Pensioni integrative obbligatorie? L’UE ci sta pensando seriamente (e l’Italia trema)

Antonello Motroni

06/06/2026

Addio pensione pubblica come la conosciamo: il rapporto UE dice chiaramente cosa dobbiamo fare subito

Pensioni integrative obbligatorie? L’UE ci sta pensando seriamente (e l’Italia trema)

L’European Financial Stability and Integration Review 2026 riflette sullo stato della previdenza integrativa e sul ruolo che questa potrebbe avere per favorire il rafforzamento del mercato unico dei risparmi e degli investimenti, in un contesto segnato da incertezze geopolitiche e pratiche commerciali protezionistiche.

L’UE affronta sfide demografiche profonde: una popolazione che invecchia, un’aspettativa di vita in costante crescita e una forza lavoro in contrazione. Queste tendenze mettono sotto pressione i sistemi pensionistici a ripartizione. I sistemi PAYG rimangono il pilastro principale del reddito pensionistico in quasi tutti gli Stati UE, con tassi di sostituzione lordi che in media si attestano al 49,2% — superiori alla media OCSE del 43,0%. Tuttavia, la variabilità è molto forte: la Spagna raggiunge l’80,4%, la Grecia il 79,6%, il Lussemburgo il 75,6%; all’opposto, la Lituania si ferma al 17,4%, l’Irlanda al 24,3% e l’Olanda al 28,6%.

In questo contesto, il rafforzamento dei sistemi pensionistici complementari a capitalizzazione assume un’importanza crescente, sia per garantire adeguati livelli di vita al pensionamento, sia per canalizzare il risparmio di lungo termine verso investimenti produttivi, contribuendo così alla crescita economica e all’obiettivo dell’Unione dei Risparmi e degli Investimenti.
Il totale delle attività gestite dai fondi pensione nell’UE ammonta a circa 6.000 miliardi di euro, pari a circa il 32% del PIL — una quota marginale rispetto ai circa 46.000 miliardi di euro degli Stati Uniti. Questa disparità è uno dei principali fattori alla base della minore profondità e liquidità dei mercati dei capitali europei rispetto a quelli americani.

Anche in questo caso si registra una forte variabilità tra gli Stati Membri. I Paesi Bassi guidano la classifica con attività pensionistiche che superano il 200% del PIL, seguiti da Danimarca, Svezia e Finlandia. All’estremo opposto si trovano Grecia (con appena 3 miliardi di euro di attività totali) e molti altri Stati membri dell’Europa centrale e orientale con livelli inferiori al 10% del PIL (in Italia tale dato è pari a circa il 17%).

La Commissione Europea imputa tale eterogeneità a molteplici fattori. In primo luogo, i tassi di partecipazione ai fondi pensione sono molto contenuti soprattutto nei paesi privi di schemi obbligatori o di meccanismi di adesione automatica (auto-enrolment). Otto Stati membri — tra cui Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia — prevedono meccanismi di adesione obbligatoria, con tassi di partecipazione superiori al 90%. Per contro, gli Stati membri che si affidano esclusivamente alla partecipazione volontaria mostrano tassi molto più bassi (in Italia siamo a poco più del 30% della forza lavoro).

Un secondo fattore critico riguarda i rendimenti reali medi degli ultimi dieci anni (2015-2024). Nella maggior parte degli Stati membri, i risultati sono stati mediocri: solo cinque Paesi hanno conseguito rendimenti reali superiori al 2% (Irlanda 3,7%, Finlandia 3,5%, Svezia 3,4%, Lussemburgo 2,4%, Grecia 2,1. La modestia dei rendimenti è da imputare a vari fattori, tra cui la bassa quota di portafoglio investita in azioni, l’elevata esposizione ai titoli obbligazionari, l’home bias geografico, l’inflazione elevata nel 2022-2023 e gli alti costi di gestione.

Il rapporto dedica ampia attenzione alla composizione dei portafogli. L’esposizione azionaria media nell’UE è molto variabile: in paesi come Svezia, Danimarca, Finlandia e Irlanda la quota di azioni detenuta supera il 50%, mentre la maggior parte dei Paesi dell’Europa centrale e orientale investe prevalentemente in titoli obbligazionari, con rendimenti spesso insufficienti a battere l’inflazione.

Il modello svedese viene indicato come esempio di riferimento: un sistema multi-pilastro riformato negli anni ’90, che combina un fondo di riserva pubblico robusto (il cosiddetto sistema AP), uno schema occupazionale obbligatorio e una previdenza personale volontaria efficiente, con una sostanziale esposizione azionaria su tutti i pilastri. Anche Danimarca, Paesi Bassi e Finlandia vengono citati come casi di successo che altri Paesi potrebbero prendere a modello.

Il rapporto individua in una elevata partecipazione, da conseguire anche attraverso schemi obbligatori o auto-enrolment, in contribuzioni adeguate e incentivi fiscali generosi, in rendimenti adeguati favoriti da una buona diversificazione geografica e da una robusta esposizione azionaria e in un quadro normativo e di governance chiaro e stabile gli elementi chiave per un sistema pensionistico sostenibile che sia in grado al contempo di generare importanti flussi finanziari al tessuto economico.