Pensioni, il contributivo è stata la soluzione ma anche un problema. Parola di Gabriele Fava, presidente dell’Inps, che ha ragionato sulle soluzioni.
Il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, è tornato a parlare del sistema contributivo, il meccanismo introdotto nel 1996 dalla riforma Dini con l’obiettivo di rivedere, in particolare, il sistema di calcolo delle pensioni e garantire la sostenibilità del sistema previdenziale.
Lo ha fatto nel corso del convegno sui 30 anni dalla riforma Dini, organizzato dalla Rivista delle politiche sociali: un’occasione per fare un bilancio su quella che ha rappresentato, allo stesso tempo, un problema e una soluzione per la previdenza italiana.
Perché se è vero che, come sostenuto da Fava, “il contributivo ha garantito l’equilibrio del sistema”, dall’altra parte bisogna considerare che questo meccanismo ci pone davanti a uno scenario in cui le pensioni di domani rischiano di essere sempre più basse.
La peculiarità del sistema contributivo, infatti, è quella di calcolare l’assegno pensionistico sulla base dei contributi versati nel corso dell’attività lavorativa, restituendo un importo commisurato a quanto guadagnato durante la carriera, ma anche all’età in cui si va in pensione.
Questo fa sì che, specialmente per quei lavoratori che hanno avuto carriere discontinue o stipendi bassi soprattutto nei primi anni di lavoro, l’assegno finale possa risultare poco elevato. Sta tutta qui la differenza con il sistema retributivo, “cancellato” dalla riforma Dini, con il quale la pensione risultava generalmente più alta perché veniva dato maggiore peso agli ultimi anni di lavoro piuttosto che all’intera carriera contributiva.
Bisogna pertanto prendere atto del fatto che il sistema contributivo abbia pregi e difetti: come spiegato da Fava, servirà intervenire proprio su questi ultimi, così da costruire un sistema previdenziale capace di garantire un sostegno adeguato a tutti.
Gabriele Fava, Inps: “Il contributivo ha garantito l’equilibrio del sistema”
“La legge n. 335 del 1995 nacque con la consapevolezza che un sistema previdenziale può continuare a proteggere le persone soltanto se è in grado di mantenere il proprio equilibrio nel tempo”. Con queste parole il presidente dell’Inps ha aperto il convegno dedicato a quella che, di fatto, è stata la riforma che ha stravolto il sistema previdenziale italiano, probabilmente anche più della più discussa legge Fornero.
È la riforma Dini, infatti, a essere intervenuta su quello che è il tema più importante per chi va in pensione: non tanto l’età in cui ci si arriva, quanto l’importo dell’assegno che si andrà a percepire.
Una scelta che, spiega Fava, “ha contribuito a rafforzare il nostro modello di sicurezza sociale”, oltre ad affermare un principio molto importante: “unire i diritti delle generazioni presenti alla responsabilità verso quelle future”.
Per quanto possa sembrare impopolare, avendo di fatto ridotto gli importi delle pensioni, non si può comunque negare che il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo abbia rappresentato “un’evoluzione culturale nella concezione stessa della previdenza”.
Un sistema che, poggiando su un rapporto più diretto tra percorso lavorativo e pensione futura, rafforza la capacità di tenuta nel lungo periodo. Garantisce sostenibilità, quindi, e questo è sicuramente un grande pregio. Ma non mancano i problemi.
I problemi del contributivo (e come risolverli)
Ci sono però alcune variabili che incidono negativamente sul sistema previdenziale, in particolare tutti quei problemi legati al mercato del lavoro che rendono complicato lo sviluppo rapido di una carriera professionale. Si rischia così di arrivare alla pensione con un assegno molto basso, specialmente nel caso in cui manchi una visione di lungo periodo.
Come spiega Fava, oggi la previdenza non può più essere considerata soltanto come l’ultima fase della vita lavorativa, ma come un percorso che “inizia molto prima e accompagna la persona nelle diverse fasi della propria esistenza”.
Siamo sempre più nella condizione per cui “la qualità delle pensioni future dipenderà sempre di più dalla qualità del lavoro di oggi, dalla produttività, dalla formazione continua, dalla partecipazione femminile, dall’occupazione dei giovani e dalla capacità del sistema economico di creare valore”. Tutte variabili che, se andranno nella stessa direzione, potranno garantire assegni adeguati al costo della vita. In caso contrario, invece, il rischio di avere pensioni più basse c’è ed è concreto.
Per queste ragioni un istituto come l’Inps non può limitarsi ad amministrare il presente, ma deve essere capace di interpretare i cambiamenti sociali, accompagnando lavoratori e imprese nei momenti decisivi della loro vita.
La previdenza, pertanto, “non vive separata dalle altre grandi sfide del Paese”: non è distante dall’invecchiamento della popolazione, dall’evoluzione del lavoro, né dall’impatto dell’intelligenza artificiale.
La sfida che ci troviamo ad affrontare è importante ed è comune al resto d’Europa.
Ecco perché Fava ha auspicato un confronto stabile tra gli istituti europei di sicurezza sociale, con l’obiettivo di “condividere conoscenze, dati ed esperienze”. Solo così si potranno costruire strumenti capaci di anticipare le trasformazioni.
Da qui la proposta di un G7 del welfare e della previdenza da tenersi in Italia nel 2027: un’occasione per mettere a confronto il sistema contributivo con gli altri meccanismi adottati negli altri Paesi, così da condividere i problemi e individuare possibili soluzioni.