Il governo riproporrà una nuova forma di pensionamento anticipato dopo l’esperienza «fallimentare» di Quota 103? Si riflette (ancora) su Quota 41 flessibile.
L’ultima misura su cui starebbe lavorando il governo Meloni potrebbe introdurre un legame del tutto nuovo tra Isee e accesso alla pensione. Un collegamento che, a prima vista, può sembrare insolito - e in effetti lo è - ma che rientrerebbe tra le ipotesi allo studio per garantire anche il prossimo anno un margine di flessibilità in uscita, in un contesto in cui è già previsto un aumento dell’età pensionabile.
Nel dettaglio, si tratta di una proposta di cui si era già discusso lo scorso anno, senza però arrivare a un risultato, ma che non sarebbe stata del tutto accantonata: la cosiddetta Quota 41 flessibile. Una misura che consentirebbe di andare in pensione con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica, non più soltanto ai lavoratori precoci appartenenti alle categorie oggi tutelate, ma potenzialmente a una platea molto più ampia.
Il problema, però, resta quello dei costi. Una Quota 41 estesa a tutti, senza correttivi, avrebbe infatti un impatto significativo sui conti pubblici e difficilmente compatibile con l’obiettivo, ribadito anche nel Documento programmatico di finanza pubblica, di non aumentare la spesa pensionistica.
Da qui la necessità di introdurre dei paletti. In passato la Lega aveva depositato un disegno di legge che prevedeva, in caso di estensione della Quota 41, il ricalcolo contributivo dell’assegno. Oggi, però, quella strada sembrerebbe meno praticabile, dal momento che l’esperienza di Quota 103 - che consente l’uscita con 41 anni di contributi e almeno 62 anni di età, ma con penalizzazioni legate al calcolo dell’importo - ha dimostrato come i lavoratori guardino con scarso interesse alle misure che comportano una riduzione troppo pesante della pensione.
Ecco allora che potrebbe farsi strada una soluzione più graduale: non un ricalcolo contributivo integrale, ma un taglio percentuale dell’assegno, modulato in base alla condizione economica del nucleo familiare. In altre parole, la penalizzazione sarebbe più contenuta per chi ha un Isee basso e più elevata per chi si trova in una situazione economica più favorevole.
Si tratterebbe di una novità rilevante, per certi versi storica, perché per la prima volta l’Isee - solitamente utilizzato per l’accesso a bonus e agevolazioni - entrerebbe anche nel campo delle pensioni, incidendo sulle condizioni di uscita dal lavoro. Una prospettiva che, tuttavia, presenta non poche difficoltà, sia sul piano tecnico che su quello politico.
Come funzionerebbe Quota 41 flessibile
Quota 41 oggi è una misura riservata a una platea molto limitata di lavoratori. Possono accedervi, infatti, soltanto i cosiddetti lavoratori precoci che rientrano in specifiche categorie meritevoli di tutela: disoccupati di lungo periodo, invalidi con una percentuale almeno pari al 74%, caregiver e addetti a mansioni usuranti o gravose.
Per questi lavoratori è possibile smettere di lavorare con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica, a condizione però che almeno 12 mesi di contribuzione risultino versati prima del compimento dei 19 anni di età. Si tratta quindi di una misura pensata per chi ha iniziato a lavorare molto presto e che, proprio per questo, può anticipare di qualche mese o anche di qualche anno l’uscita rispetto alla pensione anticipata ordinaria.
L’obiettivo politico, soprattutto da parte della Lega, è sempre stato quello di estendere Quota 41 a una platea più ampia, fino a renderla accessibile a tutti i lavoratori. Una soluzione che però si scontra con il problema dei costi: consentire il pensionamento con 41 anni di contributi senza altri vincoli avrebbe infatti un impatto significativo sulla spesa previdenziale.
Da qui l’ipotesi di una Quota 41 flessibile, costruita su un meccanismo diverso. Il diritto alla pensione con 41 anni di contributi potrebbe essere esteso anche a chi non rientra nelle categorie oggi tutelate, ma con alcune condizioni aggiuntive. Per i lavoratori precoci già oggi ammessi a Quota 41 resterebbe l’uscita indipendente dall’età; per gli altri, invece, potrebbe essere richiesto anche un requisito anagrafico, ad esempio il compimento dei 62 anni, sul modello “Quota 103”.
La vera differenza riguarderebbe però la penalizzazione. Al posto del ricalcolo contributivo integrale, molto più pesante, si ragionerebbe su un taglio percentuale dell’assegno per ogni anno di anticipo, indicativamente pari al 2%. Una riduzione più semplice da applicare e, almeno nelle intenzioni, meno scoraggiante rispetto al ricalcolo dell’intera pensione.
La novità più rilevante sarebbe però l’utilizzo dell’Isee. Secondo le prime ipotesi, infatti, la penalizzazione non verrebbe applicata - o comunque in misura ridotta - ai lavoratori con un Isee inferiore a una determinata soglia, che nelle indiscrezioni circolate viene indicata in 35.000 euro. In questo modo, l’anticipo pensionistico sarebbe meno penalizzante per chi si trova in una condizione economica familiare più fragile, mentre il taglio sarebbe pieno per chi dispone di un Isee più alto.
Va comunque precisato che, al momento, non c’è ancora nulla di definito. Quota 41 flessibile resta una delle ipotesi sul tavolo in vista della prossima riforma delle pensioni, ma bisognerà capire se il governo deciderà davvero di portarla avanti.
Anche perché i problemi non mancherebbero. Il primo riguarda proprio l’Isee: si tratta infatti di un indicatore variabile, destinato a cambiare nel tempo in base alla composizione del nucleo familiare, ai redditi e al patrimonio. L’importo della pensione, invece, una volta liquidato resta di fatto stabile nel tempo, salvo le rivalutazioni annuali. Sarebbe quindi corretto determinare una penalizzazione permanente dell’assegno sulla base di una condizione economica familiare che, per sua natura, può modificarsi anche nel giro di pochi anni?
Una domanda che potrebbe comunque restare senza risposta, visto che Quota 41 flessibile rischia di rimanere una misura senza futuro. Anche nella versione “soft”, infatti, avrebbe comunque un costo per lo Stato, e in una fase in cui le risorse disponibili per le pensioni sono limitate, la priorità del governo potrebbe essere un’altra: bloccare, prima di tutto, l’aumento dell’età pensionabile previsto dal prossimo anno, evitando così di lasciare un’eredità politicamente pesante in vista delle prossime elezioni.
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