Conoscere bene le regole per l’accesso alla pensione è fondamentale, perché permette di individuare le agevolazioni previste dalla normativa e scegliere la soluzione più conveniente in base alla propria situazione contributiva.
Tra i benefici disponibili ce n’è uno riservato alle lavoratrici con figli che rientrano interamente nel sistema contributivo, vale a dire coloro che non hanno contributi versati prima del 1° gennaio 1996. Per queste donne è prevista una riduzione dell’età pensionabile pari a 4 mesi per ogni figlio, fino a un massimo di 16 mesi.
In alternativa, è possibile rinunciare all’anticipo e beneficiare di un coefficiente di trasformazione più favorevole, così da ottenere un assegno mensile più elevato.
Esiste poi un’altra possibilità, meno conosciuta, che può determinare il pagamento di mensilità arretrate. Nel dettaglio, la lavoratrice può presentare la domanda dopo aver maturato il diritto alla pensione e chiedere che la decorrenza venga riconosciuta dalla prima data utile, recuperando così fino a 16 ratei.
Questa soluzione, però, non è automaticamente accessibile a tutte: devono essere già stati soddisfatti tutti i requisiti previsti, compresa, per le lavoratrici dipendenti, la cessazione del rapporto di lavoro.
Gli arretrati, quindi, non rappresentano un beneficio aggiuntivo né una vera e propria terza agevolazione. Sono la conseguenza di una domanda presentata dopo la maturazione del diritto e vanno valutati con attenzione, perché la decorrenza anticipata può comportare l’applicazione di un coefficiente di trasformazione meno favorevole e, di conseguenza, una pensione mensile più bassa.
Ma vediamo nel dettaglio come funziona questa possibilità.
Come funzionano le agevolazioni per le lavoratrici del contributivo
Come prima cosa, è necessario chiarire quali sono le agevolazioni riconosciute alle lavoratrici con figli la cui pensione viene calcolata interamente con il sistema contributivo.
La prima possibilità consiste nell’anticipare l’accesso alla pensione. Per ogni figlio, infatti, viene riconosciuta una riduzione del requisito anagrafico pari a 4 mesi, fino a un massimo di 16 mesi per chi ha avuto almeno quattro figli. Il beneficio riguarda l’età richiesta per il pensionamento e non comporta l’accredito di ulteriori contributi.
In alternativa, la lavoratrice può rinunciare all’anticipo anagrafico e beneficiare di un calcolo più favorevole della pensione. Nel dettaglio, con uno o due figli viene applicato il coefficiente di trasformazione previsto per un’età superiore di un anno rispetto a quella effettiva, mentre con almeno tre figli l’età considerata ai fini del coefficiente viene aumentata di due anni. In questo modo si ottiene una pensione mensile più alta, rinunciando però alla possibilità di uscire prima dal lavoro.
Diverso è il discorso degli arretrati, i quali non costituiscono una terza agevolazione concessa alle lavoratrici madri, ma possono derivare dalla presentazione tardiva della domanda di pensione. Nel dettaglio, per gli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria e alla Gestione separata la pensione di vecchiaia può decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello in cui sono stati perfezionati tutti i requisiti, salvo che l’interessata chieda espressamente una decorrenza successiva.
Ciò significa che una lavoratrice autonoma o parasubordinata che continua a svolgere la propria attività e presenta la domanda in un secondo momento potrebbe ottenere i ratei maturati dalla prima decorrenza utile. L’Inps, infatti, non richiede la cessazione dell’attività autonoma o parasubordinata per accedere alla pensione di vecchiaia.
La stessa possibilità, invece, non può essere utilizzata nello stesso modo da una lavoratrice dipendente che continua regolarmente a lavorare, dal momento che per accedere alla pensione è necessaria la cessazione del rapporto di lavoro subordinato: finché il rapporto resta attivo, non risultano perfezionate tutte le condizioni richieste per la decorrenza della pensione.
In tal caso, non è quindi possibile lavorare fino a 67 anni e ottenere successivamente 16 mensilità di pensione riferite allo stesso periodo.
Ma attenzione, perché per quanto possano sembrare convenienti, gli arretrati portano con sé uno svantaggio: l’importo della pensione viene calcolato considerando l’età corrispondente alla decorrenza effettiva. Anticipandola, quindi, il coefficiente di trasformazione sarà meno favorevole e l’assegno mensile risulterà più basso.
Conviene chiedere gli arretrati oppure no?
Per capire se conviene chiedere gli arretrati possiamo fare un esempio, utilizzando i coefficienti di trasformazione validi nel biennio 2025-2026.
Ipotizziamo che una lavoratrice con almeno quattro figli abbia accumulato un montante contributivo di 200.000 euro.
Andando in pensione a 67 anni, senza applicare alcuna maggiorazione, si utilizzerebbe il coefficiente del 5,608%. La pensione sarebbe quindi pari a 11.216 euro lordi l’anno, ossia circa 862 euro lordi per 13 mensilità.
La lavoratrice potrebbe però utilizzare la riduzione di 16 mesi riconosciuta per i figli, facendo decorrere la pensione da 65 anni e 8 mesi. Considerando anche la frazione mensile, il coefficiente applicabile sarebbe pari a circa il 5,365%. Su un montante di 200.000 euro ne deriverebbe una pensione di circa 10.730,67 euro lordi l’anno, pari a 825 euro lordi al mese per 13 mensilità.
Presentando la domanda a 67 anni e ottenendo la decorrenza da 16 mesi prima, la lavoratrice riceverebbe complessivamente circa 14.300 euro lordi di arretrati, considerando anche la quota di tredicesima maturata. In cambio di questa somma immediata, però, la pensione resterebbe più bassa per tutta la vita. Rispetto all’assegno calcolato a 67 anni, la differenza sarebbe di circa 37 euro lordi per ciascuna delle 13 mensilità.
La lavoratrice con almeno tre figli dispone però di un’altra alternativa: rinunciare alla riduzione dell’età e chiedere l’applicazione del coefficiente previsto per un’età superiore di due anni. Andando in pensione a 67 anni, il calcolo verrebbe quindi effettuato utilizzando il coefficiente dei 69 anni, oggi pari al 6,024%.
In questo caso, con lo stesso montante di 200.000 euro, la pensione salirebbe a 12.048 euro lordi l’anno, ossia circa 926,77 euro lordi al mese per 13 mensilità.
Rispetto all’opzione con decorrenza retroattiva, l’assegno sarebbe più alto di circa 101 euro lordi al mese.
Quale soluzione conviene? Con questi dati, gli arretrati garantirebbero subito circa 14.300 euro lordi, mentre il coefficiente maggiorato permetterebbe di recuperare tale differenza attraverso una pensione più alta dopo circa 10 anni e 10 mesi. In termini puramente matematici, quindi, chi vive oltre i 77 anni finirebbe per ricevere complessivamente di più scegliendo il coefficiente maggiorato.
Non esiste, tuttavia, una risposta valida per tutte. Gli arretrati possono essere utili a chi ha bisogno di una somma immediata, mentre il coefficiente più elevato può risultare più conveniente per chi preferisce massimizzare l’assegno mensile nel lungo periodo. Nel calcolo vanno poi considerate la tassazione, la rivalutazione futura della pensione e l’eventuale presenza di contributi versati dopo la decorrenza retroattiva.
Prima di scegliere è quindi indispensabile chiedere all’Inps o a un patronato una simulazione delle diverse opzioni, confrontando sia l’importo degli arretrati che la pensione mensile spettante negli anni successivi.