L’European Financial Stability and Integration Review 2026 riflette sullo stato della previdenza integrativa e sul ruolo che questa potrebbe avere per favorire il rafforzamento del mercato unico dei risparmi e degli investimenti, in un contesto segnato da incertezze geopolitiche e pratiche commerciali protezionistiche.
L’UE affronta sfide demografiche profonde: una popolazione che invecchia, un’aspettativa di vita in costante crescita e una forza lavoro in contrazione. Queste tendenze mettono sotto pressione i sistemi pensionistici a ripartizione. I sistemi PAYG rimangono il pilastro principale del reddito pensionistico in quasi tutti gli Stati UE, con tassi di sostituzione lordi che in media si attestano al 49,2% — superiori alla media OCSE del 43,0%. Tuttavia, la variabilità è molto forte: la Spagna raggiunge l’80,4%, la Grecia il 79,6%, il Lussemburgo il 75,6%; all’opposto, la Lituania si ferma al 17,4%, l’Irlanda al 24,3% e l’Olanda al 28,6%.
In questo contesto, il rafforzamento dei sistemi pensionistici complementari a capitalizzazione assume un’importanza crescente, sia per garantire adeguati livelli di vita al pensionamento, sia per canalizzare il risparmio di lungo termine verso investimenti produttivi, contribuendo così alla crescita economica e all’obiettivo dell’Unione dei Risparmi e degli Investimenti.
Il totale delle attività gestite dai fondi pensione nell’UE ammonta a circa 6.000 miliardi di euro, pari a circa il 32% del PIL — una quota marginale rispetto ai circa 46.000 miliardi di euro degli Stati Uniti. Questa disparità è uno dei principali fattori alla base della minore profondità e liquidità dei mercati dei capitali europei rispetto a quelli americani.
Anche in questo caso si registra una forte variabilità tra gli Stati Membri. I Paesi Bassi guidano la classifica con attività pensionistiche che superano il 200% del PIL, seguiti da Danimarca, Svezia e Finlandia. All’estremo opposto si trovano Grecia (con appena 3 miliardi di euro di attività totali) e molti altri Stati membri dell’Europa centrale e orientale con livelli inferiori al 10% del PIL (in Italia tale dato è pari a circa il 17%).
La Commissione Europea imputa tale eterogeneità a molteplici fattori. In primo luogo, i tassi di partecipazione ai fondi pensione sono molto contenuti soprattutto nei paesi privi di schemi obbligatori o di meccanismi di adesione automatica (auto-enrolment). Otto Stati membri — tra cui Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia — prevedono meccanismi di adesione obbligatoria, con tassi di partecipazione superiori al 90%. Per contro, gli Stati membri che si affidano esclusivamente alla partecipazione volontaria mostrano tassi molto più bassi (in Italia siamo a poco più del 30% della forza lavoro).
Un secondo fattore critico riguarda i rendimenti reali medi degli ultimi dieci anni (2015-2024). Nella maggior parte degli Stati membri, i risultati sono stati mediocri: solo cinque Paesi hanno conseguito rendimenti reali superiori al 2% (Irlanda 3,7%, Finlandia 3,5%, Svezia 3,4%, Lussemburgo 2,4%, Grecia 2,1. La modestia dei rendimenti è da imputare a vari fattori, tra cui la bassa quota di portafoglio investita in azioni, l’elevata esposizione ai titoli obbligazionari, l’home bias geografico, l’inflazione elevata nel 2022-2023 e gli alti costi di gestione.
Il rapporto dedica ampia attenzione alla composizione dei portafogli. L’esposizione azionaria media nell’UE è molto variabile: in paesi come Svezia, Danimarca, Finlandia e Irlanda la quota di azioni detenuta supera il 50%, mentre la maggior parte dei Paesi dell’Europa centrale e orientale investe prevalentemente in titoli obbligazionari, con rendimenti spesso insufficienti a battere l’inflazione.
Il modello svedese viene indicato come esempio di riferimento: un sistema multi-pilastro riformato negli anni ’90, che combina un fondo di riserva pubblico robusto (il cosiddetto sistema AP), uno schema occupazionale obbligatorio e una previdenza personale volontaria efficiente, con una sostanziale esposizione azionaria su tutti i pilastri. Anche Danimarca, Paesi Bassi e Finlandia vengono citati come casi di successo che altri Paesi potrebbero prendere a modello.
Il rapporto individua in una elevata partecipazione, da conseguire anche attraverso schemi obbligatori o auto-enrolment, in contribuzioni adeguate e incentivi fiscali generosi, in rendimenti adeguati favoriti da una buona diversificazione geografica e da una robusta esposizione azionaria e in un quadro normativo e di governance chiaro e stabile gli elementi chiave per un sistema pensionistico sostenibile che sia in grado al contempo di generare importanti flussi finanziari al tessuto economico.