20 anni di lavoro non bastano per andare in pensione nel caso in cui i guadagni non siano stati elevati. Ecco quali sono i lavoratori più a rischio.
Generalmente 20 anni di carriera bastano per andare in pensione, pur dovendo attendere il compimento dei 67 anni richiesti per la pensione di vecchiaia. Esistono però delle eccezioni, perché ci sono casi in cui lavorare per 20 anni non consente comunque il collocamento in quiescenza.
Nel dettaglio, a rischiare di non poter andare in pensione con 20 anni di lavoro sono soprattutto coloro che, per gran parte della carriera, sono stati impiegati con un contratto part-time e con stipendi non particolarmente elevati (il che spesso è una conseguenza). Una situazione che, pur a fronte di un impiego ventennale, può pregiudicare l’accesso alla pensione al compimento dei 67 anni.
La ragione è duplice: da una parte c’è il mancato raggiungimento della soglia economica minima richiesta per l’accesso alla pensione di vecchiaia nel caso di chi rientra interamente nel regime contributivo, ossia di chi ha iniziato a versare contributi dopo il 1° gennaio 1996. Dall’altra, con stipendi molto bassi, potrebbe non esserci il pieno riconoscimento dell’anno contributivo, con il rischio di non raggiungere di fatto la soglia minima dei 20 anni di contributi richiesta.
Non sempre, quindi, bastano 20 anni di lavoro per andare in pensione a 67 anni. Analizziamo allora singolarmente le due situazioni, facendo chiarezza su quando uno stipendio può essere considerato “a rischio”.
A quanto bisogna arrivare di pensione per andarci a 67 anni con 20 anni di contributi
Per chi rientra interamente nel sistema contributivo, quindi per chi ha iniziato a versare contributi dopo il 1° gennaio 1996, non basta avere 67 anni di età e 20 anni di contributi. Serve, infatti, anche che l’importo della pensione maturata sia almeno pari all’assegno sociale.
Nel 2026 questa soglia è pari a 546,24 euro al mese, cioè 7.101,12 euro l’anno considerando 13 mensilità. Pertanto, se l’importo della pensione risulta inferiore, il diritto alla pensione di vecchiaia a 67 anni non si perfeziona, anche se il requisito contributivo è stato raggiunto.
Per capire quale stipendio serve, bisogna partire dal calcolo contributivo. I contributi versati nel corso della carriera formano un montante, che al momento del pensionamento viene trasformato in assegno attraverso il coefficiente di trasformazione. Per chi va in pensione a 67 anni nel 2026, il coefficiente è pari al 5,608%.
Per ottenere una pensione annua di almeno 7.101,12 euro serve quindi un montante contributivo di circa 126.600 euro. Con 20 anni di contributi, questo significa aver accantonato in media circa 6.330 euro di contributi l’anno.
Nel caso dei lavoratori dipendenti, dove l’aliquota contributiva è pari al 33% della retribuzione, la soglia corrisponde a uno stipendio medio di circa 19.200 euro lordi l’anno, cioè circa 1.470 euro lordi al mese su 13 mensilità.
Si tratta comunque di una stima indicativa, perché nel sistema contributivo i versamenti vengono rivalutati nel tempo. Per questo, anche una retribuzione leggermente più bassa potrebbe consentire di raggiungere la soglia richiesta. Il rischio riguarda soprattutto chi ha avuto carriere discontinue, molti anni di part-time o stipendi molto bassi.
Quanto devi aver guadagnato affinché 20 anni di lavoro siano 20 anni di contributi
C’è poi un altro aspetto da considerare: non sempre 20 anni di lavoro corrispondono automaticamente a 20 anni di contributi.
La regola, infatti, prevede che per ottenere l’accredito pieno di una settimana contributiva bisogna raggiungere una soglia minima di retribuzione. Se lo stipendio è inferiore, l’Inps non accredita l’intera settimana, ma una quota proporzionata. Di conseguenza, un anno di lavoro può valere meno di 52 settimane di contributi.
Per il 2026, il valore di riferimento è stato fissato dall’Inps sulla base del trattamento minimo di pensione, pari a 611,85 euro al mese. La soglia settimanale per il riconoscimento pieno della contribuzione è pari al 40% di questo importo, quindi 244,74 euro a settimana.
Tradotto in termini mensili, significa che per non subire riduzioni nell’accredito contributivo bisogna guadagnare circa 1.000 euro lordi al mese. Al di sotto di questa soglia, il rischio è che a fronte di 12 mesi di lavoro non vengano riconosciute tutte le 52 settimane utili per la pensione.
Va precisato che si tratta del valore valido per il 2026. La soglia viene rivalutata ogni anno: negli anni precedenti era più bassa, mentre dal 2027 potrebbe aumentare ancora, seguendo l’aggiornamento del trattamento minimo.
Il problema si vede soprattutto nel lungo periodo. Con una retribuzione di 800 euro al mese, ad esempio, le settimane accreditate in un anno sarebbero circa 39: per arrivare ai 20 anni di contributi non basterebbero quindi 20 anni di lavoro, ma ne servirebbero oltre 26. Con uno stipendio di 600 euro al mese, invece, le settimane riconosciute scenderebbero a circa 29 l’anno, allungando ulteriormente i tempi necessari per maturare il requisito contributivo.
Per questo, chi ha lavorato molti anni part-time dovrebbe verificare non solo il numero di anni effettivamente lavorati, ma anche le settimane di contribuzione risultanti dall’estratto conto previdenziale. È su quelle, infatti, che si misura il diritto alla pensione di vecchiaia.
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