Pensione più alta per Forze Armate e di Polizia, ecco come fare: ma conviene davvero?

Antonio Cosenza

09/07/2020

05/05/2021 - 14:23

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Avere una pensione più alta è un diritto disconosciuto a molti militari e poliziotti: ecco perché.

Pensione più alta per Forze Armate e di Polizia, ecco come fare: ma conviene davvero?

Per le Forze Armate e di Polizia aumentare l’importo della pensione è possibile, tuttavia ad oggi l’unica strada resta quella della giurisprudenza poiché il legislatore non sembra intenzionato ad intervenire riguardo all’annosa questione dell’aliquota di computo.

Ci sono diversi modi per aumentare la pensione; per le Forze Armate e di Polizia c’è anche la strada del contenzioso giuridico, un ricorso contro l’INPS in modo da farsi riconoscere un proprio diritto riconosciuto dalla legislazione vigente, almeno secondo quanto stabilito dalla Corte dei Conti.

Nonostante questa abbia riconosciuto il diritto di militari e poliziotti di godere di un trattamento di maggior favore nell’ambito del calcolo dell’assegno previdenziale, indipendentemente dagli anni di contributi, infatti, l’INPS si ostina ancora a prevedere un’aliquota di computo ridotta in determinate situazioni comportando un importo di pensione più basso rispetto a quello atteso.

Ma andiamo con ordine per capire perché in alcuni casi potrebbe convenire presentare un ricorso contro l’INPS per chiedere l’aumento della pensione, con tutti i rischi che ne derivano.

Forze Armate e di Polizia: cos’è l’aliquota di computo e perché se ne discute

Come si legge sul sito dell’INPS, l’aliquota di computo è “quella percentuale che viene applicata alla retribuzione o reddito pensionabile di ogni anno per calcolare figurativamente i contributi accumulati ed ottenere il c.d. montante contributivo individuale”.

Questo parametro, quindi, è molto importante nel procedimento del calcolo dell’assegno pensionistico per la parte che ricade nel regime contributivo, in vigore dal 1° gennaio del 1996. A tal proposito, a partire da quella data, la misura dell’aliquota di computo per la generalità dei lavoratori dipendenti iscritti presso l’AGO (Assicurazione Generale Obbligatoria) dell’INPS è pari al 33%: per una retribuzione di 30.000€ annui, quindi, vi è l’accreditamento di 9.900€ che poi verranno rivalutati sulla base del tasso di capitalizzazione annuo.

La normativa vigente, però, sembrerebbe riconoscere un’aliquota di computo più vantaggiosa per chi fa parte delle Forze Armate e di Polizia: l’articolo 54 del D.P.R. 1092/1973, infatti, fissa l’aliquota di computo al 44% per militari e poliziotti. Un’aliquota che secondo la Corte dei Conti dovrebbe applicarsi tout court, ma che invece l’INPS limita solamente a coloro che alla data del 31 dicembre 1995 hanno maturato almeno di 15 anni di contributi.

Quindi, per gli arruolati durante gli anni ‘80, viene utilizzata l’aliquota di computo del 33%, con la conseguenza che l’importo della pensione riconosciuto è più basso. Si tratta di una differenza non di poco conto: se su una retribuzione di 30.000€ l’anno siamo sui 9.900€, infatti, con l’aliquota di computo al 44% staremmo sui 13.200€. Una differenza notevole che negli anni ha portato molti militari a presentare ricorso contro l’INPS (e a vincerlo).

Forze Armate e di Polizia: per aumentare la pensione conviene fare ricorso?

La questione è arrivata più volte davanti alla Corte dei Conti, la quale ha bocciato il meccanismo utilizzato dall’INPS che utilizza l’aliquota di computo del 44% solo nei confronti di quei militari e poliziotti che alla data che ha segnato il passaggio da regime retributivo al contributivo - 1° gennaio 1996 - avevano maturato almeno 15 anni di contributi, escludendo - di fatto - coloro che si sono arruolati a partire dagli anni ‘80.

La sentenza della Corte dei Conti non lascia spazio ad interpretazioni: questa, infatti, ha spiegato che tutti i militari e poliziotti hanno diritto a ricevere lo stesso trattamento pensionistico indipendemente da quelli che sono gli anni di contributi maturati. La procedura a cui si attiene l’INPS, quindi, va a determinare una disparità di trattamento.

Nonostante ciò, l’INPS non arretra rispetto alla propria posizione e continua a limitare l’utilizzo dell’aliquota del 44% solamente per coloro che ne soddisfano la condizione contributiva. Per questo motivo l’unico modo per farsi riconoscere un aumento della pensione è quello del ricorso amministrativo: una possibilità riservata a coloro che rientrano nel sistema misto, arruolati quindi entro il 1° gennaio 1996, e che entro questa data hanno meno di 15 anni di contributi (quindi se arruolati dopo il 1980).

In prima istanza si suggerisce comunque di inviare una diffida all’INPS chiedendo il ricalcolo della pensione; nel caso - ad oggi molto probabile - che questa richiesta verrà respinta, allora potrete presentare il ricorso alla Corte dei Conti. In caso di accoglimento del ricorso verrà disposto il ricalcolo della pensione, con la corresponsione degli arretrati fino ad un periodo massimo di 5 anni.

Ma attenzione ai rischi del ricorso: non è detto, infatti, che questo abbia un esito positivo nonostante l’orientamento della giurisprudenza appaia ben definito. È importante, quindi, mettere in conto i costi e i tempi di un ricorso di questo tipo e capire se ne vale la pena. Ovviamente ciò dipende da situazione in situazione: ad esempio, più sono gli anni di contributi da ricalcolare e più quella del ricorso è una strada da prendere in considerazione.

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