Pensione minima 2020: prime indiscrezioni sull’importo

Pensioni, trattamento minimo 2020: per effetto della rivalutazione piccolo aumento di pochi euro. Ecco il nuovo importo.

Pensione minima 2020: prime indiscrezioni sull'importo

Nel 2020 cambia, seppur di poco, l’importo della pensione minima.

Lo stesso vale per l’assegno sociale, per le pensioni di invalidità e per tutte gli assegni di pensione, i quali vengono rivalutati tenendo conto della variazione dell’indice dei prezzi a consumo rilevata dall’ISTAT.

L’indice, o meglio, il tasso di rivalutazione che verrà applicato nel 2020 non è stato ancora ufficializzato: spetterà al MEF - di concerto con il Ministero del Lavoro - farlo nelle prossime settimane, tramite un apposito decreto che sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Ecco perché momentaneamente si può parlare solamente di indiscrezioni: nel dettaglio, ad oggi le prime anticipazioni ci parlano di un tasso di rivalutazione pari allo 0,60%, più basso rispetto a quello del 2019 (1,1%).

Qualora questo tasso dovesse essere ufficializzato ci sarebbe una variazione di pochi euro per la pensione minima, o meglio del trattamento minimo annuo del fondo pensioni lavoratori dipendenti.

Vediamo di quanto potrebbe aumentare l’importo nel 2020, oltre a fare chiarezza su cosa si intende per pensione minima e in che modo i singoli assegni possono essere integrati fino al raggiungimento della soglia prevista.

Pensione minima: importo 2020

Nel 2019 l’importo annuo del trattamento minimo del fondo pensioni lavoratori dipendenti è pari a 6.669,13€. Mensilmente, quindi, parliamo di un importo di 513,01€.

Considerando un tasso di rivalutazione dello 0,60%, questo potrebbe salire a 6.709,14€ annui, ossia a 516,08€ mensili.

Pensione minima 2020: chi ne ha diritto?

Cosa significa questo? Che gli assegni che hanno un importo inferiore a questa soglia potrebbero essere aumentati fino a raggiungere i suddetti 516,08€. Ciò è possibile grazie allo strumento conosciuto come integrazione al trattamento minimo, introdotto dalla legge 638/1983 per garantire un assegno pensionistico “dignitoso” a quei pensionati che non hanno un reddito elevato.

Per beneficiare dell’integrazione non è sufficiente avere un importo inferiore al suddetto importo; allo stesso tempo, infatti, il beneficiario deve soddisfare determinati requisiti legati al reddito.

Nel dettaglio, per l’integrazione piena deve avere un reddito inferiore al valore annuo del trattamento minimo; qualora invece fosse superiore, ma comunque inferiore a due volte l’importo del trattamento minimo, allora il pensionato avrebbe diritto ad un’integrazione parziale.

In caso di pensionato sposato, inoltre, il reddito coniugale deve essere inferiore a tre volte l’importo annuo del trattamento minimo per l’integrazione piena, o a quattro volte per l’integrazione parziale.

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Argomenti:

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