Pensioni, non serve l’ennesima riforma. Il futuro dei giovani si salva con più lavoro produttivo

Simone Micocci

20 Giugno 2026 - 09:06

Money.it ha intervistato Leonello Tronti, professore di Economia e Politica del lavoro e già dirigente di ricerca Istat. La chiave per salvare le pensioni dei giovani è davvero una nuova riforma?

Pensioni, non serve l’ennesima riforma. Il futuro dei giovani si salva con più lavoro produttivo

Ma siamo davvero sicuri che una nuova riforma delle pensioni basterebbe a risolvere i problemi del sistema previdenziale italiano? O il nodo è altrove, nel lavoro povero, nelle carriere discontinue, nei salari bassi e in una produttività che da troppi anni cresce troppo poco?

Ne abbiamo parlato con il Professor Leonello Tronti, docente di Economia e Politica del lavoro all’Università degli Studi Roma Tre e già dirigente di ricerca all’Istat, dove si è occupato anche di statistiche congiunturali su occupazione e redditi.

Secondo Tronti, che non nega le difficoltà del sistema pensionistico - stretto tra invecchiamento della popolazione e bassa natalità - è fuorviante pensare che la risposta possa arrivare soltanto da nuove regole previdenziali.

Il futuro delle pensioni, soprattutto per i giovani, dipende prima di tutto dalla qualità del lavoro.

Professore, partiamo dal quadro generale: com’è messa oggi l’Italia sul fronte della spesa previdenziale? Il pessimismo che spesso accompagna il dibattito sulle pensioni è giustificato?

Il sistema pensionistico italiano è certamente sotto pressione e non da oggi; ma credo sia sbagliato descriverlo come prossimo al collasso.

L’Italia dedica alle pensioni una quota di spesa elevata rispetto ad altri Paesi europei, soprattutto per effetto dell’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, le riforme realizzate negli scorsi decenni - culminate con il passaggio al sistema contributivo - hanno migliorato significativamente la sostenibilità finanziaria di lungo periodo. Il vero problema, infatti, non è tanto la tenuta contabile del sistema, quanto la sua capacità di garantire alle future generazioni pensioni adeguate. In altri termini, una valutazione critica del sistema previdenziale dovrebbe guardare più ai risultati storici complessivi dell’economia italiana che alla ripartizione delle risorse pubbliche.

In un rapporto di quasi vent’anni fa da lei diretto veniva già individuato un problema strutturale: una popolazione sempre più anziana, pochi giovani e un mercato del lavoro fragile. A distanza di oltre vent’anni, possiamo dire che il sistema pensionistico italiano non ha ancora risolto quelle criticità?

Direi che quelle criticità sono ancora tutte presenti e, sotto alcuni aspetti, si sono persino accentuate.

La natalità continua a diminuire, l’età media della popolazione continua ad aumentare e il mercato del lavoro si caratterizza ancor più per salari bassi e stagnanti, discontinuità occupazionale e una produttività che cresce troppo lentamente. Le pensioni non possono che riflettere inevitabilmente queste dinamiche strutturali. Per questo motivo sarebbe un errore pensare che il problema pensionistico possa essere risolto intervenendo soltanto (o soprattutto) sulle regole previdenziali.

Il sistema italiano si basa ancora prevalentemente sul meccanismo a ripartizione. Considerando che il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è destinato ad assottigliarsi, il problema è soprattutto questo? Sarebbe opportuno rafforzare maggiormente forme di capitalizzazione?

Ai fini dell’entità delle pensioni, il rapporto tra occupati e pensionati è certamente una variabile decisiva.

Tuttavia, non conta solo quanti lavoratori abbia l’economia, ma anche quanto lavorano e quanto producono. Un sistema a ripartizione può funzionare bene anche con una popolazione che invecchia, purché vi siano livelli adeguati di occupazione e produttività; e salari conseguenti.

La previdenza complementare rappresenta un’integrazione importante, soprattutto per i più giovani; e per questo va certamente rafforzata ed estesa. Ma non si può pensare che possa sostituire il pilastro pubblico, che resta essenziale per garantire coesione sociale e protezione dai rischi del mercato finanziario.

Il problema riguarda soprattutto chi oggi entra nel mercato del lavoro. Quali sono le soluzioni più idonee per evitare pensioni tardive e più basse?

La prima soluzione è migliorare la qualità dell’occupazione. Carriere discontinue, salari bassi e lunghi periodi di inattività producono inevitabilmente pensioni basse. Occorre favorire l’ingresso stabile dei giovani nel mercato del lavoro, investire nella formazione continua e sostenere la crescita della produttività: un obiettivo fondamentale che attiene alla sfera della politica industriale prima che a quella del lavoro.

Parallelamente si possono studiare meccanismi che valorizzino maggiormente i periodi di formazione, cura familiare o disoccupazione involontaria, evitando che generino penalizzazioni eccessive sul piano previdenziale.

I dati Istat mostrano un progressivo aumento dell’aspettativa di vita. Quali sono le prospettive? Dobbiamo aspettarci ulteriori aumenti dell’età pensionabile?

In linea generale sì, perché il meccanismo introdotto negli anni scorsi collega automaticamente l’età pensionabile all’evoluzione della speranza di vita.

È una scelta che ha una sua logica: se viviamo più a lungo, aumenta anche il periodo durante il quale percepiamo la pensione. Naturalmente bisogna evitare automatismi troppo rigidi e tenere conto delle differenze tra professioni e condizioni lavorative. Non tutti arrivano alla soglia pensionistica nelle stesse condizioni fisiche e professionali, come non tutti arrivano con la stessa dote di anni di buoni salari percepiti e buoni contributi versati.

Quanto serve intervenire direttamente sulle regole pensionistiche e quanto, invece, sul mercato del lavoro per cambiare davvero gli scenari futuri?

A mio avviso la leva principale è il mercato del lavoro, ma considerato nella sua completezza e complessità: non solo i lavoratori che vi partecipano, ma altrettanto, se non più ancora, le imprese presso le quali lavorano. Negli ultimi trent’anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulle pensioni, ma le pensioni non sono altro che il risultato finale di ciò che accade durante la vita lavorativa. Più occupazione regolare, più imprese dinamiche e di dimensioni significative, più produttività, salari più elevati e una maggiore partecipazione femminile e giovanile avrebbero indubitabili effetti positivi sia sui conti del sistema sia sull’adeguatezza delle prestazioni future.

In questo senso, misure come il salario minimo possono contribuire anche a migliorare le pensioni di domani?

Possono certamente contribuire, ma non bisogna attribuire loro effetti miracolosi. Se un salario minimo ben progettato aiuta a contrastare il lavoro povero e ad aumentare le retribuzioni nelle fasce più basse e meno strutturate del lavoro, nel tempo può produrre anche una maggiore contribuzione previdenziale.

Tuttavia, come si è visto per qualche tempo nei paesi dell’Europa Orientale dopo la caduta del muro di Berlino, potrebbe anche appiattire verso il basso i salari superiori al minimo legale: il nodo centrale, infatti, resta la crescita della produttività e dei salari medi dell’intero sistema economico. Economia e salari devono crescere assieme perché devono influenzarsi a vicenda.

Da troppi anni l’economia italiana soffre di quella che io chiamo “la legge del meno uno”, ovvero la condanna a crescere ogni anno un punto in meno della media delle economie dell’euro (delle quali, peraltro, l’Italia è la terza). Senza un salto di qualità dell’intero sistema economico, il problema pensionistico tenderà a riproporsi e, temo, ad aggravarsi.

Da luglio cambiano le regole sul Tfr. Che consiglio si sente di dare ai lavoratori interessati da questa novità?

Il consiglio è di informarsi e di compiere una scelta consapevole. Per molti lavoratori, soprattutto i più giovani, destinare il Tfr alla previdenza complementare può essere una soluzione utile per integrare la pensione pubblica futura. Naturalmente non esiste una risposta uguale per tutti: bisogna valutare età, situazione lavorativa, orizzonte temporale e propensione al rischio. L’importante è non considerare la previdenza complementare come un tema da rinviare a fine carriera.

Se dovesse indicare la priorità di una nuova riforma pensionistica, quale sarebbe?

Più che una nuova riforma pensionistica in senso stretto, servirebbe una strategia integrata che metta insieme previdenza, lavoro, formazione e politica demografica. La priorità dovrebbe essere aumentare il numero di persone che lavorano e la qualità del lavoro svolto. È da lì che dipende, in ultima analisi, la sostenibilità economica e sociale del sistema pensionistico italiano. Non esistono scorciatoie previdenziali che possano compensare un’economia che cresce poco e una popolazione che invecchia rapidamente.

Il nodo delle pensioni non può essere ridotto al solo rapporto numerico tra pensionati e lavoratori. A contare davvero è il rapporto tra pensionati e lavoro produttivo, quindi la capacità del sistema economico di generare occupazione stabile, salari adeguati e crescita della produttività. Le riforme degli ultimi decenni hanno già affrontato in larga misura il tema della sostenibilità finanziaria, irrigidendo i requisiti e legando sempre di più l’importo dell’assegno ai contributi effettivamente versati. Resta però aperta la questione dell’adeguatezza delle pensioni future, soprattutto per le generazioni più giovani.

Per molti anni si è pensato che la competitività si ottenesse comprimendo il costo del
lavoro. L’esperienza italiana suggerisce il contrario. Salari dinamici spingono le imprese a innovare, investire e utilizzare meglio il lavoro disponibile. È il meccanismo che Paolo Sylos Labini aveva individuato già molti decenni fa: la crescita dei salari può essere uno stimolo alla crescita della produttività, non un ostacolo.

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