Uno stipendio più basso di 1.000 euro potrebbe impedirti di andare in pensione. Ecco come.
Abbiamo più volte sottolineato come molti dei problemi del sistema pensionistico abbiano origine nel mercato del lavoro. Stipendi spesso molto bassi, soprattutto nei primi anni di carriera, e frequenti periodi di interruzione lavorativa impediscono infatti di maturare una contribuzione regolare e rappresentano la principale ragione per cui, in futuro, le pensioni rischiano di essere sempre più basse.
Una criticità accentuata dal passaggio integrale al sistema contributivo, che tuttavia, in presenza di un mercato del lavoro più stabile e di retribuzioni adeguate, non comporterebbe gli stessi rischi.
Basti pensare alla situazione di chi, per gran parte della propria carriera, ha percepito uno stipendio di poco inferiore a 1.000 euro al mese. In questi casi, l’assegno pensionistico potrebbe risultare talmente basso da impedire persino l’accesso alla pensione.
Per ottenere la pensione di vecchiaia, infatti, non è sempre sufficiente aver compiuto 67 anni e maturato almeno 20 anni di contributi. Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 e rientra quindi interamente nel sistema contributivo, è necessario rispettare anche un requisito economico: l’importo della pensione maturata deve essere almeno pari all’Assegno sociale in vigore nell’anno di pensionamento.
Si tratta di poco più di 540 euro al mese, una soglia che potrebbe sembrare apparentemente semplice da raggiungere. In realtà non è sempre così.
Come vedremo in questa guida, aver guadagnato mediamente circa 1.000 euro al mese potrebbe non essere sufficiente per assicurarsi una pensione adeguata e, in presenza di periodi lavorativi discontinui o di una contribuzione ridotta, potrebbe persino impedire di raggiungere l’importo minimo richiesto dalla normativa per andare in pensione a 67 anni.
Quanto bisogna guadagnare per andare in pensione a 67 anni
Aver compiuto 67 anni e maturato almeno 20 anni di contributi: sono questi, generalmente, i requisiti minimi richiesti per la pensione di vecchiaia. L’età è però destinata ad aumentare di un mese nel 2027 e di altri due mesi nel 2028.
Per chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995 si aggiunge anche un requisito economico. L’importo della pensione maturata deve infatti essere almeno pari all’Assegno sociale, che nel 2026 ammonta a 546,24 euro al mese per 13 mensilità, ossia 7.101,12 euro l’anno.
Ma quanto bisogna aver guadagnato per arrivare a un simile risultato? Con il sistema contributivo è possibile fare una stima partendo dall’importo minimo richiesto e dal coefficiente di trasformazione applicato al momento del pensionamento.
A 67 anni il coefficiente di trasformazione è pari al 5,608% (ma va detto che questo valore verrà rivisto, al ribasso, nel prossimo biennio). Ciò significa che, per ottenere una pensione annua di almeno 7.101,12 euro, è necessario aver accumulato un montante contributivo di circa 126.625 euro.
Nel caso di un lavoratore dipendente, ogni anno viene accantonato ai fini pensionistici il 33% della retribuzione imponibile. Ipotizzando una carriera di soli 20 anni e, per semplificare il calcolo, senza considerare la rivalutazione annuale dei contributi, per raggiungere il montante necessario servirebbe una retribuzione media di circa 19.200 euro lordi l’anno.
Si tratta di poco meno di 1.480 euro lordi al mese su 13 mensilità, una cifra ben superiore a uno stipendio di 1.000 euro mensili, che con appena 20 anni di contribuzione non consentirebbe, nella maggior parte dei casi, di raggiungere l’importo minimo richiesto per andare in pensione a 67 anni.
Con 1.000 euro al mese si rischia di perdere anche settimane di contributi
E attenzione, perché il problema non riguarda solamente l’importo della pensione maturata. Uno stipendio particolarmente basso può incidere anche sul numero di settimane contributive riconosciute dall’Inps, con il rischio che un anno di lavoro non corrisponda a un anno intero di contributi.
È una situazione che interessa soprattutto i lavoratori part-time. A fare la differenza, infatti, non è tanto il numero di ore lavorate, quanto la retribuzione percepita nel corso dell’anno, perché quando questa risulta inferiore alla soglia minima prevista dalla legge, la contribuzione viene accreditata in misura proporzionale.
Per il 2026, il limite necessario per ottenere il riconoscimento di una settimana contributiva piena è pari a 244,74 euro, importo che corrisponde al 40% del trattamento minimo di pensione, fissato quest’anno a 611,85 euro mensili.
Per vedersi accreditate tutte le 52 settimane dell’anno è quindi necessario raggiungere una retribuzione annua di circa 12.727 euro. Chi guadagna 1.000 euro lordi al mese per 12 mensilità si ferma invece a 12.000 euro e potrebbe quindi non ottenere il riconoscimento di un anno contributivo completo.
In questo caso, pur avendo lavorato per 12 mesi, l’Inps accredita un numero di settimane inferiore a 52. Il rischio è particolarmente rilevante per chi arriva a 67 anni contando di avere maturato i 20 anni di contributi necessari per la pensione di vecchiaia, salvo poi scoprire che alcuni periodi di lavoro valgono meno dal punto di vista previdenziale.
Il divario diventa ancora più evidente quando lo stipendio è più basso. Con una retribuzione di 800 euro al mese, pari a 9.600 euro l’anno, vengono riconosciute circa 39 settimane contributive. Per accumulare i 20 anni richiesti per la pensione di vecchiaia non sarebbero quindi sufficienti 20 anni di lavoro, ma ne servirebbero più di 26. Con uno stipendio di 600 euro al mese, pari a 7.200 euro l’anno, le settimane accreditate scendono invece a circa 29. In una situazione simile, per raggiungere l’equivalente di 20 anni di contributi potrebbero essere necessari più di 35 anni di lavoro.