Andare in pensione a 63 anni nel 2026 non è impossibile, ma resta un’opzione per pochi: ecco chi può davvero smettere di lavorare grazie a pensione anticipata, Quota 41, Ape Sociale e Naspi.
63 anni è un’età giusta per andare in pensione? Laddove se ne soddisfino i requisiti assolutamente sì, ma va detto che non è semplice farlo. Le ultimissime notizie sulle pensioni ci dicono che l’età effettiva media di pensionamento in Italia si avvicina ai 65 anni, a dimostrazione del fatto che smettere di lavorare a 63 anni è un’opzione per pochi, specialmente con l’addio di Quota 103 e di Opzione Donna che garantivano una maggiore flessibilità in uscita.
Pertanto, oggi la possibilità di pensionamento a 63 anni è riservata a coloro che soddisfano i requisiti per la pensione anticipata ordinaria, ossia per chi soddisfa il requisito contributivo per andarci indipendentemente dall’età anagrafica.
Ma attenzione a non confondere il vero e proprio collocamento in quiescenza con la possibilità di cessare di lavorare in anticipo e godere nel frattempo di strumenti sostitutivi della pensione. Esistono infatti diverse possibilità per smettere comunque di lavorare al compimento dei 63 anni, per quanto comunque in alcuni casi serva fare qualche sacrificio economico.
Smettere di lavorare a 63 anni con la pensione anticipata
Tra le poche soluzioni che nel 2026 consentono davvero di smettere di lavorare intorno ai 63 anni c’è la pensione anticipata ordinaria. Si tratta della misura introdotta dal 1° gennaio 2012 in sostituzione della vecchia pensione di anzianità e, ancora oggi, rappresenta la principale via d’uscita prima della pensione di vecchiaia.
Il suo principale vantaggio è che non richiede un requisito anagrafico: si può andare in pensione a qualsiasi età, purché si raggiunga il requisito contributivo richiesto dalla legge. Ed è proprio questo elemento a rendere possibile, in alcuni casi, il pensionamento a 63 anni o anche prima.
Nel 2026 non ci sono novità rispetto agli anni precedenti, pertanto restano validi i requisiti già in vigore:
- 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini;
- 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne.
Una volta raggiunto il requisito contributivo, però, la pensione non parte subito. La normativa prevede infatti una finestra mobile di 3 mesi, introdotta dal decreto n. 4 del 2019 e valida sia per uomini che per donne. Ciò significa che il primo assegno viene pagato 3 mesi dopo la maturazione dei contributi richiesti.
Le ultimissime notizie, però, parlano di una pensione anticipata destinata ad aumentare nei prossimi anni. Secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato, il requisito contributivo dovrebbe crescere gradualmente: 1 mese in più nel 2027, altri 2 mesi nel 2028 e ulteriori 3 mesi nel 2029.
In altre parole, smettere di lavorare a 63 anni continuerà a essere possibile anche in futuro, ma solo per chi ha iniziato a lavorare molto presto e riesce quindi a raggiungere prima i lunghi requisiti contributivi richiesti. Per chi ha carriere discontinue o è entrato tardi nel mondo del lavoro, l’uscita a questa età diventerà sempre più difficile.
Smettere di lavorare a 63 anni con Quota 41 per i lavoratori precoci
Veniamo ora a un’altra opzione per la pensione anticipata, ovvero quella riservata ai cosiddetti lavoratori precoci, cioè coloro che entro il compimento dei 19 anni di età hanno già maturato almeno 12 mesi di contributi.
Ci riferiamo alla Quota 41, il cui principale vantaggio è che consente, al pari della pensione anticipata ordinaria, di andare in pensione senza alcun requisito anagrafico, ma con un requisito contributivo più basso: 41 anni di contributi.
Tuttavia, non basta essere precoci per accedere alla misura. La normativa richiede infatti anche l’appartenenza ad almeno una delle seguenti categorie tutelate:
- caregiver che assistono da almeno 6 mesi un familiare convivente con disabilità grave ai sensi della legge 104;
- disoccupati che hanno terminato da almeno 3 mesi l’indennità di disoccupazione;
- invalidi civili con percentuale pari o superiore al 74%;
- lavoratori impegnati in mansioni gravose o usuranti.
È bene specificare che non possono accedere a Quota 41 i cosiddetti contributivi puri, ossia coloro che hanno versato contributi esclusivamente a partire dal 1° gennaio 1996, né chi ricorre al computo nella Gestione separata.
Anche per la pensione anticipata dei precoci è prevista una finestra mobile trimestrale: ciò significa che tra la maturazione dei requisiti e l’effettiva decorrenza della pensione devono trascorrere tre mesi.
Smettere di lavorare a 63 anni con l’Ape Sociale
È confermata anche nel 2026 la possibilità di accedere all’Ape Sociale, l’anticipo pensionistico che di fatto rappresenta una delle poche alternative alla legge Fornero dopo l’uscita di scena di molte misure di flessibilità.
La misura non presenta particolari novità, in quanto continua a essere rivolta alle categorie considerate meritevoli di maggior tutela: anche in questo caso, infatti, possono accedervi i disoccupati, le persone con invalidità civile, i caregiver che assistono familiari con disabilità grave e i lavoratori impegnati in attività gravose.
Va però chiarito un aspetto fondamentale: l’Ape Sociale non è una vera e propria pensione. Non si tratta di un trattamento previdenziale definitivo, ma di un’indennità sostitutiva, pagata dallo Stato, che accompagna il lavoratore fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata.
L’assegno viene erogato per 12 mensilità l’anno, quindi senza tredicesima, e può arrivare a un massimo di 1.500 euro lordi mensili. Se la pensione teorica spettante al momento dell’accesso è inferiore a tale importo, l’indennità sarà pari a quella cifra; se invece è superiore, l’assegno si ferma comunque al tetto dei 1.500 euro. Inoltre, l’importo non è soggetto a rivalutazione e durante il periodo di fruizione non viene accreditata contribuzione figurativa.
Per accedere all’Ape Sociale nel 2026 bisogna aver compiuto almeno 63 anni e 5 mesi di età, mentre sul piano contributivo, sono richiesti 30 anni di contributi per disoccupati, invalidi e caregiver, 36 anni per i lavoratori impegnati in attività gravose.
Il «trucco» per Quota 41 e l’Ape Sociale
Se non si rientra nelle condizioni previste dalla pensione anticipata ordinaria e non si ha accesso diretto né a Quota 41 né all’Ape Sociale come caregiver, invalido o lavoratore gravoso, la chiave diventa lo status di disoccupato. È un passaggio centrale, perché sia l’Ape Sociale sia Quota 41 prevedono espressamente il canale dei disoccupati tra quelli che danno diritto all’uscita anticipata.
Questo significa che non basta avere una certa età o un certo numero di contributi: per entrambe le misure è necessario aver perso il lavoro in modo involontario e, soprattutto, aver terminato da almeno 3 mesi l’indennità di disoccupazione. È qui che entra in gioco la Naspi, che non è solo un sostegno al reddito, ma diventa uno strumento di accompagnamento verso la pensione.
Il percorso, in pratica, parte dal licenziamento. Le dimissioni non vanno bene, perché non danno diritto alla Naspi. È quindi necessario che la cessazione del rapporto di lavoro avvenga per volontà del datore di lavoro o comunque in una forma che consenta l’accesso all’indennità di disoccupazione. Non è raro che questo avvenga nell’ambito di un accordo, perché anche per l’azienda può essere conveniente favorire l’uscita anticipata di un lavoratore anziano e aprire spazio a nuove assunzioni.
Una volta perso il lavoro, si accede alla Naspi, che può durare fino a 2 anni per chi ha una storia contributiva continua negli ultimi 4 anni. Durante questo periodo si percepisce un assegno che, soprattutto nei primi mesi, garantisce un reddito non troppo distante dallo stipendio, anche se con il passare del tempo l’importo si riduce progressivamente.
È proprio questa durata a rendere possibile l’uscita molto anticipata. Chi riesce a coprire con la Naspi un periodo lungo può smettere di lavorare già intorno ai 61 anni, senza rientrare subito in nessuna misura pensionistica. Terminata la disoccupazione, però, serve un ulteriore passaggio: la legge richiede infatti che siano trascorsi almeno 3 mesi dalla fine della Naspi per poter essere considerati “disoccupati” ai fini previdenziali.
A quel punto, se nel frattempo sono maturati i requisiti richiesti, si può fare domanda di Ape Sociale come disoccupato, oppure - per chi è lavoratore precoce - di Quota 41.
Va detto, però, che si tratta di un percorso che comporta rinunce economiche. Durante la Naspi l’assegno cala nel tempo, l’Ape Sociale ha un tetto massimo e non accredita contribuzione figurativa, e l’uscita anticipata dal lavoro riduce gli anni di contributi utili per la pensione finale.
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