La continua marcia al rialzo dell’oro, che ieri ha sfiorato i 2.800 Usd, sta creando tensioni sul fronte obbligazionario.
Negli ultimi giorni vari analisti hanno cominciato ad approfondire il tema, rivelatosi complesso. In particolare oltre Oceano, dove i rendimenti sono risaliti a livelli che non fanno certo pensare a imminenti pesanti tagli dei tassi da parte della Fed. I motivi di questa situazione risultano numerosi e meritano un approfondimento.
Salta la correlazione fra oro e Treasuries
L’analisi storica dei mercati conferma che solitamente livelli rilevanti di yield dei titoli di Stato portano a debolezza del gold. Questa volta non è successo. È vero che da tempo si parla di taglio dei tassi e quindi di prospettive di riduzione dei rendimenti ma un decennale Treasury oltre il 4% giustificherebbe il metallo prezioso se non in difficoltà quanto meno stabile. Ciò non avviene per un timore: che l’inflazione ricominci a salire pur in presenza di tassi forzatamente ribassisti a causa di un’economia in decelerazione. In altre parole torna a fare capolino quel termine che più di ogni altro intimorisce: si tratta della stagflazione, ovvero di un’economia stagnante e di un costo della vita sopra i target ipotizzati dalle Banche centrali.
È evidente che se così fosse l’oro si confermerebbe asset protettivo, soprattutto per le finanze degli Stati, che in effetti sono i suoi principali compratori. Di qui l’opinione crescente che l’obbligazionario non sia destinato a quelle performance di prezzo date per scontate nei mesi scorsi.
Una certezza, deficit in continuo aumento
Il timore parte dagli Stati Uniti ma dilaga in Europa. I debiti pubblici stanno andando fuori controllo. Con un deficit annuale da quasi due mila miliardi di dollari, che sta diventando la nuova norma, gli economisti avvertono che la spesa pubblica Usa appare insostenibile. Si teme, per esempio, che possa salire in dieci anni a oltre 50.000 miliardi di Usd, cifra semplicemente inaccettabile e che porterebbe l’emittente pubblico a dover continuamente offrire in asta Treasuries a condizioni sempre meno favorevoli per le casse pubbliche e gli investitori ad acquistare titoli paragonabili a carta straccia.
Di qui la scelta dei maggiori Paesi emergenti di de-dollarizzare le proprie economie e di spingere nella direzione di una futura valuta comune, alternativa al biglietto verde e all’euro. D’altra parte le spese per la difesa, l’adattamento climatico e le sfide demografiche non possono che continuare a peggiorare un quadro già problematico.
Il decennale Usa sopra il 4%
Tutto questo favorisce il gold, benché non renda nulla. Gli investitori governativi non si preoccupano però di tale aspetto, che invece coinvolge istituzionali e privati. In effetti i numeri dimostrano come gli acquisti di oro abbiano visto in secondo piano le due categorie di investitori privati, con gli Etf indietro negli scambi rispetto al posizionamento sul metallo fisico, tipico delle Banche centrali. Le maggiori riserve auree sono in effetti nelle casse di Usa, dei Paesi europei e di quelli asiatici. L’Italia è per esempio terza nella classifica, con i depositi custoditi prevalentemente nei caveau della Banca d’Italia e in parte all’estero, nelle sedi di altre banche centrali.
I numeri da seguire
Il quadro insomma non è favorevole – almeno al momento – per i titoli di Stato e soprattutto per i Treasuries Usa. Il decennale quasi al 4,3% resta su livelli che non si vedevano da oltre dieci anni. Solo una discesa sotto il 4,0% o meglio il 3,8%, in contemporanea con un arretramento dell’oro verso i 2.500 o preferibilmente i 2.300 Usd modificherebbe il contesto. Che preoccupa ancor più considerando il fatto che il rendimento reale in Usd – ovvero depurato dall’inflazione – è tornato pesantemente positivo.
Il divario fra quest’ultimo in crescita e il prezzo dell’oro in salita non si verificava da decenni e lascia intendere come qualcosa stia davvero cambiando. Anche i piccoli investitori devono preoccuparsi di questo aspetto e attendere la metà del 2025 per verificare se tale trend si sarà accentuato o ridotto. Ecco un termometro quindi per valutare la propensione o meno a puntare sui titoli di Stato Usa e di conseguenza su quelli dei Paesi europei. Tutti assieme stanno infatti trasformandosi in una per ora “non buona” compagnia!