Per chi si approccia al mondo del lavoro, è maggiormente conveniente scegliere la strada del lavoro dipendente o quella della partita Iva? In quale modo si guadagna di più?
Partita Iva o lavoro dipendente, in quale modo si guadagna di più? È meglio scegliere la sicurezza della busta paga o l’incognita del fatturato? Per chi si trova a un bivio professionale o vuol cambiare strada, scegliere tra lavoro dipendente e autonomo è il dubbio per eccellenza. In quale modo si guadagna di più?
Per trovare una risposta corretta è necessario prendere in considerazione una serie di variabili che trascendono il semplice denaro perché sul piatto della bilancia bisogna mettere gli stili di vita che ognuna delle due scelte comporta.
Uscire dal vecchio mito che vede lo stipendio fisso come sicuro e il lavoro autonomo come simbolo di libertà non è semplicissimo. Per quantificare la reale convenienza della scelta è necessario calcolare non solo i soldi che entrano a fine mese, ma considerare il regime di tassazione scelto, le condizioni di lavoro, il settore di riferimento e la predisposizione del soggetto alla pressione.
Detto ciò, vediamo chi potrebbe guadagnare di più tra una partita Iva e un dipendente.
Lavoro dipendente o autonomo?
Per non commettere errori di valutazione si deve iniziare a valutare i dettagli. Anche se il lavoratore autonomo non ha limiti agli importi che può guadagnare mensilmente, bisogna considerare anche che i limiti non esistono neanche per le ore di lavoro. Per mettere a confronto realmente le due tipologie di lavoro, quindi, è necessario parametrare quanto si guadagna con lo stesso tempo di attività previsto da un contratto di lavoro dipendente.
In ogni caso, sul piatto della bilancia finale vanno messe cose che non hanno un prezzo, ma un valore, come il tempo libero da dedicare ad attività che non siano prettamente lavorative, le ferie e le malattie pagate. La sfida, come appare chiaro, non deve limitarsi a confrontare matematicamente lo stipendio mensile di un dipendente al compenso di un autonomo, ma deve abbracciare, oltre alla libertà di essere capi di se stessi, anche il carico di responsabilità dirette che ha un autonomo rispetto a un dipendente.
Per comprendere il peso del guadagno mensile e dell’eventuale tempo libero facciamo un esempio pratico. Proviamo a capire chi guadagna di più in base alle ore lavorate e il compenso mensile.
Per capire il meccanismo, facciamo un confronto. Un dipendente che lavora 40 ore settimanali per 1.500 euro netti al mese ha una paga oraria netta di circa 9,30 euro (calcolando anche le ferie pagate in cui non lavora ma percepisce lo stipendio).
Un artigiano o un autonomo che incassa 3.000 euro lordi in un mese, ma lavora 60 ore a settimana e deve pagare il 30% tra tasse e contributi, si ritrova in mano circa 2.100 euro netti al mese. Dividendoli per le 240 ore che effettivamente lavora, la sua tariffa oraria scende a 8,75 euro.
In questo scenario, pur avendo un’entrata superiore, l’autonomo sta guadagnando meno del dipendente in proporzione al tempo investito.
Come si calcola lo stipendio di un lavoratore dipendente
Naturalmente non tutti i dipendenti guadagnano lo stesso stipendio. La cifra finale in busta paga dipende:
- dal CCNL di appartenenza del proprio settore;
- dal livello di inquadramento del dipendente;
- dai minimi salariali.
Alcuni CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) per esempio prevedono anche la quattordicesima mensilità, mentre altri solo la tredicesima.
Ma avere un contratto da lavoratore dipendente significa anche che il datore di lavoro svolge il ruolo di sostituto d’imposta: significa che tutti gli adempimenti pratici spetteranno a lui/lei. Il lavoratore vedrà direttamente in busta paga il pagamento delle tasse e dei contributi previdenziali, così come gli assegni familiari e le detrazioni.
Dal cedolino paga mensile, il dipendente può vedere:
- quanto ha pagato di IRPEF;
- la quota dei contributi previdenziali (a carico del datore di lavoro);
- eventuali contributi ad altri Fondi previdenziali se si è iscritti a delle Casse Professionali o di assistenza sanitaria integrativa, se prevista dal CCNL.
Queste voci, sommate, concorrono alla retribuzione lorda mensile: tolte queste, il dipendente vedrà a quanto ammonta il suo stipendio netto.
Facciamo un esempio pratico per capire come si passa dal lordo al netto in busta paga. Immaginiamo un impiegato del settore Terziario inquadrato al 3° livello con una retribuzione annua lorda di 28.000 euro distribuiti su 14 mensilità.
Il lavoratore ha una retribuzione lorda media mensile di 2.000 euro, ma deve considerare il 9,19% di trattenute previdenziali (184 euro) e circa 300 euro di trattenute fiscali tra Irpef e addizionali (calcolate al netto del taglio al cuneo fiscale e delle detrazioni da lavoro dipendente). Lo stipendio netto mensile che gli arriva in tasca a fine mese è di 1.516 euro.
Pro e contro del lavoro dipendente
Uno dei vantaggi principali del lavoro dipendente è la sicurezza dell’importo dello stipendio mese dopo mese: un lavoratore dipendente, infatti, è sempre a conoscenza (a grandi linee) di quale sarà la retribuzione che gli spetta.
Il dipendente, quindi, può contare su delle certezze che sono:
- stipendio mensile (che in caso di crisi aziendali è garantito in parte anche con la cassa integrazione). Non ci sono sorprese sugli incassi che si avranno nel corso dell’anno;
- diritto a tredicesima, in alcuni casi alla quattordicesima;
- diritto a ferie pagate;
- diritto a malattia pagata;
- a giorni di festa retribuiti;
- diritto, se vi rientra, anche all’ex bonus Renzi e al taglio al cuneo fiscale;
- alla cessazione del rapporto di lavoro si può contare sul Tfr e in caso di licenziamento sull’indennità di disoccupazione.
I contro, però, sono che:
- deve rispettare orari e richieste del datore di lavoro;
- non può decidere di non lavorare senza avvisare;
- lo stipendio resta sempre uguale, indipendentemente dalle performance;
- per avere stipendio più alto è necessario lavorare ore straordinarie.
Partita Iva: i compensi e le tasse
Per i lavoratori autonomi, o freelance, che aprono la partita Iva, la situazione è completamente diversa.
Non ci sono CCNL di riferimento, ma si stabilisce un compenso col proprio cliente o con il proprio committente, dopo aver presentato un preventivo, in cui di solito si calcolano le ore di lavoro stimate per consegnare il progetto, oppure se il tipo di lavoro prevede più elementi (come un pacchetto di prodotti o servizi) ci si può accordare per una cifra forfettaria.
Dal punto di vista pratico, però, deve essere il titolare di partita Iva a pagare da solo sia le tasse allo Stato che i contributi al proprio Ente previdenziale di riferimento.
Facciamo un esempio pratico del compenso di una partita Iva per comprendere il reale impatto di tasse, contributi e spese di gestione per una partita Iva in regime forfettario.
Ipotizziamo che ci sia un lavoratore autonomo che opera in regime forfettario al 5% e che nel corso dell’anno fatturi complessivamente 35.000 euro lordi. Il lavoratore è iscritto alla Gestione Separata Inps. Nel regime forfettario lo Stato ipotizza a priori le spese e procediamo con l’esempio di un coefficiente di redditività del 67%: in questo caso lo Stato ipotizza che le sue spese siano pari al 33% delle sue entrate e pertanto il calcolo di tasse e contributi si farà sulla base imponibile di 23.450 euro.
Il lavoratore deve versare circa 6.100 euro di contributi previdenziali e un’imposta sostitutiva del 5% pari a 860 euro. Il guadagno netto annuo è di 27.240 euro: dividendolo per 12 mesi corrisponde a 2.270 euro al mese. Anche se il guadagno mensile sembra decisamente più alto rispetto a quello del dipendente, bisogna considerare che dal suo compenso l’autonomo deve autofinanziarsi i giorni festivi, quelli di ferie e l’eventuale malattia.
Pro e contro del lavoro autonomo
Si deve tenere conto che il lavoratore autonomo ha dei vantaggi indubbi rispetto al lavoratore dipendente:
- nessun vincolo di subordinazione con il committente;
- decide da solo i suoi orari di lavoro e può anche scegliere autonomamente di non lavorare affatto un determinato giorno;
- decide da solo (ovviamente il committente dovrà accettare il preventivo o la richiesta) il compenso da chiedere;
- non è vincolato a un solo committente, ma può scegliere di lavorare per quello che paga meglio;
- svolge il proprio lavoro in autonomia, senza dover per forza essere presente nella sede di lavoro: non è vincolato a orari né a luoghi.
Ovviamente, rispetto al lavoro dipendente, ci sono anche degli svantaggi per chi lavora con partita Iva:
- nessuna sicurezza nel numero di attività da svolgere nel corso dell’anno;
- nessuna sicurezza delle entrate mese dopo mese;
- non ci sono ferie pagate, i giorni che non si lavora non si guadagna nulla;
- non c’è malattia pagata, se si sta male e non si lavora non si guadagna nulla;
- non si può contare su una indennità di disoccupazione se si resta senza lavoro (c’è l’Iscro, ma è destinata solo a casi particolari che rispettano determinati requisiti di reddito);
- non c’è un Tfr quando si decide di smettere di lavorare;
- non c’è tredicesima, quattordicesima o premi di risultato;
- non ci sono festività pagate;
- dai compensi si devono sottrarre le tasse e i contributi;
- si deve sostenere la spesa di un commercialista per gli adempimenti fiscali se non si è in grado di provvedere in autonomia.
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Partita Iva, chi non fattura paga le tasse?
La flat tax per le partite Iva
Volendo tirare le somme, il lavoratore dipendente non può guadagnare sotto una certa cifra, stabilita dai minimi salariali del proprio CCNL di riferimento, ed è il suo datore di lavoro a occuparsi della parte fiscale e contributiva.
Un lavoratore con la partita Iva, invece, dovrà occuparsi di pagare le tasse e i contributi (ci si affida, di solito, a un commercialista di fiducia, che costituisce quindi un costo aggiuntivo). Se da un lato non ci sono limiti a quanto fatturare, dall’altro bisogna avere l’accortezza di mettere da parte le somme da versare come tasse e contributi.
Il vero asso nella manica delle partite Iva, però, è la flat tax, cioè il regime di tassazione agevolata al 15% (che in alcuni casi scende anche al 5%) per ricavi e compensi fino a 85.000 euro. In pratica, viene applicata una tassa secca del 15% (o del 5%) non sull’intero fatturato, ma su quanto previsto dal coefficiente di redditività.