Pensioni, ecco la data in cui potremmo cambiare la legge Fornero

Simone Micocci

21 Febbraio 2026 - 09:20

Pensioni, addio alla legge Fornero? È possibile, ma solo a partire da questa data.

Pensioni, ecco la data in cui potremmo cambiare la legge Fornero

Sono passati quasi 15 anni - era il dicembre del 2011 - dalla riforma varata dal governo Monti, eppure ancora oggi si parla della legge Fornero e soprattutto della possibilità che possa essere superata attraverso l’introduzione di misure capaci di riconoscere una maggiore flessibilità in uscita.

Se il dibattito non si è mai spento è perché gli effetti di quella riforma sono ancora evidenti. È notizia di questi giorni, ad esempio, che l’Inps ha aggiornato i propri sistemi recependo l’aumento dell’età pensionabile a decorrere dal 2027, quando servirà 1 mese di lavoro in più, che diventeranno complessivamente 3 nel 2028. E anche se non se ne parla ancora, va ricordato che sempre dal 2027- per effetto dei meccanismi introdotti o rafforzati dalla riforma - potranno risultare meno favorevoli anche gli importi per chi andrà in pensione nei prossimi anni.

D’altronde lo scopo della legge Fornero era proprio quello di garantire la sostenibilità del sistema previdenziale nel lungo periodo. L’Italia, come molti altri Paesi europei, utilizza un sistema a ripartizione, quindi le pensioni di oggi vengono pagate con i contributi versati dai lavoratori attivi. Affinché questo meccanismo regga è necessario che il rapporto tra occupati e pensionati sia equilibrato, tendenzialmente a vantaggio dei primi. Ma le proiezioni demografiche raccontano una realtà diversa: il numero di lavoratori per ogni pensionato è destinato ad assottigliarsi sempre di più.

A ciò si aggiunge l’aumento della speranza di vita. È certamente una buona notizia dal punto di vista sociale, ma comporta un effetto diretto sui conti previdenziali: vivere più a lungo significa, in media, percepire la pensione per un numero maggiore di anni, con un incremento della spesa complessiva.

Ecco perché la riforma ha legato i requisiti pensionistici all’andamento della speranza di vita, prevedendo aggiornamenti periodici, e ha rafforzato il metodo contributivo come criterio di calcolo. Ma non solo: ha anche introdotto un meccanismo che incentiva a restare più a lungo al lavoro attraverso coefficienti di trasformazione che risultano meno favorevoli quanto più si anticipa l’uscita.

A parità di contributi versati, andare in pensione a 65 anni non è lo stesso che farlo a 67. L’importo dell’assegno cambia proprio perché il montante contributivo viene trasformato in rendita sulla base dell’età di accesso. E dal 2027 i coefficienti saranno aggiornati in modo meno vantaggioso: ciò significa che, a parità di carriera, chi si pensionerà in quell’anno potrebbe percepire un assegno leggermente inferiore rispetto a chi è uscito nel 2026.

Ma allora quando si può davvero “cancellare” la Fornero?

Se per cancellarla si intende eliminare i due pilastri su cui si regge - l’adeguamento automatico alla speranza di vita e il calcolo contributivo con coefficienti legati all’età - la risposta è probabilmente mai, a meno di un cambiamento radicale nelle dinamiche demografiche e occupazionali del Paese.

Si tratta infatti di condizioni ritenute necessarie per garantire la tenuta finanziaria del sistema nel medio e lungo periodo.

Se invece si parla di superamento in termini politici, cioè di maggiore flessibilità in uscita, allora l’orizzonte può essere diverso. Intorno ai primi anni del 2030 si completerà la transizione al sistema interamente contributivo, quando tutte le pensioni saranno calcolate con lo stesso metodo. In quel contesto potrebbe diventare più semplice introdurre margini di scelta sull’età di pensionamento, ad esempio consentendo l’uscita in una finestra più ampia, ma a condizione che l’importo maturato sia adeguato.

Il rischio, altrimenti, è quello di creare nuovi pensionati con assegni troppo bassi, costringendo poi lo Stato a intervenire con misure assistenziali e aggravando ulteriormente la spesa pubblica.

Nel frattempo, ciò che appare più realistico è intervenire in modo mirato sulle categorie più fragili: disoccupati di lungo periodo, caregiver familiari, lavoratori impiegati in mansioni gravose o usuranti. Per queste persone lo Stato può prevedere canali di uscita anticipata senza mettere in discussione l’impianto complessivo della riforma.

La legge Fornero, insomma, può essere ritoccata e affiancata da strumenti di flessibilità. Ma smontarne i meccanismi fondamentali, allo stato attuale dei conti e delle prospettive demografiche, resta un’ipotesi difficilmente praticabile.

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