Oltre il 3% di rendimento? Il caso del BFP Poste Italiane e del BTP 2041

Tommaso Scarpellini

14 Aprile 2026 - 07:55

BFP al 3% contro BTP 2041 al 4,26%: stesso Stato, garanzia identica, ma una differenza che vale migliaia di euro. Il rendimento non è dove tutti guardano.

Oltre il 3% di rendimento? Il caso del BFP Poste Italiane e del BTP 2041

In questo momento sul mercato convivono due strumenti che, almeno sulla carta, sembrano rispondere alla stessa esigenza: mettere al sicuro i propri risparmi, e ottenere un rendimento dignitoso senza esporsi ai capricci dei mercati azionari.

Il Buono Fruttifero Postale di Poste Italiane, appena lanciato nella sua nuova versione quadriennale, e i BTP. Sia quelli di nuova emissione, ma in particolare quello con (attualmente) renidmento a scadenza maggiore, il BTP con scadenza 1° marzo 2041.

Ma quale dei due è meglio? E sopratutto, valgono davvero il rischio?

Cosa sapere

Il BFP quadriennale offre un tasso lordo del 3% annuo, applicato su un orizzonte temporale di quattro anni. Tradotto in termini pratici, con un capitale investito di 10.000 euro si ottengono circa 1.090 euro netti a scadenza, pari a un rendimento netto annuo effettivo intorno al 2,63%. La semplicità è il punto di forza dichiarato di questo strumento: sottoscrivi, aspetti quattro anni, e ritiri tutto.

Il BTP 2041, invece, racchiude una logica radicalmente diversa. Oggi questo titolo quota a 73,5 sul mercato secondario, ossia viene acquistato a uno sconto significativo rispetto al valore nominale di 100 al quale verrà rimborsato alla scadenza del 1° marzo 2041. Questa differenza tra prezzo di acquisto e valore di rimborso si traduce in un rendimento netto a scadenza del 4,26% annuo.

E a differenza del BFP, in qualsiasi momento sia necessario liquidare la posizione, è possibile farlo vendendo sul mercato secondario, con un prezzo che oscillerà in funzione delle condizioni di mercato, ma senza la perdita automatica e totale degli interessi.

Strumenti a reddito fisso: quello che i numeri non dicono a prima vista

Per comprendere davvero la differenza tra questi due strumenti è necessario fare un passo indietro e chiarire cosa significa, nella pratica, investire in uno strumento a reddito fisso. Sia il BFP che il BTP appartengono a questa categoria: alla scadenza, restituiscono il valore nominale originariamente investito o concordato, a cui si somma il rendimento maturato nel periodo. L’elemento fondamentale da tenere a mente è che in questo tipo di strumenti ciò che conta davvero non è la cedola periodica, ma il rendimento a scadenza, ovvero il cosiddetto yield to maturity nel gergo degli operatori professionali. Questo indicatore misura il rendimento complessivo dell’investimento tenendo conto di tre variabili: il prezzo di acquisto, le cedole che verranno incassate nel tempo e il valore di rimborso finale. È l’unico numero che permette di confrontare strumenti con strutture diverse in modo onesto e corretto.

Le cedole, in questo senso, rischiano di ingannare. Non perché siano un elemento negativo in sé, ma perché tendono a catalizzare l’attenzione del risparmiatore su un flusso di cassa periodico che, preso isolatamente, non racconta nulla di rilevante sulla convenienza complessiva dell’investimento. Un BTP che paga una cedola apparentemente generosa può essere acquistato a un prezzo così elevato da rendere il rendimento effettivo a scadenza del tutto mediocre. Viceversa, un titolo con cedola ridotta ma quotato a forte sconto può generare un rendimento complessivo nettamente superiore a quanto il coupon semestrale suggerirebbe. È esattamente il caso del BTP 2041: la cedola nominale può sembrare bassa rispetto a strumenti più recenti, ma il prezzo di acquisto a 73,5 trasforma interamente l’equazione.

Duration, volatilità e il rischio nascosto nelle obbligazioni a lungo termine

C’è un concetto che ogni investitore in obbligazioni dovrebbe comprendere a fondo prima di prendere qualsiasi decisione, e che spesso viene trascurato o mal compreso: la duration. In termini tecnici, la duration misura la sensibilità del prezzo di un’obbligazione alle variazioni dei tassi di interesse sul mercato, ponderata per i flussi di cassa attesi nel tempo. In termini pratici, significa che più è lontana la scadenza di un titolo, e più il suo prezzo di mercato tende ad amplificare i movimenti dei tassi. Un BTP che scade nel 2041 ha una duration elevata, il che lo rende uno strumento molto più volatile di un BFP quadriennale nel breve e medio periodo.

Il 2022 ha offerto una lezione dolorosa e difficile da dimenticare per chi deteneva BTP a lungo termine. Quando la Banca Centrale Europea avviò il ciclo di rialzo dei tassi in risposta alla fiammata inflazionistica, i prezzi dei titoli di Stato a scadenza lunga crollarono in modo violento. Chi aveva acquistato BTP decennali o ultradecennali nei mesi precedenti si ritrovò con perdite di carta anche superiori al 20 o 30% del capitale, pur senza aver fatto nulla di sbagliato sul piano della solvibilità dell’emittente. Il problema non era il merito creditizio dell’Italia, ma la meccanica stessa del mercato obbligazionario: quando i tassi salgono, i prezzi delle obbligazioni esistenti scendono, e più lunga è la duration, più brusca è la discesa.

Oggi il contesto geopolitico aggiunge un ulteriore strato di incertezza. Le tensioni nell’area mediorientale, con il coinvolgimento dell’Iran e le implicazioni che una loro escalation potrebbe avere sui mercati energetici e sull’inflazione globale, rappresentano un fattore di rischio reale per la volatilità attesa delle obbligazioni a scadenza intermedia e lunga. In un regime di tassi in transizione, dove l’orizzonte di politica monetaria resta ambiguo, la duration diventa un’arma a doppio taglio: premia chi acquista a prezzi depressi e mantiene fino alla scadenza, ma penalizza duramente chi fosse costretto a vendere in un momento di stress sui tassi.

Il confronto tra BFP e BTP 2041 diventa qui ancora più illuminante. Il BFP, con il suo orizzonte quadriennale e l’assenza di un mercato secondario liquido, è di fatto immune dalla volatilità di prezzo nel senso stretto del termine: il prezzo non cambia, perché non c’è un mercato che lo prezza continuamente. Il BTP 2041, al contrario, oscilla ogni giorno in funzione delle aspettative sul costo del denaro, delle emissioni del Tesoro, delle decisioni della BCE e persino delle tensioni geopolitiche internazionali. Chi entra in questo titolo con l’obiettivo di portarlo a scadenza nel 2041 deve essere psicologicamente e finanziariamente attrezzato per vedere il proprio investimento quotare sotto il prezzo di carico nel mezzo del percorso, senza che questo costituisca necessariamente un segnale di allarme reale.