
Da qui anche una posizione netta sulla legge Fornero: superarla non solo è possibile, ma doveroso, a patto di farlo con prudenza e con una riforma organica, capace di restituire flessibilità in uscita e maggiore equità a chi ha carriere più fragili, lavori più gravosi e aspettative di vita più basse.
Professore, negli ultimi tempi lei ha assunto una posizione critica verso chi lancia allarmi, spesso anche dall’estero, sulla tenuta del sistema pensionistico italiano. Ritiene che queste preoccupazioni siano infondate o comunque eccessive?
Assolutamente sì. Partiamo dai dati. È vero che la spesa pensionistica pubblica lorda italiana (15,5% del Pil) è superiore a quella degli altri paesi europei e circa tre punti percentuali più alta della media UE. Il dato va però compreso considerando che in Italia l’imposizione fiscale sulle pensioni è generalmente più elevata rispetto agli altri paesi UE; pertanto, se più correttamente consideriamo la spesa netta – ossia depurata dei circa 70 miliardi di euro che tornano nelle casse dello stato per effetto del prelievo fiscale – il peso delle pensioni sul Pil scende significativamente, al 12,5%. È una cifra inferiore alla spesa netta di Grecia e Francia e, in base alle proiezioni disponibili, più bassa in futuro anche rispetto a Belgio, Finlandia, Portogallo e Lussemburgo, sostanzialmente in linea con la Germania, la cui spesa non è peraltro pienamente confrontabile perché il sistema pensionistico non copre, come invece avviene in Italia, tutti i lavoratori.
La seconda considerazione è che sia le proiezioni della Ragioneria generale dello stato, sia quelle Eurostat/Commissione europea mostrano che la spesa pensionistica italiana è prevista aumentare di circa un punto e mezzo di Pil, con un picco massimo attorno al 2045. Un aumento non insostenibile, dunque, mentre dopo quella data la spesa diminuirebbe rapidamente, sia per l’esaurirsi dell’effetto baby boomers sia per il funzionamento del metodo contributivo. Il contributivo incorpora infatti due potenti stabilizzatori della spesa, che aggiustano automaticamente l’importo delle pensioni future in relazione agli andamenti economici (tasso di crescita del Pil) e demografici (andamento dell’aspettativa di vita).
In definitiva, non siamo più negli anni Novanta, lanciare allarmi oggi è fuori luogo, una serie di severe riforme hanno riportato il sistema pensionistico italiano sul sentiero della sostenibilità economico-finanziaria, su questa dimensione non c’è nessuna emergenza. I veri problemi del sistema pensionistico italiano, oggi e nei decenni futuri, riguardano la tenuta sociale e politica del sistema: bisogna essere capaci di disegnare riforme che li possano affrontare efficacemente - mantenendo la prudenza, perché la spesa pensionistica rimane elevata, e soprattutto ulteriori risorse dovranno essere destinate a importanti settori di welfare come sanità, politiche per la famiglia e long term care.
Allo stesso tempo, però, non ha nascosto il suo malcontento per alcune scelte compiute dai governi negli ultimi anni, spesso orientate più a misure spot che a interventi strutturali. Penso, ad esempio, a Quota 100, che ha favorito anche lavoratori che forse non avevano un reale bisogno di maggiore flessibilità. Dove si è sbagliato, quindi, nella gestione della previdenza italiana?
Questo è un punto importante e la risposta richiederebbe una discussione ampia. A volte si è trattato di veri e propri errori, a volte di miopia, altre volte di scelte ispirate a chiari orientamenti politici e ideologici. In estrema sintesi, vedo tre problemi.
Il primo è che le riforme degli anni Novanta, che hanno previsto l’introduzione del metodo contributivo e della previdenza complementare, sono state disegnate avendo in mente un mercato del lavoro – quello industriale – che è oggi in ampia parte superato. Oltre il 60% degli occupati nel settore dei servizi, diffusione delle forme salariali flessibili (tempo determinato, collaborazioni, part-time) e trent’anni di moderazione salariale hanno plasmato un mercato del lavoro rispetto al quale il metodo contributivo puro – la letteratura anche comparata lo dice chiaramente - non sarà in grado di produrre pensioni adeguate per una quota rilevante di pensionati negli anni a venire. Ovviamente non abbiamo la sfera di cristallo per sapere con precisione quanti saranno i pensionati con prestazioni modeste, o addirittura inferiori alla soglia di povertà, tra uno o due decenni: i dati disponibili dicono però che, nel sistema contributivo, il problema delle pensioni povere potrebbe essere rilevante.
Attenzione, comunque, a non commettere l’errore di pensare che in futuro (quasi) tutti i pensionati avranno pensioni inadeguate o, peggio, non avranno la pensione. Al contrario, metodo contributivo e previdenza complementare volontaria – che oggi copre solo un terzo dei lavoratori – rischiano di ampliare la polarizzazione redditi che si registra nel mercato del lavoro italiano, il secondo mercato del lavoro più polarizzato nell’UE. In altre parole, rischiamo di avere pensionati molto ricchi – che sommando pensione pubblica e complementare avranno un tasso di sostituzione rispetto all’ultima retribuzione anche superiore al 100% - e molti pensionati poveri. In questa prospettiva, l’eliminazione dell’integrazione al minimo delle pensioni, con il passaggio al contributivo, è estremamente problematica: l’Italia è l’unico paese europeo – assieme alle Germania, che presenta un analogo rischio di pensioni povere – a non prevedere uno schema solidaristico-redistributivo – nella forma del minimo pensionistico o di una robusta pensione di base per tutti i cittadini - volto a tutelare dal rischio di povertà i lavoratori svantaggiati.
Il secondo problema riguarda invece le riforme della fase 2009-2011 e quelle che, puntando in una direzione opposta come Quota 100, sono seguite a partire al 2016. Le severe riforme Sacconi (2009-2010) e Monti-Fornero (2011) hanno infatti mirato a ottenere significativi risparmi di spesa nel breve termine, restringendo radicalmente – e con una rapidità che non ha avuto eguali in nessun paese UE – le condizioni di accesso alla pensione - innalzamento dell’età pensionabile fino a 67 anni, la più alta d’Europa, eliminazione delle pensioni di anzianità, introduzione di condizioni aggiuntive quali gli importi soglia per poter accedere al pensionamento. Come nel caso del contributivo discusso sopra, riforme sottrattive di tale portata, se non accompagnate da strumenti solidaristici che riconoscano che i lavoratori non sono tutti uguali sul mercato del lavoro né al pensionamento – per condizioni di salute, carriere più o meno faticose, aspettativa di vita, ecc – producono severe conseguenze sociali a danno degli individui meno fortunati. In particolare, una serie di studi ha mostrato come in Italia l’aspettativa di vita vari in misura rilevante a seconda della professione e dello status socio-economico: 3-5 anni è il differenziale nell’aspettativa di vita tra un lavoratore a basso titolo di studio, impiegato in mansioni operaie, e un dirigente laureato.
Requisiti di accesso al pensionamento così stringenti sono sostenibili per i lavoratori delle classi sociali medio-alte, occupati in mansioni non manuali e non gravose, ma producono severi effetti regressivi, a danno dei lavoratori più poveri, con carriere più faticose e minore aspettativa di vita.
A questo proposito va anche ricordato che il metodo contributivo – spesso evocato come equo perché restituirebbe sotto forma di pensione la somma dei contributi versati – in realtà produce anch’esso redistribuzione in senso regressivo, dai più poveri – che in media otterranno meno di quanto versato, per la minore aspettativa di vita – ai più ricchi, che in media otterranno più dei versamenti effettuati.
Terzo, le riforme che hanno cercato di affrontare alcuni dei problemi qui delineati, non hanno messo al centro il principio dell’equità sostanziale, finendo per privilegiare – come nel caso di Quota 100 – che pur ha affrontato criticità reali - un ristretto gruppo di lavoratori tipicamente maschi, con carriere lunghe, prevalentemente nel Nord del paese, non necessariamente i più svantaggiati verso cui dirottare ingenti risorse.
Lei ha più volte ribadito l’importanza di partire dai dati, evitando letture ideologiche o allarmistiche. Che cosa ci dicono oggi i numeri sul sistema pensionistico italiano?
In campo pensionistico, così come in tutti gli altri settori di politica pubblica, ideologie e preferenze politiche non vanno demonizzate. Dobbiamo superare l’idea ingenua che le pensioni possano – o debbano – essere gestite come meri oggetti economici, da ri-disegnare in base a qualche formula tecnico-economica: di fatto, il contenuto delle riforme rispecchia sempre le preferenze politiche – oltre che gli orientamenti cognitivi – dei governi, ministri, partiti, attori sociali che le disegnano. È però importante che la lettura dei dati – e la definizione dei concetti - non venga distorta da lenti politico-ideologiche. In altre parole, i dati vanno considerati in maniera oggettiva, e soprattutto da diverse angolature, dopodichè le soluzioni da adottare non possono che essere prese anche in base ai diversi orientamenti politici e valoriali.
Tornando ai dati, ho già detto circa la sostenibilità del sistema lungo la dimensione economico-finanziaria, oggi e nel medio-lungo periodo. A ciò aggiungo soltanto che l’elevato livello della spesa per pensioni in Italia non deriva - come spesso viene veicolato nel dibattito pubblico – da un peso eccessivo delle pensioni assistenziali: anche qui i dati comparati ci aiutano, rivelando come la spesa assistenziale nel settore delle pensioni di vecchiaia è sostanzialmente in linea con la media-UE, leggermente inferiore allo 0,3% del Pil. Anche osservando i dati nazionali si coglie nitidamente come il problema sia piuttosto l’opposto: su una spesa pensionistica complessiva superiore ai 350 miliardi, destiniamo ben 40 miliardi alle prestazioni di 450.000 pensionati con redditi pensionistici (anche derivanti da più pensioni pubbliche) superiori ai 5000 euro lordi mese, in contrasto con solo 6 miliardi per 1,7 milioni di pensionati con redditi inferiori ai 500 euro mensili, e 32 miliardi per poco meno di 5 milioni di pensionati - ben il 29% del totale – con redditi pensionistici sotto i 1000 euro mese. Già oggi la distribuzione della spesa per pensioni è sbilanciata a favore dei lavoratori con redditi/pensioni alti.
L’Italia è tra i Paesi europei in cui si va in pensione più tardi. Questo è giustificato dalle condizioni dei conti previdenziali oppure il legislatore ha adottato, negli anni, un atteggiamento fin troppo prudente?
Esatto, l’età di uscita dal mercato del lavoro è aumentata in misura importante dal 2012, fino a superare la media UE, è in continuo aumento – come mostra il recentissimo Rendiconto Sociale INPS, che nel 2025 ha rilevato un’età media di accesso alla quiescenza di 65,4 anni per le donne (+ 1 anno dal 2022) e 64,1 per gli uomini (+0,4) – e continuerà a salire per effetto dell’eliminazione dei canali di accesso al pensionamento anticipato con la riforma Meloni di fine 2025.
Anche il tasso di occupazione italiano nella fascia 65-69 anni è ormai un punto superiore alla media UE. Ovviamente sul restringimento dei canali di accesso al pensionamento hanno pesato i vizi del modello pensionistico italiano disegnato nei tre decessi successivi alla Seconda guerra mondiale, che consentiva un accesso al pensionamento a età in alcuni casi eccessivamente ridotte. Tuttavia, come detto in precedenza, un’età pensionabile elevata, rigida e con ulteriori vincoli quali gli importi soglia per accedere al pensionamento definiscono un sistema pensionistico fortemente regressivo, che va a colpire sproporzionatamente i lavatori più svantaggiati e con minore aspettativa di vita.
Alla luce di questo quadro, parlare di superamento della legge Fornero è realistico? E soprattutto: sarebbe consigliabile?
Non è solo realistico, ma doveroso, nella prospettiva di portare una maggiore equità sostanziale all’interno del nuovo sistema pensionistico. Per farlo bisogna distinguere tre dimensioni: quanto si spende, come si spende – cioè quali gruppi professionali vogliamo tutelare in modo maggiore o minore – e come si reperiscono le risorse. Interventi di questo tipo devono muoversi nel solco della prudenza di cui ho parlato prima, ma riportare flessibilità nell’accesso alla pensione è necessario, oltre che possibile, sfruttando i principi di neutralità attuariale insiti nel metodo contributivo, così come avviare un ragionamento – empiricamente ben fondato – circa la possibile diversificazione dell’età pensionabile per categorie professionali con differenti aspettative di vita.
Quanto pesano le difficoltà del mercato del lavoro sugli scenari futuri delle pensioni? Mi riferisco a salari bassi, carriere discontinue, precarietà e bassa produttività. Intervenire su questi fattori può cambiare davvero le prospettive previdenziali delle nuove generazioni?
Come detto, i problemi di adeguatezza delle prestazioni per le future generazioni di pensionati, derivano proprio dal cattivo incontro tra queste caratteristiche del mercato del lavoro italiano e il disegno delle riforme adottate negli anni ’90. E certamente migliorare condizioni e performance del mercato del lavoro contribuirebbe ad allentare le preoccupazioni sul versante delle pensioni future.
Non è però operazione facile, e soprattutto un eventuale miglioramento si rifletterebbe sugli importi pensionistici solo nel medio-lungo periodo; non abbiamo questo tempo, già oggi le pensioni sono liquidate con una formula in gran parte contributiva e tra meno di 10 anni le prestazioni saranno interamente contributive. Pensare di risolvere il problema delle pensioni basse in futuro agendo solo sul mercato del lavoro è irrealistico e illusorio, sposta il problema senza risolverlo. Come mostra l’esperienza di molti altri paesi europei, la soluzione va trovata nel ridisegno delle regole pensionistiche al fine di garantire adeguatezza ed equità.
Se dovesse indicare una priorità per il legislatore, interverrebbe prima sugli importi delle pensioni, quindi sull’adeguatezza degli assegni, oppure sulla flessibilità in uscita?
Bella domanda, impossibile da rispondere in maniera univoca perché, nel metodo contributivo, età di uscita e importi degli assegni sono direttamente correlati. Inoltre, dopo dieci anni di continui aggiustamenti incrementali, e a tre decenni dalla riforma Dini, è tempo di disegnare una riforma organica che affronti le criticità qui delineate.
Nell’ottica di riportare equità nel sistema, è necessario recuperare l’età di pensionamento flessibile nel contributivo – e con alcuni accorgimenti anche nel sistema misto. Poiché però ad età di quiescenza più basse corrispondono prestazioni inferiori, in parallelo bisogna agire sul rafforzamento della protezione, nel contributivo, per i pensionati a basso reddito, tramite una pensione di garanzia, o altri meccanismi solidaristico-redistributivi.
Naturalmente ciò pone il problema dei costi, rispetto al quale si possono immaginare diverse soluzioni, ne cito tre, di portata differente: eliminazione del massimale contributivo, ricalibratura interna della spesa pensionistica verso le fasce di reddito più basse, introduzione di un’imposta di scopo, così come suggerito dalla Banca mondiale ormai 12 anni orsono.
Solo tramite queste misure il sistema pensionistico italiano potrà puntare a risolvere il «trilemma dell’adeguatezza» – combinando i. adeguato mantenimento del reddito, ii. efficace prevenzione della povertà a iii. età pensionabili ritenute congrue, ed eque – e affiancare alla sostenibilità economico-finanziaria anche la sostenibilità sociale e politica – così affrontando anche ciò che definisco il «trilemma della sostenibilità». Per essere pienamente sostenibili, nel XXI secolo, i sistemi pensionistici devono infatti risolvere efficacemente entrambi i trilemmi: le criticità su una delle dimensioni rendono il sistema fondato su piedi d’argilla.