Patrimoniale, come funziona nei Paesi che già la usano

Patrizia Del Pidio

11 Giugno 2026 - 16:25

Quali Paesi europei prevedono la patrimoniale con tassazione dei grandi patrimoni? Quando si paga e perché in Italia fa così paura?

Patrimoniale, come funziona nei Paesi che già la usano

Quali Paesi europei prevedono una patrimoniale e quando pagano i ricchi? In Italia la parola “patrimoniale” fa paura e crea dibattito. Per gli italiani, infatti, non si tratta soltanto di un termine economico, ma di un vero e proprio tabù che scatena immediatamente scontri parlamentari e senso di allarme tra i cittadini.

I motivi di questa reazione viscerale vanno ricercati in un fatto storico che ha lasciato una ferita psicologica negli italiani, il prelievo forzoso applicato sui conti correnti di tutti gli italiani nel 1992 dal governo guidato da Giuliano Amato. Il ricordo di quel precedente è rimasto impresso nell’immaginario collettivo equiparando la patrimoniale a un furto, da parte dello Stato, dei soldi dei cittadini.

Lo scontro ideologico in Italia oggi è tra chi vorrebbe lo strumento per ridurre le disuguaglianze economiche e chi la vede solo come una minaccia per i risparmi.

La tassa sulla ricchezza, che viene calcolata sul patrimonio mobile e immobile dei contribuenti, è uno strumento a disposizione dei Governi per rafforzare l’economia.

Ma come funziona la patrimoniale nei Paesi che già la usano? Ecco un esaustivo giro di ricognizione sulle imposte già in vigore nel vecchio continente.

Il dibattito in Italia sulla patrimoniale

L’attuale dibattito è stato scatenato dalle dichiarazioni di Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra che sostiene la campagna europea “tax the rich” che vorrebbe vedere tassati i grandi patrimoni. Di contro Elly Schlein ha ribadito che una patrimoniale non può far parte di un programma progressista.

Ma al di là di quello che può essere il dibattito interno, il tema della patrimoniale torna ciclicamente in auge perché aumentano le disuguaglianze patrimoniali e il divario tra ricchi e poveri.

In Italia, ad esempio, il 5% della popolazione detiene quasi la metà della ricchezza (il 48%) mentre il resto della popolazione, il 95%, si spartisce il restante 52% di ricchezza.

Secondo le analisi condotte da Oxfam, inoltre, il 10% più ricco detiene il 60% della ricchezza, il 50% più povero possiede appena il 7,4% della ricchezza. Il 32,6% della ricchezza restante è nelle mani del 40% della popolazione che non rientra né tra i più ricchi né tra i più poveri.

Il fenomeno, però, non riguarda soltanto l’Italia, ma c’è da sottolineare che in alcuni Paesi europei è prevista una patrimoniale, ovvero una tassa che colpisce il patrimonio netto delle persone.

Le imposte patrimoniali in Europa

Le imposte che colpiscono il patrimonio dei cittadini, e non il reddito da lavoro, rappresentano tradizionalmente la misura più impopolare dei sistemi tributari europei. Tuttavia, sono diversi i Paesi che fanno ricorso a questo strumento per irrobustire le casse statali.

In Spagna, ad esempio, c’è un’imposta che si applica sull’intero patrimonio dei cittadini oltre la franchigia di 700.000 euro. La patrimoniale prevede aliquote progressive che possono arrivare fino al 3,5%. Negli ultimi anni, inoltre, il Governo di Sanchez ha introdotto una tassa aggiuntiva per colpire i grandi patrimoni che superano i 3 milioni di euro.

Più chiare, invece, le condizioni che definiscono le imposte patrimoniali al di là delle Alpi, in Svizzera, il caso di patrimoniale più solido di Europa. Nel piccolo Stato europeo è l’intero patrimonio ad essere tassato, con aliquote che arrivano attorno all’1% per i patrimoni più alti. Il risultato della tassa è un gettito che supera l’1% del PIL.

Più rigida la presa dello Stato in Francia, che per decenni è stata il simbolo della tassazione patrimoniale a causa dell’Imposta di solidarietà sulla fortuna introdotta nel 1982. Nel 2018 Macron ha sostituto quel sistema di tassazione con l’Imposta sulla fortuna immobiliare che colpisce esclusivamente i beni immobili con aliquote dello 0,5-1,5% (prevista, però, una soglia minima di 1,3 milioni di euro).

Altro caso di patrimoniale prevista è la Norvegia che applica un’imposta sul patrimonio netto dei cittadini. L’aliquota ordinaria è dell’1%, ma per i patrimoni più alti la percentuale sale. Il gettito prodotto dalla patrimoniale in Norvegia è dello 0,6% del PIL.

Rischio di nuove patrimoniali in Italia?

Il dibattito sulle imposte patrimoniali suscita storicamente rumorose reazioni in Italia. La verità, tuttavia, è che imposte patrimoniali sono già previste nel sistema tributario italiano, sebbene non invasive come lo strumento utilizzato ad inizio anni Novanta. L’Imu, abolita solo per le prime case, è infatti una patrimoniale, applicata sugli immobili degli italiani. Anche l’Ivie, l’imposta di bollo e l’Ivafe colpiscono il patrimonio dei cittadini, dagli immobili all’estero agli asset finanziari.

La stessa imposta di successione è una tassa patrimoniale, anche se in Italia c’è una delle imposte di successione più basse d’Europa. In Italia, infatti, il 63% della ricchezza viene ereditata mentre la media mondiale della ricchezza ereditata si ferma al 36%.

Il dibattito sulla patrimoniale porta, inevitabilmente a parlare della progressività fiscale italiana.

Basti pensare che quando fu introdotta nel 1974 l’Irpef contava ben 32 aliquote differenti con un’aliquota marginale massima del 72%. Oggi l’Irpef conta soltanto 3 scaglioni di reddito con un’aliquota marginale massima fissata al 43% con il risultato che chi guadagna 51.000 euro e chi guadagna diversi milioni di euro è assoggettato alla stessa aliquota marginale massima, ovvero quella al 43%.